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Come si sta al mondo: conversazione con Davide Martirani

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Conosco Davide Martirani da molti anni. Dunque, conoscevo già il suo talento, la sua profonda cultura letteraria.

Avevo già letto alcune prove precedenti (dei brevi, calibratissimi racconti), avevamo addirittura insieme tentato (assieme ad Alessandro Caroni) esperimenti di scrittura collettiva.

Eppure devo dire che questo romanzo d’esordio mi ha comunque colpito. Nel risvolto dell’edizione Quodlibet è sfacciatamente dichiarato: che il libro è scritto in “maniera magistrale”. Sembra davvero un rilievo enfatico, inopportuno, neppure sulla quarta di copertina dell’ À la recherche du temps perdu si osa tanto: sembra, soprattutto, una sparata in contrasto con l’attitudine sobria e pacata dell’autore.

Ebbene, a lettura conclusa posso affermare serenamente che non si tratta di pubblicità ingannevole.

Nel libro ci sono alcune pagine di alta letteratura, in grado di conciliare la rappresentazione del grigiore del quotidiano con una grande abilità di trasfigurazione visionaria. Uno sguardo, tra il grottesco e il soprannaturale, a cui siamo in realtà abituati nella contemporaneità. La trasfigurazione del quotidiano non è certo inedita: da Kafka a Flanney O’ Connor in letteratura, da Ionesco a Carmelo Bene a teatro, da Roman Polanski a David Lynch al cinema.

Nonostante questa paradossale familiarità collettiva con l’unheimlich, Martirani riesce a essere originale e convincente. Soprattutto, è apprezzabile come nella sua prosa riesca ad essere raffinato nella sobrietà: la narrazione è di grande pregio letterario ma può essere compresa da chiunque.

Nelle pagine di Come si sta al mondo è sedimentata una grande conoscenza letteraria (ed una vasta esperienza di lettore e editor). Oltre alla passione per la lettere, trapela la conoscenza tecnica dei meccanismi della narrazione e un non recente lavorìo sullo stile. Dal punto di vista della riflessione, è riconoscibile la frequentazione filosofica di pensatori cruciali come Simone Weil e Carlo Michelstaedter (su cui Martirani scrisse una pregevole tesi di laurea). Per chi come me conosce bene il cotè di letture su cui si è formato Martirani (la nostra biblioteca è per molti versi interscambiabile) è anche facile riconoscere l’Intarsio di citazioni disseminate con occulta sprezzatura nel testo, una serie di allusioni colte che attraversano la cultura classica (echi leopardiani), il rock (citazioni cifrate da Bob Dylan) e l’enciclopedismo trash (parafrasi da Richard Benson).

Ma, al di là di questa erudita stratificazione di rimandi, il romanzo può essere letto con pieno godimento estetico da qualsiasi fascia di pubblico.

Martirani riesce a parlare dello squallore della realtà quotidiana, della cronaca squallida e violenta che invade le nostre esistenze con un doppio registro: da un lato un’attenzione maniacale ai dettagli quasi da scrittore verista (benché nel romanzo i luoghi non siano indicati, per situare la narrazione in una dimensione interiore e ulteriore, chi è romano può riconoscere perfettamente una fermata dell’autobus di Monteverde o il sottopassaggio tra Via Giolitti e Via Marsala); dall’altro, questa capacità già evocata di trasfigurazione quasi onirica, priva però di compiacimenti barocchi, di derive orrorifiche. Martirani riesce a conciliare i due piani senza stridore, con una forte consapevolezza simbolica (in senso etimologico): come in un’allegoria medievale, la narrazione procede per visibilia ad invisibilia.

Attraverso la superficie fenomenica del grigiore quotidano affiora la presenza di una dimensione interiore, non metafisica: può essere infatti una proiezione psichica, un’illusione allucinatoria, un rovesciamento paradossale. Come chiarito in un’intervista su Fahrenheit il libro non parla di religione in senso dogmatico, ma parla dei demoni che ognuno di noi ha dentro, mostra come nella più piatta e monotona delle esistenze, nella più pesante quotidianità in realtà possa accadere, come diceva Schopenhauer, il Giudizio Universale ogni giorno.

Ma qualè il tema del libro? La storia di una ragazza semplice, una badante dell’Europa orientale,  di nome Maria, che si prende cura di un’anziana italiana. E parla con il Diavolo.

