Foto am 02.06.19 um 21.31

Come si scrive un diario. Prima lezione a pagamento.

di Marco Mantello

Le magliette dei miei compagni di scuola
erano giallo-verdi come le linee d`erba
e gli sciroppi per il mal di gola
In genere dopo gli autogol perfetti
prendevano in moglie una liceale
nel quartiere sotto casa del genitori
si incontravano sullo stesso piazzale
scambiando corsi di inglese e polizze
con gli orari di rientro dopo la pizza
Le ginocchia scrocchiavano ancora
assieme al grido della lavatrice
e tutta l`erba era rasata a zero
e solo il mutuo era muto e sordo
ai cartellini dell`uomo nero
L`acqua azzurra restava nella borraccia
e il gran livido sul parabrezza, come un ricordo,
di quando andavano a votare o al mare
sognando l`arbitra-allenatrice e poi
poi iniziavano piano a invecchiare
mantenendo la giovinezza in faccia,
scudiero e re, il caposcorta e il vice…

***

Il mio corpo non si è mai visto
e pure il sangue non è mai esistito
come essere umano funziono
e come cristo sono un fallito
quando grido che li perdono
Il Critone si è fatto aceto
il Fedone si è fuso a Maia
il Katechòn tiene gli occhi al cielo
e chiunque può nascere dall`idea
che una cravatta non vale un velo.
Il progetto non c ´è,
e se c´era non si è capito
nessuna bocca è rimasto aperta
nessun silenzio è rimasto muto
l`originale sarà una copia
degli occhi in marmo di uno sconosciuto
su piazza Martiri dell`Etiopia
e adesso dormo perché ho bevuto

***

Sull`ignavia

L`ignavo di oggi è un altruista fallito. L`ignavia non è più o soltanto un non fare né il bene né il male del prossimo, ma un egoismo incentivato dalle vittime, il mero riflesso di un bene per sé stessi che nasce e si sviluppa altrove, e che coincide con l´abitudine, il calcolo, la passività, la stanchezza del proprio mondo e la meccanica delle sue regole. La intendo in due modi diversi: come convivenza pacifica in un contesto di potere e come atteggiamento di potere davanti agli sconfitti. Essere ignavi oggi come oggi è innanzitutto una situazione di equilibrio fra pari, un vincolo di reciprocità. Nella seconda forma, sempre passiva, l´ignavia postula invece la rottura del paritetico rapporto di reciproca ignavia con l`amico, il competitor, il collega, il nemico. L`ignavia come atteggiamento di potere è il risultato del disconoscimento dell`avversario sconfitto nella competizione, preteso dalla vittima stessa. Questa rottura si percepisce non appena la vittima e lo sconfitto di turno attivano la passività dell`ignavo con una richiesta di aiuto, stimolandone i “mi dispiace”, l`empatia da terzo incolpevole e estraneo alla lotta. Un cadavere scorre sul fiume, ma l´ignavo non è tenuto a saperlo o a vedere, perché a un tratto è il cadavere stesso a passargli davanti agli occhi e imporre la sua visione, l`ignavo se lo trova semplicemente lì, sa solo che quel cadavere non è il suo, ma ora deve vederlo, deve toccarne il corpo, deve non sentirne il respiro, non può sottrarsi dal lasciarlo passare, a volte il cadavere sembra ridestarsi e dirgli: “Spingimi via per favore”. Davvero qui non ci sono mosconi che tengano, l`ignavo non è un mediocre o un non schierato (tifa per sé stesso in fondo, e non vive in un guado), il non ti curar di lor ma guarda e passa non si riferisce a lui ma al suo prossimo relegato nell`antinferno, l´indifferenza diviene un carico da novanta che l`empatico ignavo adempie a comando per vivere in santa pace. Egli è obbligato a prendere, e a non prendersi cura degli altri, ma solo se sono gli altri a conferirgli questa posizione di dominio passivo. E alla fine è l´unico che ha mangiato, il solo con lo stomaco pieno.

