Si può dire. Un breve appunto
sul metodo La Russa

di Giorgio Vasta

Durante la puntata di In Onda del 20 novembre 2011 Ignazio La Russa commenta un monologo di Ascanio Celestini.

Come spesso accade quando La Russa interviene il suo commento si configura come ulteriore performance, un’esibizione che all’apparenza confligge con quella di Celestini mentre forse, ed è quello su cui vorrei riflettere, si colloca altrove, in una zona extradialettica che per le sue caratteristiche non può prevedere confronto e conflitto.
Preciso subito un punto.
Non mi interessa verificare in questa sede la qualità artistica del monologo di Ascanio Celestini; non è centrale capire se il suo pezzo sia bello o brillante o divertente; non è il suo statuto estetico a interessarmi, e dunque non mi interessa porre le due performance in paragone in questi termini: mi interessa invece riflettere sui presupposti etici delle due performance, o forse più esattamente sulla loro disponibilità a un’interlocuzione reale.
Attraverso questa riflessione desidero in particolare ragionare sul metodo al quale mi sembra che La Russa frequentemente ricorra in assetti che dovrebbero essere dialettici.
Il tutto a partire da una sensazione che vorrei qui collaudare. La sensazione che attraverso questo metodo La Russa stia definendo non tanto qualcosa di occasionale e contingente bensì un emblema che non è possibile contenere all’interno della sua, di La Russa, specifica individualità: è come se questa attitudine fosse un connotato che da un’esistenza singola e specifica avesse raggiunto in questi anni dimensioni antropologiche, persino epocali.
Il metodo al quale mi riferisco non discende da uno studio. Se così fosse, essendo la pratica dello studio strutturalmente incerta e solo parzialmente controllabile, la sua performance potrebbe anche fallire mentre constatiamo che non fallisce mai. Nel dire che non fallisce mai sto riconoscendo quello che sembra essere l’obiettivo intrinseco della pratica dialettica di La Russa, vale a dire l’annichilimento non tanto del suo avversario quanto della pratica dialettica stessa, lo smantellamento delle premesse su cui un’interlocuzione dovrebbe fondarsi, la smaterializzazione dell’ecosistema all’interno del quale immaginiamo possa accadere un confronto.
In questo senso gli interventi pubblici di La Russa sono di un’efficacia impressionante. La Russa non prevale sul suo interlocutore ma sul senso dell’atto linguistico che in linea teorica l’ex ministro della difesa e quello che di volta in volta è il suo antagonista starebbero condividendo. Se come in una storia di cappa e spada il loro fosse un duello combattuto sopra un ponte, La Russa non si preoccuperebbe più di tanto del contendente ma si concentrerebbe sulla polverizzazione di travi e piloni. In questo modo, divorando l’endoscheletro che tiene in piedi la relazione La Russa riesce a far percepire – e va detto che questa è la risorsa abissale di un grande narratore – il vuoto costitutivo e l’insensatezza che presidiano ogni confronto fondato sulle parole.
È come se all’interno del corpo di La Russa, all’interno di questa sua incoercibile esuberanza, fosse conficcata un’antenna. Questa antenna intercetta tutto ciò che intorno a lui, perlopiù ricorrendo a quel ferrovecchio dello studio, tenta di costruire forme, manufatti narrativi o in generale cognitivi attraverso i quali dare struttura alle cose con l’ambizione di pervenire in questo modo a un senso.
Quando l’antenna intercetta qualcosa che potremmo chiamare discorso, in La Russa scatta una specie di riflesso talmente immediato e prepotente da apparire di ordine genetico più che culturale. In quel momento, nell’onda di piena di questa sua disposizione naturale, La Russa disgrega ogni morfologia annientando tutto ciò che potrebbe contribuire a costruire e condividere significati.
E sia chiaro: non sto pensando che i significati in questione siano giusti in sé, non sto dicendo che ogni interlocutore di La Russa abbia ragione e che La Russa abbia obbligatoriamente torto. Sto dicendo che passa una differenza profonda tra il proporre una forma – vale a dire un discorso che nell’ambizione di produrre senso (un senso di volta in volta opinabilissimo) corre il rischio del confronto dialettico – e il controproporre a questa forma l’annichilimento del confronto medesimo, la sua ridicolizzazione.
L’apologo di Tony Mafioso e Tony Corrotto, frammento di una serie su cui Celestini lavora da tempo, mi lascia perplesso perché mi sembra produca una lettura delle cose che per quanto funzionale alla tradizione dell’apologo muove da una costruzione elementare delle figure conducendo a una percezione esageratamente stilizzata che tradisce una specie di affanno dell’immaginazione, un imbarazzo che viene risolto ricorrendo appunto a un impianto marionettistico.
Ugualmente riconosco uno scarto cruciale tra il tentativo di lettura del mondo di Celestini e il cratere in cui si sprofonda nel momento in cui La Russa fa coincidere l’attore romano con “Tony Coglione”. Si tratta di uno scarto che, lo ripeto, non è di ordine estetico ma di ordine etico (ed euristico, aggiungerei, ed epistemologico).
Se Celestini tenta – dal mio punto di vista sbrigativamente e forse, senza volerlo, facendo suo un codice riduttivo che appartiene più che altro a ciò che Celestini dovrebbe sentire come culturalmente antipodico (del resto è anche attraverso Berlusconi che siamo oggi approdati a una grammatica espressiva angusta basata su una logica binaria e oppositiva, vale a dire a un pensiero del mondo che conosce soltanto contrapposizioni frontali tra blocchi monoliticamente e antropologicamente opposti); se Celestini tenta, dicevo, di costruire comunque una forma, questo per me è un presupposto di civiltà al quale attenersi. Perché nel contrasto tra le diverse formalizzazioni, e dunque tra i diversi significati che a quelle formalizzazioni si affidano per essere veicolati, consiste un principio culturale e civile praticabile.
Se La Russa – secondo una coazione a ripetere sempre lo stesso schema che in questi anni ha al contempo appreso e insegnato – non fa altro che sottrarre senso al tentativo di formalizzare, se si pone spontaneamente al di fuori di uno spazio dialettico preoccupandosi soltanto di far implodere in se stesso un intero strumentario delegittimandolo, allora penso che questo comportamento corrisponda a un disinnescare il linguaggio, dunque a rinunciare allo strumento fondamentale tramite cui, soprattutto adesso, agire il conflitto.
La Russa chiude il suo commento domandandosi retoricamente se si può dire (mafioso a Berlusconi e coglione a Celestini).
Si può dire, ripete più di una volta, compiaciuto di essersi appropriato di una libertà che sembrerebbe spettargli a partire dalla constatazione che essendo dotato di un apparato fonatorio è nelle condizioni di dire, e non in virtù del fatto che il meccanismo della fonazione dovrebbe essere il veicolo di un sistema organizzato e possibilmente anche complesso di forme e significati. È un po’ come se nel godere sardonico di quel Si può dire La Russa stesse confondendo il fine – dire come tentativo di generare un senso in connessione o in conflitto con altri discorsi – con il mezzo – dire come possibilità determinata dall’esistenza di glottide palato denti e alveoli (in realtà nella ripetizione – Si può dire, si può dire – è come se La Russa si stesse progressivamente annettendo territori, o meglio è come se stesse progressivamente dissolvendo territori: per un attimo sembra addirittura che l’istinto ceda il posto a un’inedita consapevolezza e che La Russa scorga le potenzialità traumatiche del suo metodo: Si può dire è la formula magica dello sterminio).
Il problema – speriamo non irrisolvibile – è che non basta poter dire. A essere decisivo – per La Russa, per chiunque – è come dire. Attraverso quale forma.
Immaginando che l’invenzione di una forma sia il dispositivo al quale ci affidiamo per entrare in una dimensione che vogliamo sia, anche attraverso le caratteristiche del dispositivo medesimo, una dimensione politica.
Per il prepolitico continuano a essere sufficienti le battute.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
4 Commenti a “Si può dire. Un breve appunto
sul metodo La Russa”
  1. Mariateresa scrive:

    Ma finalmente non è più ministro!!!!Poi Celestini è un attore bravissimo e famoso e lui lo chiamava “quel vostro giornalista”….Ma non siete contenti che non dibbiamo più vedere sti ministri, lui Calderoli, la Bernini la Brambilla la Carfagna la Prestigiacomo? Io sì e pure molto!!!

  2. Stefania scrive:

    Notevole pezzo di saggistica, complimenti davvero.
    Solo mi chiedo se non sia sovrainterpretare l’inciviltà fascista dell’inqualificabile uomo politico.

  3. Larry Massino scrive:

    Bisogna essere tutti stracontenti per il fatto che certi brutti ceffi sono adesso in seconda e terza linea (e possono anche retrocedere fino a sparire, se non ci si mettono gli indignati, alla spagnola, a respingerli al governo). Ma lo stesso bisogna ammettere che la satira di Celestini è di modesto profilo, a volte livorosa, per assurdo più favorevole che contraria alla volgarità che intenderebbe voler combattere. Bisogna finalmente cominciare a discutere circa gli effetti profondi della satira, che è una pratica teatral letteraria non nobilissima, sopra di tutto se adoperata di pancia, senza tener conto dei suoi cervellotici sviluppi in epoca moderna, mi riferisco a Swift, Twain, Hasek ecc, che i potenti li prendevano per il culo di rimbalzo, a volte finanche applaudendo (così facevano pure Tognazzi & Vianello)…

    Vorrei anche dire che la satira, in teatro, non ha ragione di esistere, se non per ragioni commerciali di rimbalzo dagli schermi televisivi (i satirici puri, in teatro, fanno ridere poco). Oggi, per capirsi bene, il canone della satira – parola che vuol dir più o meno minestrone, cioè a dire, per quanto ci riguarda, una roba fatta con gli avanzi di linguaggio – è quello ignobile di Striscia la notizia; satira, per il pubblico giovane, che è quello che conta, la fa Birignao… no gli umoristi più dotati come Corrado Guzzanti o Maurizio Milani… Né tanto più, artisticamente parlando, l’unico vero comico disponibile su piazza, Antonio Rezza.

  4. Marco scrive:

    In democrazia ognuno è libero di rischiare la querela come meglio crede. Bella scrittura.

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