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Shakespeare parla napoletano. Punta corsa reinventa la Commedia degli Errori

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Difficile dire se è Punta Corsara ad aver sposato il genere della farsa o, piuttosto, è la farsa ad aver sposato la compagnia napoletana. Fatto sta che se oggi questo genere vive una nuova stagione fuori dai cliché e si innesta, pur restando un’operazione autenticamente comica, dentro i linguaggi del teatro d’arte più puro e attuale, questo lo dobbiamo soprattutto alla compagine di artisti diretta da Emanuele Valenti. Che nella sua riscrittura della “Commedia degli errori” di Shakespeare vede una drammaturgia collettiva (Marina Dammacco e Gianni Vastarella con lo stesso Valenti) a testimonianza della forte connessione creativa di questo gruppo, che è oggi una delle realtà più interessanti del panorama teatrale.

La “Commedia degli errori” si inserisce in un progetto del Teatro Bellini di Napoli – che ritroveremo in stagione a ottobre – che ha commissionato a sei registi o gruppi altrettanti testi del Bardo. Il tutto è stato presentato nell’ambito del Napoli Teatro Festival (e ne costituisce anzi uno dei progetti più interessanti di questa edizione). Ogni serata si componeva di due lavori, una tragedia seguita da una commedia. L’apertura della prima serata è stata affidata ad Andrea De Rosa, che ha portato in scena un “Giulio Cesare” ondivago. Di forte impatto e grande fascino la prima parte, immersa in una scena livida e spoglia, dove l’azione scenica di un grosso sacco appeso in aria e accoltellato, che perde sabbia come fosse sangue, catalizza l’energia di un discorso rabbioso – quello dei cesaricidi – e lo restituisce al pubblico in modo anch’esso livido, che completa ed esalta la cupezza del discorso tirannicida, teso a sostenere le ragioni della libertà senza accorgersi dell’involuzione in cui il gesto stesso spinge i suoi stessi autori, del tutto sordi alle volontà del popolo e alle mutazioni della storia – un discorso tutto recitato dritto verso il pubblico quasi fosse l’abbozzo di una futura orazione.

Meno convincente la seconda parte, che si apre con una battaglia di Filippi quasi rap, dove la musica sostituisce i crepitii e le esplosioni dello scontro militare, e prosegue con l’apologo di Marcantonio a luci accese, quasi la platea fosse il senato romano, che sfalda del tutto l’atmosfera iniziale di uno spettacolo che, dopo l’inizio compatto, sembra come sgonfiarsi su se stesso. Convincente però l’adattamento del testo di Fabrizio Sinisi e la performance degli attori in scena Nicola Ciaffoni, Daniele Russo, Rosario Tedesco, Isacco Venturini.

Dalla tragedia alla commedia, come si diceva, la seconda parte della serata al Bellini cambia temperatura. “Una commedia di errori” denuncia già nel titolo lo sfasamento rispetto all’originale shakespeariano: quello che vediamo è Shakespeare – perché molti dialoghi sono conservati esattamente come sono – ma allo stesso tempo è qualcos’altro. L’azione è spostata nella New York di primi Novecento, nella comunità italo-americana (e molto partenopea) che fa affari pistole alla mano. Le due coppie di gemelli divisi dal naufragio, protagonisti del testo shakespeariano, qui sono emigranti che si imbarcano inavvertitamente per destinazioni differenti: una coppia segue il padre a Buenos Aires, raggiungendo le terre d’Argentina, mentre gli altri finiscono nella Grande Mela. La sentenza di morte e il conseguente riscatto della vita del vecchio padre, a cui è concesso un giorno di tempo per trovare la somma – innesco narrativo della commedia – qui sono comminate da un boss della mala italiana. I due gemelli appena sbarcati vengono scambiati da mogli e sodali per i gemelli newyorkesi e l’intreccio innescato dagli “errori” (o “equivoci”, come a volte viene tradotto il termine shakespeariano) può avere inizio, dipanarsi e arrivare fino all’ovvio lieto fine. Ovvio? Non tanto, perché con un piccolo colpo di coda la chiusura della commedia risolverà delle sorprese.

È un espediente geniale, quello di Punta Corsara, che riconducendo la commedia a un ambiente partenopeo, per quando migrante (cosa che però giustifica il viaggio e la separazione) riesce a conservare intatta la struttura degli equivoci shakespeariani per rivestirla della propria cifra recitativa, dei ritmi e delle battute che si appoggiano sulle sonorità di un italiano-napoletano, più che di un vero e proprio dialetto, e di un’atmosfera che è allo stesso tempo quotidiana e straniante, come dev’essere una farsa costruita a dovere. Insomma, l’humus perfetto per l’ensamble composto da Giuseppina Cervizzi, Christian Giroso, Vincenzo Nemolato, Valeria Pollice, oltre a Valenti e Vastarella. E infatti tra poliziotti corrotti e guerre di mala, affiatamenti di coppia con il gemello sbagliato, pellicce promesse in regalo che finiscono addosso al fratello ignaro invece che a quello che il regalo l’ha commissionato, ne succedono praticamente di tutti i colori. Lo spettacolo scorre con ritmo e grande verve comica, grazie anche alla struttura del palco che ridisegna il Bellini: la scena invade quasi per intero lo spazio tradizionalmente dedicato alla platea, offrendo un sistema di botole e aperture che asseconda i momenti più frenetici e gli scambi di persona più radicali. E c’è spazio per alcune caratterizzazioni travolgenti, come quella della moglie interpretata da Giuseppina Cervizzi, autrice di un memorabile tormentone su un pianto che diventa una specie di soffio di serpente, e scivolate surreali come quelle della prostituta cinese interpretata da Valeria Pollice, che stende i suoi nemici senza nemmeno toccarli, quasi fosse in un cartone animato giapponese.

Il resto del progetto, intitolato «Glob(e)al Shakespeare», comprende “Racconto d’Inverno” diretto da Francesco Saponaro e adattato da Pau Miró e Enrico Ianniello; “Otello” diretto da Giuseppe Miale di Mauro, con la drammaturgia di Gianni Spezzano; “Tito” diretto da Gabriele Russo, con l’adattamento di Michele Santeramo; “Le allegre comari di Windsor, diretto da Serena Sinigaglia e adattato da Edoardo Erba. L’intero ciclo tornerà in scena al Teatro Bellini di Napoli dal 3 al 27 ottobre.

Graziano Graziani (Roma, 1978) è scrittore e critico teatrale. Collabora con Radio 3 Rai (Fahrenheit, Tre Soldi) e Rai 5 (Memo). Caporedattore del mensile Quaderni del Teatro di Roma, ha collaborato con Paese Sera, Frigidaire, Il Nuovo Male, Carta e ha scritto per diverse altre testate (Opera Mundi, Lo Straniero, Diario). Ha pubblicato vari saggi di teatro e curato volumi per Editoria&Spettacolo e Titivillus. Ha pubblicato l’opera narrativa Esperia (Gaffi, 2008); una prosa teatralizzata sugli ultimi giorni di vita di Van Gogh dal titolo Il ritratto del dottor Gachet (La Camera Verde, 2009); I sonetti der Corvaccio (La Camera Verde, 2011), una Spoon River in 108 sonetti romaneschi; i reportage narrativi sulla micronazioni Stati d’eccezione. Cosa sono le micronazioni? (Edizioni dell’Asino, Roma, 2012). Cura un blog intitolato anch’esso Stati d’Eccezione.
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