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Perché da anni Walter Veltroni ci vuole prigionieri del suo sogno preadolescenziale, e perché noi ci facciamo ingabbiare?

di Christian Raimo

1.

Walter Veltroni ha pubblicato da poco per Rizzoli il suo quinto romanzo, Ciao, ed è dedicato all’elaborazione del lutto per la morte di Vittorio Veltroni, suo padre, giornalista e giovane dirigente della Rai degli anni sessanta, morto a 37 anni quando Walter ne aveva poco più di uno.

In realtà non si dovrebbe parlare di un romanzo, ma piuttosto di un testo di non-fiction – il tono è quella di una confessione, in cui si mescolano riflessioni estemporanee, aneddoti, e poi in maniera abbastanza ardita dei pezzi di invenzione, in cui il padre Vittorio – come se non fosse morto – viene a trovare il figlio: “Ciao” è appunto la prima parola che gli rivolge.

Come tutti gli altri libri di Veltroni, anche questo è scritto in maniera piuttosto sciatta, antiletteraria. Lo stile è spesso quello di una mail di una persona mediamente colta, che produce purtroppo un’aggressiva sensazione di kitsch perché continuamente aspira a essere alto, attraverso una quantità smodata di citazioni, osservazioni sociologiche abbastanza banali, metafore non azzeccate, lessico finto-aulico.

Ecco un esempio qualunque, proprio all’inizio:

Gli uomini lasciati da soli, o forse io in particolare, sono una catastrofe. Stracchino, prosciutto, dolci confezionati, meglio se facili da scartare. Al massimo una botta di alta cucina con i “Quattro salti in padella”, un primo surgelato da preparare in pochi minuti. L’occhio in queste situazioni deve sempre andare alla data di scadenza stampata sulle buste dei cibi reperiti nel frigorifero. Può capitare altrimenti di mangiare uova di quando c’era Fanfani al governo. E di trovarle buone.

Il libro va avanti così: alle volte sembrano degli appunti ricopiati e poco rivisti, alle volte una sbobinatura non editata. Come capita negli scritti amatoriali: anche in Ciao invece di descrivere, si commenta; ci sono registri lessicali che non s’integrano, (vedi sopra, l’uso di “reperiti”), colloquialismi (vedi “una botta di”), giornalese, un indicativo pervasivo, l’assenza quasi totale di ipotassi (il punto e virgola non si trova praticamente mai), l’accostamento di aggettivi sinonimi (“la morte arrivò rapida e improvvisa”), una punteggiatura usata molto spesso con eccesso – punti a spezzare e ripetere, sempre in modo enfatico – e per produrre effettacci (a distanza di poche righe, a pag. 24-25 abbiamo per esempio: “Da piccolo l’ho immaginata molte volte, questa scena” e “Oggi potrebbe essere mio figlio, mio padre”); l’assenza quasi totale di subordinate; e moltissime osservazioni che, purtroppo per l’autore che cerca l’intensità, risultano farraginose e appunto kitsch:

Il parco dei Daini è una enclave nell’incantevole sistema di Villa Borghese. Il più bel parco del mondo, con la sua forma di cuore. […] In quale frammento di mondo si può trovare, concentrata, tanta bellezza? E tanta diversità, che della bellezza è garanzia?

Un’altra costante di tutta la scrittura veltroniana è l’omaggio ai grandi artisti: quelli chiamati in causa sono magnifici, geniali, i miei preferiti, grandi – il rapporto che Veltroni ha con gli scrittori, i registi, le ballerine, i musicisti è di confidenza (“una volta Martin Scorsese mi disse…”) e al tempo stesso di sudditanza psicologica, di fandom. E in generale i personaggi che ricorda se non sono formidabili sono strepitosi.

2.

Sembrerebbe ingiusto liquidare in modo così spietato il libro di un uomo che parla della sua esperienza di orfano precocissimo, del dolore dell’essere cresciuto senza una figura paterna, e lo fa con sincerità. E infatti, va detto, ci sono dei brani in cui Walter confessa la mancanza lacerante del padre, che – se li consideriamo privi di qualunque pretesa letteraria – ovviamente non possono non commuovere.

