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Show. Don’t tell

Questo articolo è uscito per il Messaggero.

“Mostri queste cose e non avrà bisogno di dirle”. Il consiglio di scrittura, in una lettera di oltre cinquant’anni fa, è di Flannery O’Connor. Oggi nessuna scuola di scrittura creativa farebbe a meno di ripeterlo. Mostrare, non dire: “Show. Don’t tell” per chiunque segua corsi e maestri è una legge scritta a caratteri indelebili che nessuno si sogna neppure di tradurre. Ma per lasciare che il consiglio porti i suoi frutti è ancora il caso di leggere con cura quel che ne scriveva una delle autrici più straordinarie della letteratura americana del Novecento. I suoi saggi, articoli, caustici suggerimenti e determinati tentativi di dissuasione sono finalmente usciti in traduzione integrale. La raccolta, originariamente intitolata Mistery and Manners, era già stata in parte tradotta per un’edizione di minimum fax curata da Christian Raimo e intitolata Nel territorio del diavolo. Il mistero di scrivere. I saggi che da quell’edizione erano stati omessi sono apparsi ora a cura di Antonio Spadaro: Il volto incompiuto. Saggi e lettere sul mestiere di scrivere (Rizzoli, pp. 173, euro 9,50). Assieme, i due volumetti costituiscono una fonte inesauribile per chiunque voglia cimentarsi con il mistero della scrittura.

Nata a Savannah, in Georgia, nel 1925 e destinata a vita brevissima da una malattia ereditaria (il lupus), Flannery O’Connor non era solita sottrarsi a richieste di aiuto da parte di aspiranti scrittori. E così, se è vero che quanto di più importante va cercato nei due romanzi e nei meravigliosi racconti, tutto quel che scrisse per indicare una via d’approccio al mestiere non finisce di stupire. A partire da una premessa essenziale: il lavoro di scrittore non è semplice, non rappresenta una fuga dal mondo, costa fatica e salute (“spesso cadono i capelli e i denti si guastano”) e in molte occasioni sarebbe meglio farsi da parte. “Ovunque vada mi chiedono se, secondo me, le università soffocano gli scrittori. Il mio parere è che non ne soffocano abbastanza. Con un buon insegnante diversi best seller si sarebbero potuti prevenire” scrisse in una famosa conferenza. Ma a chi davvero abbia voglia di affrontare la fatica di scrivere, la O’Connor suggerisce innanzitutto di guardarsi dai corsi dove gli studenti si criticano a vicenda i manoscritti (“critica in genere composta in parti uguali da ignoranza, adulazione e ripicca”) e poi di fare attenzione ai maestri perché “se un cieco guida l’altro può essere pericoloso. Un insegnante che cerchi di imporvi un modo di scrivere può essere a sua volta pericoloso”.

Superati i primi, decisivi ostacoli, il cammino si farà davvero duro. Perché una cosa è certa: i proclami, i grandi giudizi sull’esistenza, le facili tentazioni di dire tutto e subito così presenti nei primi tentativi di chi si cimenta con la scrittura andranno severamente banditi. Niente è più nefasto. “La narrativa riguarda tutto ciò che è umano e noi siamo polvere, dunque se disdegnate d’impolverarvi, non dovreste tentar di scrivere narrativa”. La frase, ormai celebre al punto che entrambe le edizioni italiane la citano sul dorso, alza il velo sull’aspetto più caratteristico e complesso di questa scrittrice: il suo intransigente cattolicesimo. Un cattolicesimo fatto di dogmi e mistero, assolutamente refrattario a qualsiasi ingentilimento per conquistare anime alla causa. Tanto serio e rigoroso da permettere alla O’Connor di cercare il mistero della grazia nelle più recondite pieghe del male. Tanto distante dalla retorica del catechismo da risultare un carattere imprescindibile dei suoi scritti, ma al tempo stesso quasi ignorabile per chi voglia seguire l’autrice nelle sue “lezioni” per possibili futuri scrittori.