***

Sono tempi maledetti
questi tempi passati a cercare
notti bianche da falene
volteggiare su scale e muretti
ripetendosi che nascere conviene
Se poeti ci dovessero chiamare
noi vivremo comunque braccati
da minuscoli e letali mecenati
sorelline e cuginetti
degli amori abusati
finché i cuori diventano letti.
Come fossero loro
queste rime riscosse alla fine
del nostro inutile lavoro
che maestri devoti al mattino
scruteranno con gli occhi socchiusi
chi versando l’inchiostro più rosso
sopra al foglio da lacrime mosso
chi nel sonno agitando le mani
sulle orme di un altro destino.
E scriveranno tutti Bene
Oppure: Benino

***

Accelerazione e Risonanza: il solito uomo in rivolta middle-class che cerca di scendere a patti con la sottrazione sociale del tempo libero e ci dice che tutto quello di cui abbiamo bisogno è riscoprire la campagna, l`amore, la visione degli uccellini in fuga da queste immagini che invecchiano in pochi attimi e diventano già la giovinezza di qualcun altro.

***

Peter Pan e il Pun

Una delle figure retoriche più difficili da controllare quando si scrivono versi è la paronomasia o pun. Abusata nelle canzonette, sanremese, produce spesso nei lettori la riduzione sprezzante di una poesia a mero gioco di parole o di significati se restituita ai versi. Talora confina con l`allitterazione, ma è diversa, la sua invadenza fa franare la famigerata lirica nel fine a sé stesso, quando chi scrive è trainato e dominato da un mero effetto estetizzante, dovuto all`accostamento di parole simili, o dall`uso fuori contesto del loro significato, che si fa multiplo e contemporaneo. Una stessa frase può significare più cose allo stesso tempo. Il fatto che un raggio di parole infettate dalla paronomasia assuma sincronicamente significati o sensi diversi, multipli, può distruggere una poesia, derubricarla a qualcosa di basso. C`é un certo razzismo quando si parla di paronomasia, e così si perdono di vista gli usi controllati della figura retorica, quando il fine non è il gioco di parole in sé, o il mero accostamento di sillabe da poetese, o il doppio senso da barzelletta, ma l´espressione di un contenuto, di uno stato d´animo, di una caratterizzazione del verso o della voce narrante, in un contesto che assimila il pun a qualsiasi altra possibile forma espressiva, o a uno stile. Così il pun si normalizza, non è buono né cattivo, la sua invadenza è azzerata. Un buon esempio in questo incipit di Simone Consorti, qui l`effetto è comico, affonda Leopardi e Catullo nei genitali maschili e femminili, persi fra “passero” e “passerà”. In più rispetto al pun classico, c´é una parola invisibile e implicita fra le due espresse, la parola “passera” è prodotta dalla lettura degli ultimi due versi.

D’ in sulla vetta d’ una torretta
Visionario, solitario stai
Passero che sogni ben altra vetta
Passero che non ti passerà mai

***
Guardiani danteschi

Catone Uticense ridotto a chiedere i passaporti per il Purgatorio a due forestieri che vengono dall`Inferno, e poi a incolonnare anime sulla spiaggia incolpandole di lentezza, è una figura piatta e banale di umanità, la sua storia di suicidio, anticesarismo, paganesimo, è azzerata e presupposta nello svolgimento della funzione, tutto quello che viene fatto da questa figura è verificare se Dante e Virgilio sono autorizzati a essere ai piedi della montagna, è vagliare l´argomento Beatrice col timbro della sua barba bianca, perfino gli accenni a Marzia sono ignorati dal funzionario di dio. Bene, è tutto in regola, avete diritto di essere dove siete. Però al tuo amico lavagli la faccia prima di proseguire.