In un’altra intervista Martirani dice che “Il Diavolo nasce da un evento traumatico, ma questo evento traumatico è la scoperta del mondo. Quello che il diavolo rappresenta, per come la vedo io, è il dilemma morale che il fatto stesso di essere al mondo pone a qualsiasi essere umano. E in questo senso la vita di Maria è un continuo eludere, un continuo nascondersi da questo tipo di domanda, salvo poi vedere che non è possibile farlo perché questa domanda continua a insinuarsi nelle pieghe della sua roccaforte”.

Nella nostra conversazione abbiamo affrontato alcuni temi fondamentali del libro.

Forse perché ti conosco e abbiamo avuto un percorso di formazione affine, ma in primo luogo ho riconosciuto dei richiami non esplicitati al pensiero di Simone Weil, Michelstaedter e Camus.

Mi fa piacere che tu abbia ritrovato delle cose che io pensavo di aver ben nascosto. Devo dire che, essendo il mio primo romanzo, questo libro non è stato pianificato, è venuto fuori in modo organico.

Eppure, è scritto con uno stile già fortemente riconoscibile.

Grazie, sono contento i primi lettori abbiano percepito comunque un senso di compattezza. Non perché le due cose si escludano, ma chiaramente il rischio c’era. Il libro nasce in maniera progressiva. Da un nucleo di un racconto che avevo cominciato a scrivere 6-7 anni fa. L’unica cosa che sapevo è che volevo scrivere di una ragazza che parlava col Diavolo. Perché io volessi raccontare questa cosa non mi era chiaro. Però sentivo che c’era qualcosa che andava seguito, in questa idea. Piano piano si sono definite le coordinate che poi hanno portato a questo personaggio e a questa storia. Vedendolo adesso, retrospettivamente, capisco cos’era che mi aveva attratto in questa idea. Se vogliamo considerare l’opera di scrittura come una sorta di caccia, penso che i proventi di questa caccia siano stati positivi.

Per quanto il libro faccia emergere una personalità autoriale già matura, ci sono delle influenze riconoscibili, forse più cinematografiche che letterarie. L’immaginario evoca più Lynch, anche se si ritrova l’assurdità kafkiana e certe atmosfere di Flannery O’Connor. Ci sono influenze di cui magari ti sei accorto dopo? A volte accade che determinate letture diventino un patrimonio inconscio che affiora senza che ce ne accorgiamo nel momento della stesura. Magari memorie inconsapevoli di pagine lette quindici anni prima di cui uno si rende conto solo in seguito.

Per prima cosa ti ringrazio dei nomi citati che sono molto pesanti. Posso dire che non ho avuto intenzione di mettere in campo nulla di programmatico. Chiaramente, visto le tematiche trattate, posso capire che sia naturale far riferimento ad autori che hanno trattato tematiche simili: la Colpa, la Grazia, l’Esistenza…del resto, si chiama Come si sta al mondo. Il tema esistenziale c’è. Devo dire però che mi sono stupito rileggendo però, un paio di mesi fa, un racconto di Joseph Roth, nella raccolta Il mercante di coralli, che si chiama Lo specchio cieco. Un racconto particolare che parla di una ragazzina che cresce e che viene sedotta e abbandonata, secondo lo schema tipico di quell’epoca. Il racconto è scritto con uno stile espressionista, con una sorta di ferocia che a volte è lirica e a volte è sadica, violenta. E ci ho ritrovato tanto del personaggio di Maria, anche se avevo completamente rimosso quel racconto letto quindici anni fa.

Ci ho preso!

Esatto! Diciamo che questa deformazione nel prendere gli aspetti quotidiani, triviali e anche squallidi e torcerli fino a dargli un significao diverso, probabilmente ha il suo radicamento in quel periodo in cui nasce poi l’Espressionismo.

In quel periodo, poi, la Finis Austriae, gli autori come Roth e Zweig, che coglievano la fine di quel mondo incantato, in qualche modo vedevano il Diavolo: Munch lo ha fatto in maniera più esplicita, ma molti intravedevano nella decadenza di quella grazia smarrita della Grande Vienna che stava per sorgere qualcosa di letteralmente demoniaco.

Esattamente.

