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Trent’anni di “Siberia”

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Dal nostro archivio, un pezzo di Nicola Lagioia apparso su minima&moralia il 24 settembre 2013.

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Siberia, il primo disco dei Diaframma, viene ristampato in questi giorni in versione deluxe per festeggiare il trentennale della sua uscita (che, in pieno rispetto dello stile della band, risale in realtà al 1984).

Nel cofanetto, in edizione limitata, trovate lp originale in vinile, più cd dello stesso, registrazione inedita di un concerto tenuto a Modena il 4 gennaio 1985, booklet con foto e articoli d’epoca.

Amo da sempre i  Diaframma. Sono di conseguenza stato felice quando Federico Fiumani mi ha chiesto di scrivere un’introduzione da inserire nel libretto allegato alla ristampa.

Sono ancora più felice di constatare come il tempo abbia lavorato a favore di questa gemma del rock indipendente. Non è un caso se ad esempio una rivista mainstream come «Rolling Stone» ha inserito Siberia al settimo posto nella classifica dei 100 dischi italiani più grandi di tutti i tempi.

Ecco la mia introduzione.

di Nicola Lagioia

 

Se mi affaccio sul cratere scavato da Siberia mi vengono incontro – risalendo pressoché intatti, in una cupa bellezza che ricordo bene – almeno due miracoli.

Il primo, il più importante, riguarda il fatto che nell’Italia di allora potesse uscire un disco così meravigliosamente alieno quale fu l’esordio dei Diaframma. Il paese non lo meritava, eppure accadde. Erano gli anni, per intenderci, in cui a Sanremo trionfavano i Ricchi e Poveri quando non lo facevano Al Bano e Romina Power. Il riflusso viaggiava a pieno ritmo, l’estetica ne era contagiata. A un certo punto sembrava che l’unico occhio di bue sotto il quale valesse la pena spendersi fosse quello che vedeva broker e pubblicitari afflitti da buone trovate rifriggere ovvietà alle feste degli stilisti, mentre i loro fratelli minori con le Timberland ai piedi rodavano l’analfabetismo di ritorno che sarebbe diventato una slavina. Il demenziale involontario era spacciato per oro, e le magnifiche presenze che avrebbero potuto spezzare le catene dello strapaesano in salsa glamour (quei libri, dischi e film che facevano della bellezza la propria ragion d’essere) venivano temporaneamente messe fuori scena per far posto ai lustrini, ai grugniti, a quell’immane carrozzone di stupidità che furono gli anni Ottanta in Italia.

Così, contro ogni logica, dalla porta girevole di un luogo che i critici musicali ancora si ostinano a chiamare Firenze (mentre è ovvio, col beneficio della distanza si deve più razionalmente parlare di un varco spaziotemporale aperto su una Manchester simile a quella che aveva visto la nascita di Unknown Pleasures ma di fatto mai esistita, di una Berlino simile a quella di Low e tuttavia anch’essa frutto di fantasia, di una Mosca e di una Pietroburgo saltati a pié pari per andarsi a rifugiare sotto il freddo manto del più vero e immaginario tra i deserti europei) venne fuori questa cosa oscura, misteriosa, magnetica, incomprensibile, struggente, che con il tempo ci siamo educati a chiamare Siberia. Di fatto, un album che poteva giocarsela alla pari con il miglior post-punk prodotto oltreconfine. Un disco che, sempre a rigor di logica, non avrebbe dovuto esistere anche perché in Italia il concetto di rock era inscindibilmente legato a un aggettivo maledetto: “derivativo” – un peso che tuttavia Fiumani, Sassolini e i fratelli Chicchi non ebbero bisogno di scrollarsi di dosso visto che non se lo erano mai caricato sulle spalle. Le otto tracce di Siberia si tuffavano piuttosto bene nell’onda sulla quale viaggiavano New Order e Television,  Strangles e Bauhaus, e però – come prima e dopo è stato privilegio di pochi – riuscivano a non assomigliare oltre un certo margine di guardia a nessuno di loro.