C’è una lunga poesia, a metà libro, che in cui vengono elencate le mille forme di nostalgia filiale:

Che ti facessi una fotografia con me, che poi la conservo
Che mi mettessi in guardia da qualcosa
Che mi chiedessi se ho la febbre
Che mi guardassi la pagella…

O momenti di autoanalisi molto intima:

Non ho mai sofferto per una punizione ingiusta, non ho mai conosciuto la voglia di liberarmi di protezioni che sembrano gabbie o di gabbie che sembrano protezioni. Non ho mai vissuto la rabbia sorda per libertà non concesse, non la frustrazione per aver deluso aspettative.

Walter Veltroni del resto ha parlato in tutti gli altri suoi testi di questa mancanza, trasfigurandola, in modo inconsapevole, in altre morti.
Tutti i suoi libri sono in pratica libri di lutti: dai desaparecidos di Senza Patricio, alle vittime dell’Heysel di Quando l’acrobata cade, entrano i clown, ad Alfredino Rampi nell’Inizio del buio, al jazzista Luca Flores nel Disco del mondo… Ed è lui stesso ad ammetterlo, in questo libro, che è stato sempre attratto dalle vite interrotte (“per volerle completare”).

Ma nell’universo veltroniano c’è di più – e lo si è capito bene, per esempio alla sua presentazione-evento a Roma (all’Auditorium qualche settimana fa con Massimo Gramellini, Giorgio Napolitano, Ezio Mauro e Monica Maggioni, più di 500 persone in un pubblico che comprendeva Massimo D’Alema, Maria Elena Boschi, Pippo Baudo, Gianni Letta, Pierferdinando Casini…). Dopo aver ricevuto le lodi sperticate degli autorevoli presentatori per un libro come abbiamo detto mediocre, Veltroni ha ricordato qual è l’esigenza che stia dietro la sua ambizione letteraria: il bisogno di affetto, a compensare una “paura di perdere ciò che amo. Una paura atavica, irrazionale”.

Per contrastare questa paura in ogni suo libro, compreso Ciao, Veltroni allestisce sempre una dimensione magica – mitico-nostalgica – in cui i morti ritornano, una storia alternativa in cui le tragedie non sono avvenute, un tempo immobile in cui tutto si ferma nel momento più felice, popolato da personaggi realmente esistiti nella cui testa però Veltroni entra per affibbiargli pensieri dolci e edificanti.

Che significato ha questa dimensione magica e atemporale? È un mondo in cui ci ritroviamo tutti e ci vogliamo bene.

Nell’Inizio del buio (il romanzo su Vermicino e il terrorismo) Veltroni cita la scena di uno dei suoi film culto, L’uomo dei sogni di Kevin Costner: la storia di un uomo a cui una voce dal cielo dice di costruire un campo da baseball. Lui obbedisce alla voce, e alla fine non solo vede comparire da un passato fantastico i giocatori di baseball di una squadra mitica, ma anche la folla degli spettatori, e infine suo padre. Come scrive Veltroni a pag. 107 dell’Inizio del buio: “Quel campo diviene il luogo in cui passato e presente si toccano, in cui realtà e desiderio si conoscono”.

Realtà e desiderio nell’immaginario veltroniano non si conoscono, ma si confondono, riscritti in una versione edulcorata, in cui ciò che manca sono sempre gli elementi negativi – che però molto spesso consistono nel il principio di realtà.

Tutto questo contrasto si chiarisce, forse, confrontando questo libro con uno qualunque dei grandi testi sul padre morto: da La coscienza di Zeno di Italo Svevo alla Lettera al padre di Franz Kafka per arrivare ai contemporanei – Patrimonio di Philip Roth, Lunar Park di Bret Easton Ellis, anche italiani, come La forza del passato di Sandro Veronesi, gli ultimi memoir di Valerio Magrelli (Geografia di un padre) e Edoardo Albinati (Vita e morte di un ingegnere), l’ultimo racconto di Veronesi in Baci scagliati altrove, eccetera.

In tutti questi testi la figura del padre è complessa, amata e detestata, penosa e gloriosa. Lo schiaffo che Zeno Cosini riceve poco prima della morte del padre fa il paio con la merda che ha Philip Roth deve pulire negli ultimi giorni della malattia di Hermann Roth (“avevo capito qual era il mio patrimonio”).