C’è spesso nei tuoi racconti l’elemento dell’inazione, della contemplazione e dell’inettitudine, tema novecentesco per definizione, che però tu declini sempre nella non reazione nei confronti del Male.

Sicuramente, l’elemento dell’inazione c’è. Mi sembra plausibile essere agiti più che agire. In questo caso, è un personaggio che avverte fuori da sé qualcosa che legittimamente si può indicare come una parte di lei. Lo rifiuta al punto di reificarlo, da renderlo qualcosa di esterno.

Questa è l’interpretazione corretta della trama?

No. Forse è la più plausibile, ma non ho la risposta.

Forse perché tu ti sei comportato come il tuo personaggio, intendo nella creazione di Come si sta al mondo….

In un certo senso sì, è vero. In fondo, è un po’ così che le cose avvengono.  Uno si illude di pianificarle, controllarle ma in realtà credo esista più un essere agiti da qualcosa che possiamo ritenere esterno, superiore o inferiore, o addirittura la manifestazione di qualcosa di interiore. Tu citi casi estremi di manifestazione del male, certo, anche nel libro ci sono momenti di violenza. Ma ciò che più mi interessa è mostrare come anche le situazioni più banali e quotidiane possano avere la stessa carica di violenza, l’effetto dirompente di quelle più plateali.

Quanto tempo hai impiegato a scrivere il libro?

Come dicevo, nasce come nucleo nel 2011-2012, poi l’ho ripreso in mano qualche anno dopo, cominciando a pensare che potesse essere espanso come romanzo. Poi ho avuto una prima fase in cui avevo sbagliato il tiro: avevo cercato di renderlo una storia con tre personaggi, tre voci narranti che si susseguivano, quindi tre storie diverse che si intrecciavano: un casino tremendo. Una volta capito che quella direzione non funzionava, mi sono impuntato a seguire un personaggio principale. La prima redazione completa ha richiesto circa un anno. Poi si è trattato di rifinire le cose. Quando è andato poi al Premio Calvino era quasi nella sua forma attuale.

Trovo interessante come tu ti sia potuto ispirare a degli aspetti così occasionali della vita quotidiana e li abbia potuti trasfigurare in una narrazione completamente differente. Come hanno reagito i protagonisti trasfigurati?

In realtà di protagonisti proprio trasfigurati non ce ne sono.

O forse non lo sanno…

Non lo sanno, forse! No, è chiaro che uno raccatta e prende ciò che è intorno a lui. Sì è un po’ strano, per me per primo, il fatto di aver scelto questa figura peculiare, con questa collocazione sociale e se vogliamo anche nazionale: una straniera dell’Est Europa, anche se non si dice di dove, ma si intuisce. Credo che questo sia venuto in maniera naturale, perché il personaggio che io avevo in mente, si calava bene in quel tipo di stampo, cioè non poteva essere un personaggio troppo dentro al fluire della vita. Doveva essere per forza marginale. E penso di essere stato probabilmente colpito da quest’idea di giovane ragazza, che fa un lavoro del genere. Quindi il contrasto tra l’esuberanza della giovinezza e il fatto di essere costantemente legata a una realtà di vecchiaia e di tutte le frustrazioni che può incontrare. Quindi in qualche modo si è incarnato nel romanzo in maniera abbastanza fluida.

Nella bella intervista su Farheneit, si parlava del tema religioso e tu hai ben distinto dicendo che il tuo non è un libro religioso, nel senso confessionale, dalle tematiche teologiche, bensì una proiezione psichica che le radici nella cultura d’origine della persona. Però comunque è un libro in cui l’azione è nella psiche della protagonista. Vuoi esplorare questa differenza semantica?

Anche questa tematica è particolare che sia venuta fuori, perché io non ho nessuna formazione religiosa, in senso propriamente detto, nè avevo intenzione di scrivere un libro su questo tema. Probabilmente, in questo caso è stata la forma che socialmente era più adatta a incarnare questo tema. Questo tema poi qual è alla fine? È questo conflitto, come ho detto, tra il desiderio e la censura (o autocensura). Io vorrei che fosse in qualche modo visto come una sorta di indagine sulla natura, non distruttiva, ma scardinante del desiderio. Perché quello che fa la protagonista è semplicemente cercare di mettere un coperchio su questa cosa fino alla fine. E chiaramente questo coperchio comincia a cedere, comincia a mostrare delle crepe e quindi comincia ad andare male, sostanzialmente. E su questo penso che il finale, senza rovinarlo ai più, possa dare questo senso di doppia sconfitta, perché se da una parte il Diavolo viene sconfitto, dall’altra c’è la sconfitta anche della protagonista. Quindi, se si legge ciò da un punto di vista strettamente religioso sì, non è un libro che fa un buon servizio al Cristianesimo, in questo caso.

