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La Gran Bretagna di Shane Meadows, il regista di This is England

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Questa intervista è uscita sul Mucchio, che ringraziamo (fonte immagine).

di Rosario Sparti

Latte e pancake affogati da un oceano di sciroppo d’acero. Questo è il pasto all’americana che Shane Meadows e Arthur, il giovane figlio, si dividono nella sala colazione dell’hotel dove li incontro di buonora. Shane indossa la sua divisa d’ordinanza, una polo Fred Perry dai colori tenui, invece Arthur, con giacca pesante e stivaletti, sembra abbigliato per andare incontro a una bufera.

Il padre con cura certosina sta tagliando i pancake per il bambino, ma il biondo diavoletto, ancor prima che l’attenta operazione di sezionamento sia conclusa, già si avventa sul dolce come lo scoprisse per la prima volta; poi, tutto sporco in viso, guarda gli altri clienti dell’hotel sorridendo, e il papà non può far altro che accompagnare quella ribalda allegria con una sonora risata.

Questa tenera coppia è stata tra i protagonisti della 34° edizione di Bergamo Film Meeting, che ha ospitato il regista inglese all’interno della sezione “Europe Now!”. Non è esattamente l’immagine che ci si aspetterebbe dall’autore di cult movie come Dead Man’s Shoes e This Is England, specchio di una Gran Bretagna brutta, sporca e cattiva, però le sue storie, spesso filtrate dallo sguardo di adolescenti,riescono a raggiungere il cuore dello spettatore proprio grazie ad una esuberante emotività: i sentimenti sono il motore delle azioni disperate di personaggi arrabbiati, solitari, che trovano conforto soltanto grazie a famiglie allargate con cui condividere una canzone rock, il sogno di un amore o magari dei buoni pancake.

Perché Shane Meadows, regista eclettico in grado di passare dal cinema alla tv così come dal dramma al rockumentary, sa che il modo migliore per far trasparire la sensibilità di questi personaggi è scrutare dentro il loro animo. Perché lui per primo, durante la giovinezza, ha saputo trasformare la sua rabbia in passione, abbandonando la famiglia degli skinhead per abbracciare la bizzarra famiglia del cinema.

Shane, con This is England e relativi sequel seriali hai costruito la tua personale saga di Antoine Doinel. Cosa si prova vedendo crescere nel tempo personaggi e attori?

È incredibile. In This Is England c’era un grande divario tra l’età di Thomas (l’attore che interpreta il personaggio di Shaun Fields, ndr), che aveva dodici anni, e quella degli altri attori. Allora non uscivano in gruppo, non si frequentavano. Da This Is England ’86, invece, fanno follie tutti assieme: spesso fanno dei party incredibili e quando devono andare sul set partono già sbronzi dall’hotel. All’inizio non avevano molto in comune, ma ora sono cresciuti insieme e non hanno bisogno di stare sul set per essere grandi amici. Lo sono e probabilmente lo saranno per tutta la vita.

Ma This is England ’90 è davvero la fine?

Non proprio. Ha un carattere conclusivo, però in realtà ho un’altra storia. Ancora non so quando la girerò, ma probabilmente sarà un lungometraggio. Tutto è iniziato con un film, poi This Is England ’86, ’88, ’90 e per finire un nuovo film.

Vendetta ed espiazione sono temi centrali nei tuoi film.

Sono cresciuto in un luogo in cui il bullismo era quotidiano, la violenza faceva parte della cultura delle persone che vivevano lì. Il tuo posto nella società era dettato dalla fisicità e la voglia di scatenare una rissa. Io sono sopravvissuto a quell’ambiente ma l’unica possibilità di scelta era tra l’essere una vittima o un carnefice. Ricordo di aver assistito a scene orribili, senza che potessi farci nulla, e soffrivo da morire: da questo sentimento è nato Dead Man’s Shoes. Perché tu puoi maltrattare qualcuno senza essere punito ma poi stai certo che a un certo punto giungerà il momento della vendetta, intendo una vendetta biblica. È un modo per dire che quelle persone maltrattate non saranno dimenticate.

Probabilmente è il tuo film più violento.