Nel definirsi scrittrice proprio in quanto cattolica e non sebbene cattolica, la O’Connor infatti mette davanti a chi voglia seguirla la più comune delle aspirazioni che qualsiasi scrittore presume di avere, a prescindere dalla sua fede: raccontare il mondo visibile per lasciare che attraverso di esso si mostri l’invisibile. Non è un caso che sia Conrad il termine di paragone citato dalla scrittrice: “Gli interessava rendere giustizia all’universo visibile perché ne suggeriva uno invisibile”. Né è un caso che questo universo visibile debba essere colto attraverso i sensi. “La conoscenza umana ha inizio attraverso i sensi, e lo scrittore di narrativa inizia là dove inizia la percezione umana. Il mondo dello scrittore di narrativa è colmo di materia ed è proprio su questo che gli scrittori principianti sono così restii a creare”.

Materia, polvere, persone in carne e ossa. Non emozioni, astrazioni, commenti. Mostrare il mondo e non dirlo. Ma per dargli vita. Per far sì che quel mondo che prende vita non sia mai completamente compiuto e il suo senso non si lasci mai catturare. “Un racconto è riuscito se dentro ci puoi sempre vedere qualcosa di più, se continua a sfuggirti di mano. Nella narrativa, due più due non fa sempre quattro”. Allora forse si è sulla buona strada. Flannery O’Connor, quella strada, la percorse con una tale serietà che in quanto scrisse fino agli ultimi giorni di vita (anche nelle lettere, quel bellissimo epistolario di cui si aspetta sempre una traduzione completa) non si sente che una lontanissima eco del dolore fisico. Morì che non aveva ancora quarant’anni completamente dedita al suo mestiere. È inutile immaginare quel che avrebbe ancora potuto scrivere. Quanto ha lasciato parla per lei. E nei racconti brevi resta insuperabile. Forse perché aveva visto subito il pericolo connaturato al complesso genere della short story. Pericolo che non evitò di rivelare ai mille aspiranti scrittori. “Molti si mettono a scrivere racconti perché sono brevi, e brevi in tutti i sensi. Credono che un racconto consista in un’azione incompiuta nella quale poco viene rivelato e molto suggerito, convinti che suggerire significhi omettere. È difficilissimo distogliere uno studente da questa idea, perché s’immagina che omettendo qualcosa si dimostrerà sottile; e quando gli vai a dire che una cosa bisogna mettercela dentro, perché ci sia, quello penserà che sei un idiota privo di sensibilità”.

Matteo Nucci è nato a Roma nel 1970. Ha studiato il pensiero antico, ha pubblicato saggi su Empedocle, Socrate e Platone e una nuova edizione del Simposio platonico. Nel 2009 è uscito il suo primo romanzo, Sono comuni le cose degli amici (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega, seguito nel 2011 da Il toro non sbaglia mai (Ponte alle Grazie), un romanzo-saggio sul mondo della moderna tauromachia: la corrida. Nel 2013 ha pubblicato il saggio narrativo Le lacrime degli eroi (Einaudi), un viaggio nel pianto che versano a viso aperto gli eroi omerici prima della condanna platonica. Nel 2017 è uscito il romanzo È giusto obbedire alla notte (Ponte alle Grazie), finalista al Premio Strega. Del 2018 il nuovo saggio narrativo sul mondo greco antico: L’abisso di Eros, indagine sulla seduzione da Omero a Platone. I suoi racconti sono apparsi in antologie e riviste (soprattutto Il Caffè Illustrato e Nuovi Argomenti) mentre gli articoli e i reportage di viaggi escono regolarmente su Il Venerdì di Repubblica.
Commenti
3 Commenti a “Show. Don’t tell”
  1. Nevio scrive:

    Grande scrittrice, la O’Connor. Ma anche grande personaggio, nel senso migliore. Giusto e bello che qualcheduno finalmente ne scriva. Grazie.

  2. trap scrive:

    grazie per questo articolo!
    Posso regalare a mia volta un piccolo contributo?

