18582342_10154686763852615_8507031728432658906_n

Si è aperto il XXX Salone Internazionale del Libro di Torino

di Nicola Lagioia

Questo articolo è uscito su La Stampa, che ringraziamo.

Da qualche parte, sotto il cielo Torino, dev’essere nascosto il segreto del Salone del Libro. Benché si tratti della più popolare manifestazione italiana che abbia al proprio centro l’editoria libraria, e una delle più importanti in Europa, non si capisce altrimenti come mai una fiera commerciale sia capace di attirare a sé tante attenzioni, passioni, polemiche, ansie, e tanto amore. Il Salone Internazionale del Libro di Torino non è infatti una semplice fiera commerciale, ma un capitolo importante nella biografia delle diverse generazioni di lettori, scrittori, editori, traduttori, musicisti, artisti, disegnatori, attori… che si sono trovati a calcare il parquet (decisamente consumato, come succede per certi palchi leggendari) del Lingotto negli ultimi 30 anni. Certo, la propria biografia uno può arrivare persino a ricusarla, ma quando dai le spalle a certi astri non solo la luce ma perfino l’ombra che ti cammina davanti non è la tua.

Il Salone del Libro ha davvero qualcosa di magico, di luminoso, come disse Josif Brodskij. È un posto, come ha dichiarato di recente Andrea Camilleri in un videomessaggio che ha emozionato tutti noi, in cui la gente si avvicina ai libri con una curiosità che non c’è altrove.

Torino e maggio non sono solo il luogo e il mese in cui ogni anno, in Italia, gli editori sono al centro della scena, gli autori incontrano migliaia di lettori, le scuole (studenti e insegnanti) vivono il culmine di un percorso che il Salone intrattiene con loro anche per un anno. Torino – diventata negli ultimi lustri, per noi che guardavamo da lontano, una splendida eccezione culturale – nel mese di maggio è ancor più un posto dove fare davvero esperienza. Per questo il Salone lascia il segno. È il motivo per cui non solo i torinesi, ma tanti appassionati sparsi in tutto il mondo ritrovano in questa manifestazione una parte della propria identità, della propria storia, della propria esperienza, ed è per questo che il Salone sono pronti a difenderlo quando è necessario, sono disposti a far sentire la priopria voce, e a manifestare il proprio affetto.

Il Salone è anche la dimostrazione che un’idea davvero inclusiva di cultura beneficia un intero territorio. Domandate, in questi giorni, agli albergatori di Torino quante stanze dei loro hotel sono rimaste libere, fatevi un giro tra i ristoratori, parlate coi tassisti, con i commercianti della zona. Avrete la conferma che un euro investito in una giusta causa ricade moltiplicato su buona parte della comunità. In un paese che alle lotte fratricide ha già sacrificato troppe occasioni di rilancio, chi potrebbe mai prendersi la responsabilità di indebolire un simile modello?

Ho difeso a spada tratta il Salone in tempi non sospetti, molto prima di diventarne il direttore, e molto prima di trasfermirmi qua. Sono orgoglioso di averlo fatto nelle settimane in cui, con un tempismo che spero mi accompagni a lungo, esporsi significava attirare su di sé guai e consigli di prudenza. Il Salone ha regalato momenti importanti al ragazzo che sono stato, poi allo scrittore che sono diventato, e ognuno decide che posto la gratitudine debba occupare nella propria vita.

Quando, mesi dopo, mi hanno chiesto di dare una mano a rilanciare questo splendido laboratorio, ho impiegato cinque giorni a rivoluzionare la mia vita. Ho cambiato città, lavoro, abitudini. Sì, ho proprio sentito la “chiamata”. Nulla di evangelico, non voglio esagerare. Ho semplicemente rivissuto una nota scena dei Blues Brothers. Per fortuna, arrivato a Torino, ho trovato il resto della banda, cioè un gruppo di donne e uomini, ragazze e ragazzi straordinari, pronti a offrire tutto il loro tempo, la loro esperienza, la loro intelligenza, la loro sensibilità per far volare – un’altra volta ancora – la bandiera colorata del Salone.

I commenti sono chiusi.