Richard, il protagonista del film, è quasi una fantasia partorita da un ragazzino, così come l’avrei potuta immaginare quando avevo dodici anni ed ero fan di quei western violentissimi con Clint Eastwood. In quei film c’erano persone che facevano cose stupide, cose divertenti, cose sbagliate, e questo mix ha creato quello che sono i miei film, dove magari si ride e un attimo dopo ci si spaventa per quello che accade. Si tratta di una strana alchimia che proviene dall’aver vissuto in quell’ambiente.

La rabbia sociale dell’Inghilterra mi sembra ancora forte. This is England parlava di gente che provava risentimento verso gli immigrati, così mi viene naturale chiederti cosa pensi di Brexit e del disagio verso l’immigrazione che, in tempo di elezioni, continua a essere un tema caldo.

Da ragazzino ho potuto osservare la rabbia sociale dei bianchi trasformarsi in atti di violenza verso la comunità asiatica. Gente che distruggeva negozi, faceva opera di vandalismo e tormentava famiglie che non avevano nessuna colpa. Io non sono un politico, ma la vita mi ha mostrato come spesso la rabbia di chi è senza lavoro diventa violenza verso le vittime più facili, perché spesso ciò che la gente arrabbiata vuole è soltanto trovare qualcuno da incolpare e potersi sfogare.

Io sono un sostenitore della comunità globale, certamente non voglio che il mio paese vada in ginocchio ma ho la fortuna di non vivere in un paese dove gli abitanti non possiedono nulla. Durante l’ultima era glaciale esisteva una terra, chiamata Doggerland, che era un’enorme pianura che collegava l’Inghilterra al resto d’Europa. Te lo dico perché ci sono tante cose della cultura inglese che mi rendono orgoglioso, ma io non mi sento inglese. Mi sento europeo.

Trainspotting quest’anno compie 20 anni. Negli anni 90 tu giravi i tuoi primi film e il cinema inglese era sulla cresta dell’onda: cosa è rimasto di quel tempo?

Sono stato molto fortunato. Era il luglio del 1994 quando giravo il mio primo cortometraggio, Danny Boyle aveva realizzato Piccoli omicidi tra amici e stava per girare Trainspotting, e in quel momento, senza alcun preavviso, il cinema inglese fece impazzire il mondo per due, tre anni, diciamo dal 1996 al 1999. Fu qualcosa di grande. Mi ricordo che società come Miramax, Disney, Fox venivano negli uffici inglesi per opzionare nuovi talenti. Dunque ho iniziato nel momento migliore per farsi strada nel cinema in Inghilterra, infatti la BBC spinta da questo interesse investiva molti soldi e ne ho approfittato per poter realizzare il mio primo film: per il mio esordio ho avuto 2 milioni di sterline, ora i registi devono combattere per averne uno. Diciamo che ho trovato le persone al giusto al momento giusto, perché è stato tutto molto breve: gli americani sono venuti e poco dopo sono andati via.

Eri il cantante della band She Talk To The Angels: che rapporto hai con la musica e come confluisce nel tuo lavoro?

Quando ero ragazzino, mio padre ascoltava un sacco di rockabilly e vecchio rock’n’roll, gente come Bill Haley, mia madre invece adorava la Motown, mia sorella poi era in fissa con il New Romantic, invece io ascoltavo lo ska, che era la musica degli skinhead. Crescere in quel posto mi ha fatto apprez- zare musica di tutti i tipi: oggi posso anche ammettere che Planet Earth dei Duran Duran è un gran pezzo, ma posso dirlo soltanto adesso perché allora pensavo fosse spazzatura. Sai, quelle capigliature… Crescere lì è stato come ascoltare in continuazione un mixtape, con suoni differenti che si mescolavano tra loro. Sono sempre stato circondato dalla musica, ecco perché i miei film ne sono pieni.

Uno dei tuoi ultimi lavori è il rockumentary Made of Stone. Com’è stato lavorare da fan con gli Stone Roses?