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Il secondo miracolo (di più trascurabile importanza) riguarda invece la memoria personale. A distanza di trent’anni, in una città che era tra i trionfi di quel provincialismo (Bari, o perlomeno una certa Bari “ufficiale”, la cosiddetta “Milano del Sud”), in seno a una famiglia dove entravano a malapena i quotidiani, dentro una scuola dove il massimo dell’alternativo era Ho visto anche degli zingari felici di Claudio Lolli, continuo a domandarmi come sia stato possibile che io sia venuto in contatto con un disco come Siberia. Non esisteva internet, la stampa nazionale considerava difficilmente ricevibili perfino gruppi come gli Smiths (non era scoccata l’ora – dimenticabile – di Rank) e all’uomo della strada già sembravano troppo strani i Righeira. Figuriamoci se si fossero trovati soli in ascensore con Lydia Lunch. Qualcosa paradossalmente passava sulla tv di Stato (un’indimenticabile apparizione dei CCCP a D.O.C., gli stessi Diaframma invitati a Tandem su Rai2), ma io avevo poco tempo per la televisione. E quindi?

Voci catturate per caso durante una conversazione. Note musicali rubate da uno scantinato. Ragazze e ragazzi pedinati per la strada. Fanzine ciclostilate. Scritte sui muri (da “Love will tear us apart again” in via Capruzzi, a “Solo una terapia!” in piazza Cesare Battisti, a “Killing an Arab e vaffanculo” sempre in via Capruzzi,  a “coprirò il peso / di queste distanze” in via Turati). Ecco, in età analogica, le briciole di Pollicino (o non piuttosto la scia di un Bianconiglio metropolitano?) che bisognava seguire per entrare in un mondo completamente nuovo. Perché un altro mondo, del tutto alternativo rispetto a quello “ufficiale” (arrivavo a immaginare che lo fosse persino sul piano della microfisica), era possibile. Se ne avevi il desiderio, potevi entrarci.

Insomma, giacevamo soli e annoiati nelle nostre camerette mentre la radio trasmetteva la nuova hit di Claudio Baglioni – e poi, subito dopo, senza capire come, ci ritrovammo nel ventre di balena, in un locale buio e sotterraneo, circondati da coetanei vestiti in modo affascinante, cupi, intelligentissimi, ad ascoltare senza bisogno di discuterne (avendo già intuito che la parafrasi è la morte di ogni cosa preziosa) pezzi come “Amsterdam”, e a dialogare tra di noi telepaticamente – essendo la telepatia tornata inaspettatamente praticabile proprio in quel periodo, almeno fino a quando i Talking Heads non incisero Naked – così che l’ineffabilità della musica che ascoltavamo si ritrovasse totalmente rispecchiata in quella (parimenti cupa e tortuosa) dei nostri sentimenti.

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Erano anche gli anni durante i quali i cosiddetti uomini di cultura italiani non capivano assolutamente nulla di rock. E tuttavia, ne scrivevano. C’erano grandi discussioni inutili (per stile, argomenti, armamentario) sull’ipotesi che questo genere musicale avesse a che fare con la cultura. Gente che già allora maneggiava letteratura e cinema con quello stolido spirito accademico che è una buona scusa per la mancanza di talento, e, non gravando questo triste bagaglio (non lo avrebbe fatto neanche in seguito) sull’esercizio dell’opinionismo, licenziava corsivi stabilendo che in effetti no, la musica rock (che l’ignoranza riduceva sì e no a tre nomi – Beatles, Elvis Presley, Rolling Stones – e a quattro o cinque pezzi, tutti composti dai primi) non era ascrivibile a nulla di più profondo di una pozzanghera allargatasi sulla linea dei tempi che corrono. Tuttavia i veri uomini di cultura questi problemi se li ponevano eccome.

Per esempio Eric Hobsbawm, uno tra i più dotati storici della sua generazione, non solo l’arcifamoso autore del Secolo breve ma anche l’esperto di cinema, di jazz, di letteratura, l’uomo che leggeva e divulgava Alice Munro quando a Cambridge e Oxford non sapevano chi fosse, nel suo libro più noto (Il secolo breve, appunto), considerando un’ovvietà il fatto che un certo rock rappresenti nella seconda metà del Novecento un’importante forza culturale per una parte di mondo, arrivava a domandarsi con serietà (lo scrupolo dello studioso vero) se in certi casi non si potesse parlare addirittura di arte. Su questo Hobsbawm non scioglie la riserva – le canzoni sono ingannevoli, scrive, e potremmo essere tentati di apprezzarle oltre il dovuto per la loro stupefacente capacità di segnare il tempo in cui vengono alla luce. Se ad esempio nel 1977 un qualche ostacolo (meglio se un confine geografico tra est e ovest) ci separava dalla ragazza che amavamo, potremmo essere tentati di elevare fraudolentemente Heroes di David Bowie fino ai talloni della Jupiter.