***

Nella casa degli albatri stanchi

si respira una polvere strana
i capelli e i lampadari sono bianchi
e li lavano sei volte a settimana.
Ora brillano sui teschi
degli ospiti tedeschi
sulle alte scrivanie, sugli scalini
e sui piccoli sgabelli lì di fronte
due gemelli trovati a Oristano
che ti abbassano comunque la statura
ed impongono agli squatter di restare
con i capelli in mano.
Messi all’angolo fra il muro
e un gran legno che batte le ore
ritornati da poco in città
rallentati da una vecchia cicatrice
o in attesa di pentirsi
della loro unicità
io spegnevo candele e lumi
con un’aria vendicatrice
dalle ceneri del mio al di là
e davo del voi a tutti

***

“You, Doctor Martin, walk
from breakfast to madness.”

Ideale per pubblicizzare una marca di scarpe, snello e agevole come la disperazione, e del tutto glabro nell`evocare una situazione come il camminare e allo stesso tempo nel configurarla come un imperativo del quotidiano che conduce dritti alla pazzia, questo incipit di Anne Sexton mi fa riflettere ancora su come penso vadano usati i procedimenti stilistici e le figure retoriche in una poesia. E come a proposito del pun, si tratta di usi sostanziali delle forme. Qui l`enjambement non svolge in modo primario una funzione ritmica di scavalcamento della finitezza del primo verso e di continuità con il successivo, l´effetto ritmico che chiamerei di continuità ha già come oggetto simultaneo il camminare, il passaggio del tempo, il tracollo da un´azione quotidiana che dà inizio alla giornata a uno stato mentale che la deve concludere, e il tutto è contenuto, trattenuto, anticipato già nelle virgole entro cui si colloca il Doctor Martin, e che separano “You” da “Walk” . Bello no? Speriamo non ci siano pubblicitari in giro.

***

Es

E poi senza badare alla carnagione
cominciarono tutti a spararsi in famiglia
e a seppellirsi fra le mura amiche
mentre il vino rientrava nella bottiglia
e la canna si riprendeva il fumo
le statistiche sulla diminuzione
dei furti in casa e delle formiche
furono estese all`usufrutto
dopo uno sparo che precedeva il rutto

***

I miei racconti preferiti sono gli unici che ricordo

Ultimo giorno d`estate
Il non veduto
Infanzia di un capo

Poi c`era quello solito di Salinger che conoscono tutti con telefonata fra madre e figlia e uno di Hemingway, quello dei due camerieri che fingono di fare la corrida con le sedie e i coltelli da cucina, e uno di Kafka di cui ricordo solo il titolo e la scena finale dopo la trasformazione. Di poesie preferite non ne ho, ho qualche verso in testa, ne sono rimasti una ventina in tutto.

The glacier knocks on the cupboard
The desert sighs in the bed
and the crack in the tea cup open
a lane to the land of the dead

Non riesco a capire se la mia mente è diventata una cosa semplice o una cosa vuota, da riempire di fotografie, quelle migliaia di pagine lette e bruciate nel gran falò della memoria, che ho trasferito su una sorta di Server Originario. Una memoria fatta di cose dimenticate, di sottolineature che ritrovo su libri che pensavo di non aver mai letto, di glosse a frasi di cui riconosco solo la grafia, di pensieri che non ricordavo di avere avuto, di sogni che mi parevano intelligenti.

***
L`uccisione di Isacco

Vorrei essere un fabbro ferraio
per forgiare catene ed un paio
di lame affilate e colpire
tutto questo pollame e la tua
svogliatissima prosa volgare
Vorrei prendere e considerare
l´assoluta mancanza di prove
come un film con effetto speciale
dove tu l´antagonista
hai vissuto bevendo cicuta
hai voluto soltanto la pace
educando i miei figli nel nome
di una legge che mi è sconosciuta
Ma dove io senza una terra,
terrorista e mi dispiace
se ogni tanto facevo a parole
perché ritornasse la guerra
e questo lo chiamo dolore
La mia bocca non è sulla scia
di una stella che brilla a ponente
Per uccidere il mio presidente
come Davide miro a Golia
all´altezza del cranio ma piano
Perché cazzo il mio paese
sembra come un gigante
sulle spalle di un nano
e forse io da israeliano

***
e forse io, da italiano…

 

 

Aggiungi un commento