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Shane Jones che sculaccia la cameriera

di Cristò

Un vecchio si sveglia, la cameriera entra in camera e apre le finestre. Il vecchio le racconta alcune immagini di un sogno appena svanito. Mentre il vecchio si fa la doccia, la cameriera pulisce la stanza e rifà il letto. Trova tra le lenzuola delle vespe morte. Il vecchio esce dalla doccia e prende un asciugamano. L’asciugamano è umido, la cameriera ha dimenticato di metterne uno pulito. Anche oggi non è il giorno in cui tutto è perfetto. Dovrà sculacciarla. Duramente.

Un giovane scrittore si sveglia, il racconto che sta scrivendo entra in camera e apre le finestre. Lo scrittore ricorda alcune immagini di un sogno appena svanito. Mentre rifà il letto gli sembra di ricordare una trama, c’erano delle vespe morte. Poi va a farsi la doccia e continua a pensarci su. Forse il sogno si riferiva a quello che stava scrivendo, gli suggeriva delle cose, ma tutto svanisce molto velocemente. C’era una chiave, qualcosa di buono per il suo racconto. Mentre esce dalla doccia prende un asciugamano, è umido, doveva ricordarsi di cambiarlo, ma il racconto, quello che deve scrivere, cancella tutti gli altri pensieri. Il sogno intanto svanisce irrimediabilmente. Anche oggi non è il giorno in cui tutto è perfetto. Dovrà faticare a scrivere.

Il vecchio sculacciatore e la cameriera sono i personaggi di un romanzo breve di Robert Coover, “Sculacciando la cameriera” (Guanda). Il giovane e il suo racconto, invece, sono immagini parallele che, nella mia mente, prendono le fattezze di Shane Jones e del suo romanzo “Daniel contro l’uragano” (Isbn Edizioni).

Quello che penso del romanzo di Coover è che il vecchio sia metafora dello scrittore e la cameriera della scrittura e che, letto in questa chiave, il libro sia una struggente confessione, una dichiarazione di impotenza, il racconto della tensione dell’autore verso la perfezione attraverso l’educazione dolorosa della tecnica.

Quello che penso di Shane Jones è che sia un grande sculacciatore di cameriere e che i suoi due primi romanzi, il già citato Daniel e il precedente “Io sono febbraio” (Isbn Edizioni), siano il risultato di tanto sculacciare, per rimanere nella metafora.

Shane Jones prende la migliore e (direi che ormai possa essere definita) tradizionale scrittura postmoderna americana e la mette a servizio delle sue favole. Si preoccupa che la scrittura righi dritto, non cada mai in errori ovvi, che non sia mai umida come gli asciugamani del giorno prima. Si lascia trasportare volentieri da immagini oniriche, ma prima le studia per conoscerle, per portarle nel giusto ambito di significato. Shane Jones tende a raccontare favole pur essendo consapevole di non poter garantire alcun tipo di lieto fine, non perché la fine non sia lieta, ma perché non è sicuro che ci sia una fine da raccontare, un fine da perseguire.

A lui interessa dire che lo scrittore è depresso e lo dice inventando un paese in cui febbraio decide di non andare più via e raccontando come gli abitanti del villaggio cerchino di organizzarsi per cacciare febbraio che ha vietato la pratica del volo persino agli uccelli e lo ha fatto inchiodando i suoi ordini sugli alberi. Oppure a lui interessa dire che lo scrittore ha paura e lo dice attraverso gli occhi di Daniel che lavora come operaio alla costruzione di un oleodotto ma ha la fobia dell’uragano, anzi sa che l’uragano arriverà e spazzerà via tutto e allora prende una tenda da campeggio e va a nascondersi nel bosco, ad aspettare un uragano e poi l’uragano (forse) arriva e Daniel si ritrova sott’acqua in un villaggio costruito interamente all’interno di tubi d’acciaio e chiuso all’estremità da un grosso elefante rimasto incastrato.

Penso che Shane Jones riesca a scrivere queste cose nel modo in cui le scrive perché è uno di quelli che la cameriera la sculaccia con vigore e per ogni minimo errore.

Penso anche che Shane Jones abbia trovato in Dafne Calgaro una traduttrice italiana molto attenta e a lui perfettamente consonante.

Sono convinto che la qualità della sua scrittura sia frutto di un’attenzione al particolare che riesce ad avere solo chi aspira a quel giorno in cui tutto è perfetto.

Mi aspetto da lui grandi cose.

Commenti
3 Commenti a “Shane Jones che sculaccia la cameriera”
  1. Adoro Shane Jones e la sua capacità di esplorare le potenzialità suggestive della parola. Bellissimo paragone e commento-recensione.

  2. Giovanni Turi scrive:

    Cristò si conferma acuto lettore e brillante affabulatore: bel pezzo!

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  1. […] minima&moralia esce un brano su un autore che adoro: Shane Jones che sculaccia la cameriera. Che, con un titolo così, o lo leggevo o lo leggevo. Per fortuna, infatti, l’ho letto, […]



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