Non ho intenzione di risolvere il problema. Dirò solo che in un anno tragicomicamente orwelliano come fu da noi il 1984, la scena pubblica era un contesto così squallido che immaginarvi dentro anche se stessi (i propri desideri e le proprie ferite, i propri amori e i propri struggimenti) era offensivo. Essere consustanziali a quell’Italia avrebbe voluto dire gettare semi su un terreno dal quale non sarebbe venuto fuori niente. Ecco allora dischi come Siberia. Ecco cioè una dimensione – fredda, sconfinata, lunare, scheletri di alberi e case in lontananza, nude lampadine su letti e stanze dove succede davvero qualcosa – nella quale trasferirsi per coltivare in pace (una pace santa e pallida) le proprie ricchezze interiori.

Anziché esiliati, ci ritrovammo in questo modo salvati dalla Siberia. E, perse finalmente le vecchie bussole – poiché di una bussola tradizionale una terra immaginaria non ha certo bisogno –, imparammo a orientarci in modo nuovo. Cominciammo a farlo. Selezionando meglio i luoghi e le amicizie, i libri e i film e i dischi. Sforzandoci di comprendere cosa fosse di volta in volta bene e male per noi. Dandoci il coraggio di attraversare certe porte. Capendo che non è magari necessario fare sempre le scelte migliori, ma ritrovarsi davanti ai giusti bivi sì.

Della Siberia in cui ci spedirono questi ragazzi venuti da lontano (della Siberia che scoprirono per noi, e nella quale ebbero l’impazienza di aspettarci) siamo ancora debitori. Avete presente quando si dice che certa musica ti cambia la vita?

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Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
8 Commenti a “Trent’anni di “Siberia””
  1. Snaporaz scrive:

    Nicola lo voglio ubiquo: qui, in radio a pagina 3 e mezzobusto al consorzio Nettuno a tenere videolezioni online. Grande articolo!

  2. scrive:

    Sì, certa musica ti cambia la vita, lo confermo.
    Bel pezzo, bel pezzo.
    grazie Nicola!

  3. Liborio scrive:

    Un pezzo che vive di vita propria ma che ha la forza di gettare luce su altre questioni fondamentali, generalmente evase nel (vogliamo chiamarlo) dibattito culturale. grazie

  4. girolamo scrive:

    A me, col tempo, la Diaframmite m’è passata, ma adesso che ho mandato a riparare il compact potrò riascoltarmi la vecchia sony con su l’album (lato b: Desaparecido dei Litfiba).
    Però resta il ricordo dello stupore, descritto da Lagioia, per l’ascolto di quell’album: lo stesso provato nel 1977 con “Anarchy in UK”, nel 1980 (tre anni di ritardo, ma fa lo stesso) con “Talking Heads: 77”, con i Bauhaus… Che un disco così potesse essere italiano lasciava basiti. E a distanza di trent’anni rimane un interrogativo tutt’altro che nostalgico: che cosa ha impedito la proliferazione di quelle tendenze? Perché l’Italia non ha avuto una propria, autonoma new wave, dopo averne incubato le premesse e gli ascolti nei primi anni di quel decennio con una felicissima commistione tra post-punk e new wave? E com’è successo che proprio la Puglia, tra Bari e Taranto, mostrasse tanta vitalità (purtroppo rimasta allo stato latente)?

  5. Eva scrive:

    Spasìba, Nikolaj!

  6. paolo scrive:

    Il salvataggio è continuato due anni dopo con “tre volte lacrime” il capolavoro a mio (im)modesto parere. Siberia è un grande lavoro, è indubbio. L’ho riascoltato dopo aver amato “tre volte lacrime”(forse troppo). Sarà stata l’influenza forte -su di me- (una mazzata!) di Ian Curtis, chi è seguito, e/o non so cos’altro, m’ha lasciato sempre dubbioso. Però l’amore mi è rimasto e non passa .
    grazie & saluti.
    paolo

  7. Fede scrive:

    “Siberia”, memoria di tempi immemori e buio inclassificabile e, come dice Lagoia, alieno. Bentornato!

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  1. […] incrocio tra la produzione di Lagioia scrittore e la musica. Lei ha scritto anche una bellissima introduzione alla versione deluxe di Siberia, album dei Diaframma, pilastro della new wave italiana. Ha già pensato a come incrociare musica e […]



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