Sherwood Anderson: un maestro del racconto americano

Questo articolo è uscito sulla rivista Blow Up.

di Liborio Conca

C’è stato un tempo in cui, entrato in qualsiasi libreria, dalle più grandi alle più piccole, andavo al bancone narrativa, o narrativa straniera, alla lettera A, e cercavo uno scrittore, tra Andersen e Andric, ma non trovavo mai quello che cercavo: Sherwood Anderson. Neppure il suo libro più noto, vecchio classico della letteratura americana, pubblicato in Italia con il nome di Racconti dell’Ohio. In qualche modo, una copia l’ho rimediata, negli anni scorsi; ma avere un libro così importante fuori catalogo, e dare alle stampe ogni anno decine di libretti insignificanti, era un mezzo reato. Tornano adesso in libreria, con nuovo titolo – l’originale, Winesburg, Ohio – i pezzi di vita raccontati da Anderson nel 1919, l’epopea dell’America nascente vista dalla provincia, in ritratti vividi e all’epoca di una modernità accesa, adesso ancora lucenti, solo resi leggermente opachi dalla polvere degli anni e da un mondo che in cent’anni ha preso una direzione ostinata e contraria rispetto a quella invocata da Anderson. Questa: “Era la stagione delle fragole. Sotto la pensilina della stazione uomini e ragazzi caricavano le cassette di fragole, rosse e fragranti, sui due vagoni che attendevano. C’era in cielo una luna di giugno, benché da Ovest minacciasse temporale, e non c’erano lampioni accesi. Nella penombra le figure degli uomini in piedi che si passavano le cassette per caricarle sui vagoni, si discernevano appena. Sulla cancellata che proteggeva il prato della stazione, c’erano altre persone sedute. C’erano delle pipe accese. Si udivano scherzi e battute da paese. In lontananza un treno fischiò e gli uomini che caricavano le cassette si misero a lavorare con raddoppiata energia”.

Vita da vero americano purosangue, quella di Anderson, con tutto quello che ne consegue. Nasce povero, terzo di sette figli, lavora sin da bambino e sempre in settori diversi, fa l’operaio, il soldato (guerra ispano-americana), il giornalista. Sua madre, come in una storia di Steinbeck, muore trentenne, stroncata dalla fatica. Nel 1912 è sposato, ha tre figli e una ditta in proprio, ben avviata, di vernici. Una notte viene colto da un accesso, una visione epifanica, simile a quelle che toccano prima o dopo tutti i personaggi che si affrettano dietro alle loro vite lì a Winesburg. Decide di abbandonare famiglia e lavoro e tentare la carriera agognata di scrittore; entra in contatto con altri artisti, Edgar Lee Masters e Theodore Dreiser. E pubblica, nel ’19, Winesburg, Ohio.
Masters, si diceva; nella sua Spoon River si intrecciano storie di uomini e donne ormai morti, scolpite in epigrammi che tuttavia rendono immortali le loro vite; a Winsesburg, tra strade polverose, alberghi in rovina e oscure locande, Anderson coglie l’esistenza di ogni abitante nel singolo momento decisivo. Una comunità, quella di Winesburg, simbolica delle paure di un mondo in cambiamento. Così sintetizzava Cesare Pavese, in un saggio dedicato allo scrittore americano, dal significativo titolo Middle West e Piemonte: “da questo mondo Anderson ha tratto le più dolorose e pensose e risolutive rappresentazioni di vita moderna, insieme elementari e complicatissime, cerebrali e illetterate, belle di una bellezza che supera la pagina scritta”.

George Willard è il cronista/testimone che ricorre in quasi tutti i frammenti attraverso cui Winesburg, Ohio è strutturato. C’è Wing Biddlebaum, il protagonista del primo racconto, con le sue mani in continuo movimento, a nascondere una sensibilità ferita, inesprimibile a parole; e c’è la saga della famiglia Bentley, a cui Anderson affida la propria personale visione di una lontana età dell’oro, pastorale, di comunità familiare, legata alla terra, al duro lavoro, avversaria della rivoluzione industriale che s’affaccia sempre più nel tessuto sociale degli Stati Uniti. La visione del mondo di Anderson; uomo ideologicamente confuso, scrittore e intellettuale per così dire autodidatta, fu dapprima sincero conservatore, mentre in seguito s’avvicino sempre più su posizioni progressiste, addirittura simill-marxiste.
La carriera successiva di Anderson come scrittore non fu sempre all’altezza dei risultati narrativi raggiunti con le storie di Seth Richmond, il taciturno protagonista di uno dei racconti più riusciti della raccolta, Il pensatore, o di Wash Williams, l’uomo fallito (quanti falliti popolano le strade di Winesburg) ritratto in Rispettabilità. Oscuri cittadini di provincia, sogni di realizzazione spesso spezzati. Winesburg, Ohio fu libro innovativo, a partire dalla lingua, colloquiale, e poi lo stile secco, fatto di frasi brevi, pennellate asciutte che illuminarono la strada a tanti autori venuti dopo, su tutti Ernest Hemingway, che pare abbia confidato a Francis Scott Fitzgerald di aver trovato in Anderson il suo maestro. E poi la penetrazione psicologica, se vogliamo spesso stilisticamente elementare, fatta di continue “avventure” (momenti epifanici in cui i personaggi, soli, attraversano strade o campi aperti e vengono come illuminati… quasi religiosamente, come presi da dostoevskiani attacchi epilettici); e il velo sollevato sulle contraddizioni della provincia benpensante americana, a cui seguirono accuse di morbosità sessuale, di tinte troppo accese. Ma era la vita, quella che interessava a Sherwood Anderson, la vita, i disastri, i fallimenti, le emozioni leggere, ed è per questo che da Anderson in poi, come dice ancora Pavese, ”la letteratura americana è il gigantesco teatro dove con maggiore franchezza che altrove veniva recitato il dramma di tutti”.
Ernest Hemingway, già detto, e William Faulkner avranno sempre in mente la lezione di Anderson. Lui, morirà nel ’41, durante un viaggio su una nave, per il mare.

Commenti
Un commento a “Sherwood Anderson: un maestro del racconto americano”
  1. marco m scrive:

    ogni tanto ripenso alla curiosa connessione
    tra un personaggio di Anderson, tale Enoch Robinson,
    ingabbiato tra fantasmi, scomparso alla vita
    come l’Enoch del VT
    e gli Enoch (almeno due) di Flannery O’Connor
    anch’essi autistici e chiusi
    come certi fantasmi di provincia che a un certo punto
    dicono basta
    e scompaiono, come in un suicidio
    virtuale

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