    Se il cielo è dei violenti
    Dedicato a Flanner O’Connor

    Non ne ho colpa, io: ero solo una bambina di sei anni, io. Sono stati quelli della Pathè News a metter su quella trovata. Loro e mio cugino Bailey: dicevano che avremmo fatto un sacco di soldi. Ci volevo proprio io, perché una bambina così piccola nessuno pensava che poteva imbrogliare. Mi hanno messo lì con un pollo di nonna Emmeline e ci hanno filmati che camminavamo insieme. Poi hanno proiettato il filmato al contrario, in una stanza buia, e hanno fatto un’altra ripresa.
    Il risultato lo proiettavano nei paesi delle campagne, durante le sagre contadine: la gente semplice ci cascava perché c’ero io, una sorridente bambina di sei anni.
    Sono diventata famosa ma la vergogna mi ha fatto crescere schiva e scontrosa. Il pollo invece è morto quasi subito, travolto da una misteriosa auto pirata: un mito stroncato sulla cresta dell’onda, come James Dean.
    Quando a papà diagnosticarono la malattia, il lupus, pensai: ancora un animale. Non volevo fare battute: era il ’37, che ne sapevo, io? avevo solo undici anni, io.
    Ho cominciato a scrivere mentre papà moriva, piccoli racconti che erano artigli per aggrapparsi alla vita. Facevo marciare la realtà al contrario: i vecchi tornavano giovani; i cattivi, buoni; i malati, sani; i diavoli, angeli; l’uomo, scimmia; la scimmia, Dio. Li ho distrutti tutti, perché mi sembrava di riproporre l’inganno del pollo.
    Ho studiato sodo, mentre la vita aveva già iniziato il conto alla rovescia: da che numero, non lo sapevo, ma sapevo che stavolta non c’era inganno come con il pollo.
    Non volevo essere ricordata come ammaestratrice di polli a ritroso. Così mi iscrissi allo Iowa Writers’ Workshop: volevo imparare a scrivere e scrivere di questa vita grottesca, raccontare lo scandalo del male che testimonia l’esistenza di Dio, dell’umanità simile a certi fiumi sotterranei, che a tratti riaffiorano per poi ripiombare nell’abisso dell’ignoranza.
    Nel 1951 tali Marvin Minsky e Dean Edmonds costruivano lo SNARC (Stochastic Neural-Analog Reinforcement Computer): la prima learning machine basata su “reti neurali”. Simulava un topo che “imparava” a uscire da un labirinto. Nello stesso anno a me diagnosticavano che non ero stata capace di uscire dal labirinto del lupus.
    Mi dissero, i medici-stregoni, che il count-down sarebbe giunto a zero entro cinque anni: milleottocentoventisei giorni da trascorrere nel braccio della morte. Giorno più giorno meno.
    Mi dedicai all’allevamento dei pavoni. I miei biografi (balordi fra i balordi) scrissero che ero un’amante dei volatili. Già: pavoni, anatre, galline… bipedi con le ali, ma per lo più inabili al volo. Balzi, saltelli, sbattere d’ali: come gli uomini. Legati alla terra, incapaci di vincere la gravità, di sottrarsi al loro destino.
    Se non con la fantasia. Magari scrivendo.
    Scaddero i cinque anni del conto alla rovescia, ma non mi fermai: fossi io o il mio fantasma, continuai a girare il Paese, a tenere conferenze, a scrivere.
    A vivere.
    La cattiveria spietata dei miei racconti incuteva timore al lupus, che mi ronzava intorno, ma senza decidersi ad azzannarmi mortalmente. Perché i lupi si fanno audaci solo in branco.
    Sette anni.. nove… undici dopo la condanna a morte.
    Non mi sposai: “Non sapevo con chi / e chi ne avrei generato.” No, lo sapevo: condannata a morte, ma nella vita volli fare ciò che non mi riusciva nella scrittura: spezzai le catene.
    Non la diedi vinta al lupus: dopo ben tredici anni morii per complicazioni dovute all’emergenza di un tumore.
    Gli ho dedicato, ironicamente, “La saggezza nel sangue”.
    Scrissi anche “Il cielo è dei violenti”.
    Capite perché amai gli uccelli che non volano?

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  1. […] creazione dell’immagine o della sensazione mentale. A questo proposito, lascio un link a un articolo su minima&moralia (pubblicato anche su Il Messaggero), e una citazione di Flannery O’Connor: […]



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