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Shils: il populismo americano, tra opinione pubblica e complottismo

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È appena uscito per Mondadori Populismo. Teorie e Problemi di Manuel Anselmi, un saggio sulle categorie di analisi del fenomeno populista. Di seguito un estratto dal capitolo su Edward Shils, un classico della sociologia, che già negli anni Cinquanta sottolineava i rischi di una deriva populista della società statunitense. Ringraziamo l’autore e l’editore.

di Manuel Anselmi

Il contributo del sociologo americano Edward Shils allo studio dei fenomeni populistici si inquadra nella sua riflessione sulla società dal punto di vista struttural-funzionalistico, approccio che condivise con Talcott Parsons. Shils affronta questo tema con particolare attenzione nel saggio del 1956 Torment of Secrecy.

In questo volume egli prende in esame il clima di controllo ossessivo da parte delle autorità statunitensi nei confronti dei cittadini americani durante la Guerra Fredda, fondato sulla prevenzione della minaccia comunista, ma anche il clima sociale di caccia alle streghe che si diffuse nella popolazione e di cui il maccartismo ne fu la manifestazione più eclatante.

Shils si sofferma sulle alterazioni macrostrutturali che si producono tra la sfera del potere istituzionale e quella dell’opinione pubblica, sottolineando i tratti di mentalità tipici del contesto sociale in questione. Da questo punto di vista, secondo Shils il clima di paranoia sociale generalizzata non sarebbe solo l’effetto diretto della contingenza di quella fase storica, caratterizzata dalla contrapposizione tra il blocco della Nato e quello sovietico, ma dipenderebbe piuttosto da alcune caratteristiche strutturali proprie della società americana che in quel periodo emersero in modo particolarmente forte.

Il ragionamento di Shils prende le mosse da alcune considerazioni strutturali relative ai rapporti tra i macrosistemi sociali esistenti in una nazione. Per Shils nelle democrazie occidentali liberali ci dovrebbe essere un bilanciato rapporto tra dimensione privata (privacy), segretezza (secrecy), dimensione pubblica (publicity), cosa che invece non poteva avvenire nei regimi sovietici.

Da questo punto di vista però il confronto che più fa emergere la problematica populistica è quello tra il modello sociale britannico e quello nordamericano. Secondo Shils il Regno Unito (del secondo dopoguerra), pur avendo una marcata prevalenza della dimensione della publicity, rappresenta il modello più equilibrato, poiché in modo non conflittuale coesistono una diffusa deferenza delle classi più basse per le istituzioni e le autorità e una accettazione delle gerarchie, insieme a un sano rispetto per la privacy. Una forte cultura della privacy, e una meno dilagante dimensione della publicity, attenuerebbe ogni eccesso di considerazione della segretezza, e quindi anche ogni paura eccessiva nei suoi confronti. Dal punto di vista liberale di Shils la Gran Bretagna è pertanto il sistema politico più bilanciato e per questo costitutivamente anti-populistico.

Una situazione opposta è invece riscontrabile nel modello Usa. Sin dalle origini il sistema nordamericano ha mostrato una prevalenza della dimensione pubblica. Shils spiega questa tendenza con la originaria sfiducia americana per l’aristocrazia e le forme gerarchiche. Quella americana è per Shils una cultura essenzialmente populistica, poiché è una società individualistica dove il senso dell’identità istituzionale è debole, mentre quello della dimensione pubblica è centrale e sempre forte, il che comporta tre atteggiamenti sociali diffusi: paura della segretezza, conseguente ossessione nei confronti dei segreti e delle insidie provenienti da dimensioni di segretezza e dipendenza dalla pubblicità. Questi ultimi aspetti, inoltre, spiegano pure la tendenza complottistica e cospiratoria del periodo americano preso in esame da Shils.

È in questa catena di ragionamenti che arriva la riflessione di Shils sul populismo, inaugurando un approccio molto nuovo e originale, poiché non guarda a questo fenomeno in termini strettamente politici ma come problema sociale e culturale della dimensione pubblica in relazione a quella istituzionale e alla mentalità diffusa.

Per Shils:

Il populismo afferma che la volontà del popolo in quanto tale è suprema a ogni norma, è sopra a ogni istituzione tradizionale, a ogni autonomia istituzionale e a ogni altra forma di volontà. Il populismo identica la volontà del popolo con la giustizia e la moralità.

Il populismo pertanto è una tendenza delegittimante di ogni ordine sociale istituzionale stabilito, di ogni ordine gerarchico e soprattutto di ogni logica che preveda una strutturazione piramidale della società, dei poteri e delle funzioni statuali. Questo fa sì che il populismo produca un’attitudine avversa tanto nei confronti delle élite quanto dei ceti intellettuali. Il populismo è inoltre contrario a ogni forma di sistema check and balance e propenso a visioni e azioni massimaliste. Così come è ostinatamente contrario alla separazione dei poteri e alle manifestazioni pluralistiche della società.

Su questo punto si chiude l’analisi critica di Shils, con una vera e propria apologia del pluralismo politico e sociale. La cultura del pluralismo è da lui considerata un antidoto ad ogni deriva apocalittica, estremista e manichea delle nostre democrazie. Nella considerazione assiologica di Shils il pluralismo è il risultato di quel sano bilanciamento tra dimensione pubblica, privacy e necessità di una segretezza che non susciti paure ma corrisponda alle normali necessità dello Stato.

Come vedremo in seguito, recenti proposte teoriche sul populismo contemporaneo torneranno alla contrapposizione populismo vs pluralismo, ancorché messa in relazione con i processi di globalizzazione e con prospettive di culture politiche cosmopolitiche.

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