In questo senso il diavolo può essere un po’ l’Ombra junghiana, che lei reprime fino a diventare una possessione incontrollabile. E in questo senso c’è una grande sapienza psicologica, secondo me, nel libro. Anche Pascal diceva “L’uomo non è né un angelo né una bestia, e purtroppo, quando vuol fare l’angelo, finisce per fare la bestia”. Abbiamo citato Simone Weil perché questi sono temi che lei viveva nella propria carne e un filosofo che mi è venuto in mente sempre per questo tema della spina nelle carni, della colpa è Kierkegaard. Non so se è  un tuo riferimento diretto, però c’è molto il senso di una colpa opprimente e un rapporto problematico con la Grazia.

Sì, non è un mio riferimento diretto, nel senso che la mia conoscenza di Kierkegaard non è sufficiente  per poterlo definire tale, però diciamo che ci stiamo aggirando su temi che sono questi.  Un po’ mi spiace, perché quello che stiamo dicendo suona un po’ troppo programmato, come se mi fossi messo a tavolino, dicendo “adesso scrivo un libro su questo tema”, invece è una cosa che posso dire a posteriori, ovviamente avendolo letto e riletto e rivisto, come se fosse un oggetto esterno. Ma in realtà tutto questo era in fase di scrittura. Certo, strada facendo si è definito qualcosa, ma si è definito come qualcosa che uno vive come una sorta di trance. Tutti questi temi che abbiamo detto sono temi che sono poi emersi anche per me ad una rilettura, ad un secondo confronto col testo, non direttamente.  Quindi, ecco, il fatto che poi si possano ricavare penso che sia giusto, perché sono temi che chiaramente mi hanno occupato e impegnato più o meno consciamente da sempre, però ci tengo a dire che non era tale lo scopo e non era qualcosa che ho fatto in maniera programmata.

Ultima domanda di rito: hai nuovi progetti? Sei sazio della tua ispirazione? Vuoi proseguire su questo filone?

Diciamo, questo filone, se lo vogliamo chiamare così, si esaurisce qui, perché Come si sta al mondo, almeno per me, è un libro che chiude un problema. Poi, sto finendo di scrivere una cosa che ha più o meno lo stesso respiro di Come si sta al mondo e che ha alcuni temi che si intersecano con quelli già affrontati, però forse in maniera un po’ più aperta. Cioè questo è un libro, per certi versi, estremamente chiuso, cioè è la storia di una chiusura che appunto si tende in tutti i modi a mantenere e che poi viene compromessa e vanificata. È una cosa sulla quale non penso abbia più senso insistere. Quindi quello che sto scrivendo, pur partendo da atmosfere e problematiche simili, lo apre a una maggiore dialettica col mondo.

Adriano Ercolani è nato a Roma il 15 giugno 1979. Appena ventenne, ha avuto il piacere di collaborare con Giovanni Casoli nell’antologia Novecento Letterario Italiano e Europeo. Si occupo di arte e cultura, in varie forme dalla letteratura alla musica classica e contemporanea, dal cinema ai fumetti, dalla filosofia occidentale a quella orientale. Tra i suoi Lari, indicherei Dante, Mozart, William Blake, Bob Dylan, Charles Baudelaire, Carmelo Bene, Andrej Tarkovskij e G.K. Chesterton. È vicepresidente dell’associazione di volontariato InnerPeace, che diffonde gratuitamente la meditazione, come messaggio di pace, nelle scuole e nei campi profughi di tutto il mondo, dalla Giordania al Benin, dal Libano a Scampia.
Nel suo blog spezzandolemanettedellamente riversa furiosamente più di vent’anni di ricerca intellettuale. Tra le sue collaborazioni: Linkiesta, la Repubblica, Repubblica-XL, Fumettologica e ilfattoquotidiano.it.
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