Per me sono come delle divinità. Sono cresciuto in un paesino di 12.000 abitanti, chiamato Uttoxeter, dove non succedeva nulla. Non c’erano mai grandi concerti, quindi le band si ascoltavano e basta, non capitava mai di poterle vedere dal vivo. Nel 1990 gli Stone Roses stavano per tenere il loro concerto oceanico a Spike Island e qualcuno mi aveva preso un biglietto. Spike Island è stato come Woodstock, è stato il concerto della mia generazione, tutti ne parlavano e ancora oggi ne continuano a parlare.

La notte prima di andare al concerto avevo preso un po’ di LSD e in preda a un bad trip avevo regalato il mio biglietto a un hippie. Stavo male, ho vomitato per ore, a un certo punto mi sono persino ritrovato a un falò vicino al fiume circondato da goths. A quel punto ho pensato che il giorno dopo ci sarebbe stata una marea di gente e sicuramente avrei fatto una brutta fine. Per questo ho dato via il biglietto. Quando mi sono svegliato i miei amici erano già andati via senza di me e così ho perso uno dei più grandi concerti della storia del rock. È il più grande rimpianto della mia gioventù.

Così, quando ho ricevuto la telefonata da Ian che mi informava della reunion, del concerto e della proposta di filmarlo… beh, non ti nascondo che ero eccitato. Ian Brown che ti telefona, pensaci. Sono etero ma Ian davvero scuote le mie certezze (ride, ndr). Loro avevano visto This Is England e Dead Man’s Shoes e pensavano di potersi fidare di qualcuno che raccontava in quel modo la working class, così ho potuto seguirli dalle prove al concerto finale, sempre cercando di stare un passo indietro. Credo abbiano apprezzato e io ancora non riesco a credere che sia successo. È stato il mio modo per tornare indietro ed essere a Spike Island.

Nelle tue colonne sonore c’è un sacco di rock ma usi spesso brani di Ludovico Einaudi. Da dove nasce questa passione?

È una bella storia. Stavo montando This Is England ma non riuscivo a finire, il risultato era buono ma non ottimo. Musicalmente non riuscivo a esprimere le emozioni del ragazzino. Ero stato invitato dal Toronto Film Festival e avevo deciso di accettare, per prendermi una pausa e cercare l’ispirazione. Andando verso l’aeroporto, la radio del taxi era sintonizzata su un canale di musica classica, non sapevo cosa stessi ascoltando, e mentre pensavo alla mia giovinezza mi sono accorto che avevo la pelle d’oca.

Ho capito che quella musica mi emozionava tantissimo, mi faceva pensare a quel periodo doloroso della mia vita. Così ho chiesto al tassista di chi fosse quella musica, ma non avevo con me una penna quindi non sono riuscito a segnarmi il suo nome. Arrivato in Canada sono subito andato in un negozio di dischi ma ormai ero convinto che il musicista si chiamasse Larry Von Tuth o qualcosa del genere, per questo ovviamente non sono riuscito a trovare il disco. Ma appena sono tornato in Inghilterra, lo giuro, ho trovato ancora quel tassista e la radio stava passando di nuovo quel brano. Dopo una settimana ero a Milano a casa di Ludovico Einaudi. È stato come un miracolo. Poi lui ha scritto della bellissima musica per il film e il produttore mi ha dato del pazzo a voler utilizzare quella musica per un film sugli skinhead. Invece, senza, il film non sarebbe stato lo stesso, ma peggiore.

Progetti futuri?

Il mio prossimo film sarà un biopic sul ciclista inglese Tom Simpson, morto durante il Tour de France del 1967. In Inghilterra tutti si stupiscono quando dico che farò un film su un ciclista, ma ho visto un documentario su di lui, che non è molto noto nel mio paese, e me ne sono innamorato.

Veniva da un paesino come quello in cui ho vissuto, era il figlio di un minatore di carbone, ha iniziato a ottenere successo con molta fatica, ha conquistato copertine e premi fino al giorno della sua tragica morte: sulla salita del Mont Ventoux, a causa del grande caldo, improvvisamente si fermò ma volle ripartire incitato dalla folla, però dopo qualche minuto ebbe un collasso cardiaco e crollò al suolo perdendo la vita. Era un uomo che non voleva arrendersi. Non è la mia vita ma è una storia che sento molto vicina.

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