In Ciao la figura di Vittorio Veltroni invece non ha ombre, convessità, angoli acuminati: giovane, splendente, generoso, un santo. Così come il rapporto impossibile che Walter decide di mettere sulla pagina è un idillio, senza il minimo attrito. Al punto che anche la scena chiave in cui riceve il giudizio del padre fantasma (pag. 92) è questo dialogo apologetico:

“Posso chiederti una cosa? Non so se puoi dirmela…”
“Sei stato orgoglioso della mia vita? Di quello che ho fatto? Un po’ mi vergogno, ma per me è importante. Se mi hai visto, se sei stato con me, vorrei che tu fossi stato contento. Quello che sono riuscito a fare lo sai. All’inizio ho corso come un matto. […] Sono diventato direttore de ‘L’Unità’ a trentasette anni, l’età che avevi tu quando dirigevi il telegiornale. E quando sei andato via. Mamma non lo ha saputo, è morta tre mesi prima che mi insediassi. Penso che sarebbe stata contenta di avere in famiglia un altro ‘direttore’”
[…]
“Mi hai chiesto se sono stato fiero di te, ma io non ho il diritto di esserlo. L’orgoglio di un padre è in fondo una forma di egoismo, di narcisismo. Si è felici per gli obiettivi che raggiunge un figlio perché sono il risultato di insegnamenti, principi, regole e consigli dispensati per una vita”.

È strano che Massimo Recalcati non abbia riscontrato in questo romanzo come in tutta la poetica veltroniana una esemplificazione da manuale di quello che ha definito il complesso di Telemaco. Come novello figlio di Ulisse, Veltroni guarda costantemente il mare in attesa del ritorno di questo padre eccezionale, con il quale non ha mai potuto confrontarsi; e nell’assenza trasfigura in un paradiso perduto il tempo in cui il padre era presente.

Leggendo le pagine più personali di Ciao, ci viene raccontato come sia stata dura non aver avuto un padre che abbia rimproverato il piccolo Walter pur volendogli bene, mostrandogli come – insomma – anche nel conflitto ci può essere senso, relazione. E che rimuovere il conflitto vuol dire disconoscere le differenze e le soggettività (ecco dove nascono il buonismo e il ma anche).

3.

A questo punto forse è chiara la ragione per cui occorreva una disamina così articolata di questa specie di romanzo e della sua ricezione. Perché è chiaro che in quella dimensione mitico-magica, infantile, nostalgica (Veltroni parla insistentemente del valore della memoria e mai del valore della storia), priva di conflitto, questo scrittore-politico non ha voluto solo trasportare tutti i personaggi dei suoi romanzi, ma anche le persone in carne e ossa: coloro che leggono i suoi libri, che seguono le sue presentazioni, quelli che hanno votato il suo partito, quelli che l’hanno sostenuto quando era sindaco di Roma… Con loro, all’Auditorium di Roma per esempio per l’ennesima volta, non ha affrontato le sue sconfitte – l’aver abbandonato il ruolo di sindaco, e poi quella bruciante contro Berlusconi, una politica urbanistica su Roma fallimentare – e ha apparecchiato ancora una grande proiezione; in cui il male non esiste, ci dovremmo stringere tutti in un grande abbraccio, e arrenderci ancora una volta a dire che “il re è vestito”.

Questa grande proiezione emotiva, aconflittuale, regressiva, memorialistica, è stata una delle narrazioni egemoni della sinistra degli ultimi vent’anni. (“Per me la parola politica più importante per la politica”, ha chiosato Veltroni alla sua presentazione, “è sogno”).

Ecco: se lui non ci riesce, almeno noi da questo lunghissimo sogno preadolescenziale potremmo finalmente affrancarci.

[Qui ci sono altre analisi dei libri di Veltroni: La scoperta dell’alba; L’isola e le rose; L’inizio del buio; Quando l’acrobata cade, entrano i clown; La nuova stagione ]

Christian Raimo (1975) è nato a Roma, dove vive e insegna. Ha pubblicato per minimum fax le raccolte di racconti Latte (2001), Dov’eri tu quando le stelle del mattino gioivano in coro? (2004) e Le persone, soltanto le persone (2014). Insieme a Francesco Pacifico, Nicola Lagioia e Francesco Longo – sotto lo pseudonimo collettivo di Babette Factory – ha pubblicato il romanzo 2005 dopo Cristo (Einaudi Stile Libero, 2005). Ha anche scritto il libro per bambini La solita storia di animali? (Mup, 2006) illustrato dal collettivo Serpe in seno. È un redattore di minima&moralia e Internazionale. Nel 2012 ha pubblicato per Einaudi Il peso della grazia (Supercoralli) e nel 2015 Tranquillo prof, la richiamo io (L’Arcipelago). È fra gli autori di Figuracce (Einaudi Stile Libero 2014).
Commenti
17 Commenti a “Perché da anni Walter Veltroni ci vuole prigionieri del suo sogno preadolescenziale, e perché noi ci facciamo ingabbiare?”
  1. Lorenzo scrive:

    Geologia di un padre, Valerio Magrelli

  2. Lalo Cura scrive:

    “e perché noi ci facciamo ingabbiare?”

    noi chi?

  3. Emanuele scrive:

    Sull’aver “deluso aspettative” c’è da dire che – nei lunghi anni della sua esperienza politica – ha avuto modo di recuperare il terreno perduto.

  4. Sadness scrive:

    Tra 50 anni Veltroni sarà considerato il nuovo Kafka e tutte le invidie verranno sepolte dalla storia!

  5. nicola giosmin scrive:

    uno dei più perfetti e spettacolari articoli che abbia letto nell’ultimo decennio! sono (felicemente) basito…

  6. girolamo scrive:

    Christian, te lo dico col cuore in mano e Vai in Africa Celestino! di De Gregori in sottofondo: non puoi continuare a farti di WV, alla lunga la pagherai cara…

  7. Conrad scrive:

    eccezionale articolo: si capisce molto bene il perché a una fase auto-referenziale, velleitaria e autoassolutoria della sinistra italiana sia seguita l’ignominiosa simil-destra simil-blairiana alla Renzi, e di come il prodromo di Renzi a sinistra, compresi i suoi reiterati e imbarazzanti infantilismi lessicali stile “gufi” e “rosiconi”, sia stato proprio Veltroni

  8. adriano scrive:

    “ 25 marzo 1995 – In questi tempi coglioni / invece di un Veltro / ci tocca Veltroni “.

  9. Walt er Velt scrive:

    Cerco un gostraiter [*]. Ma anche un editor può bastarmi. Ma anche ‘na maestra elementare che mi spieghi sta faccenda de l’ipotassi (Raimo, che dubbi me fai venì, li potassi tua…).

    [*]: se scrive così?

  10. adriano scrive:

    ” Lunedì 23 dicembre 1996 – « Per esempio, avrebbe trovato da ridire – non sul tono, sinceramente commosso – ma sul tenore del commiato di Walter Veltroni: “ Si può voler bene a un fascio di luce? “. Beh, non esageriamo, avrebbe commentato Marcello. Un fascio di luce, io? Tutt’al più un raggio. Un raggino, un raggetto. Un raggiro. E qui si sarebbe messo a rifare qualche scena da I soliti ignoti. », scrive Beniamino Placido. E poi, scusi, « fascio » in che senso? “.

  11. SoloUnaTraccia scrive:

    Come sempre, in un pezzo contenente le parole Wa(l)ter Veltroni, la parte migliore sono i commenti.
    Denghiù.

  12. Bollo scrive:

    Bell’articolo! Chissà come mai il pensiero da Veltroni corre al campione della sinistra buonista catodica Fabio Fazio.

  13. Anne la Rouge scrive:

    che un individuo esplicitamente affetto da Sindrome di Stoccolma si chieda perché altri si facciano “ingabbiare” è un segno allegorico della nostra contemporaneità….

  14. Alessandro scrive:

    Veltroni ha il grande merito di scriversi i libri da solo, mentre tutti gli altri, giornalisti compresi, se li fanno scrivere.
    Casomai potrebbe farsi fare l’editing da qualcuno… ma anche qui, una mano appena pesante avrebbe snaturato il senso del libro. Libro che ho letto, e che mi ha fatto venir voglia di capire meglio chi fosse il padre di Veltroni.
    Anche io ho perso mio padre, forse per questo ho vissuto in profondità questa storia… l’autore di questo articolo forse ancora no. Allora capirà.

  15. Giulio scrive:

    La semplicità è una dote…
    Intanto si ripassi un po’ di storia che negli anni sessanta Veltroni non c’era più…per tanti (lei compreso) il passato è “anni sessanta”….siete superficiali, come superficiale è la sua brytta recensione..

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