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Sulla disobbedienza. “Il silenzio dell’acciuga” di Lorena Spampinato

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Sono cuciture sottili tra uno strappo e l’altro a tenere legati Tresa e Gero, gemelli dizigoti nati nella metà degli anni Cinquanta a Catania. Orfani di madre e abbandonati ben presto dal padre dovranno fare i conti con la dolorosa eredità della propria storia famigliare, il “residuo colloso” di un passato lontano ma capace di manifestarsi su gesti, parole e su “lineamenti ancora più simili, ancora così saldamente intrecciati tra loro”.

Con Il silenzio dell’acciuga (Nutrimenti) Lorena Spampinato consegna la narrazione della dolorosa urgenza di affermazione di una bambina seguita sino alla prima adolescenza. Un percorso identitario suggellato dallo sradicamento dalla propria educazione osservato retrospettivamente da chi cresce sotto il peso di un modello improntato sul rigore e sulla morigeratezza, secondo cui “essere femmina era una condanna a sembianze e modi di essere da cui era meglio stare alla larga”.

Unico antidoto per arginare la tendenza alla leggerezza, quello di indirizzare i figli a crescere l’uno lo specchio dell’altro. E se su Gero si perpetua, inesorabilmente, la matrice paterna, rivelando anche nel modo di concepire il comico un sottile piacere per i paradossi, una fascinazione per le storture, su Tresa si fa spazio un senso di tragedia da domare solo ricorrendo sistematicamente al silenzio come rifugio per attuare continui esercizi di dimenticanza e provare a seppellire il dolore. L’unico terreno comune in cui entrambi riescono ancora a riconoscersi è quello battuto nell’affrontare l’abbandono e fare i conti con una profonda solitudine.

In tale elogio dell’assenza trova spazio l’immaginario come rifugio in cui coltivare una suggestione che si fa concreta: la costruzione della madre. Più che nei tratti, a rivelare un legame originario sono l’attitudine alla vita, la capacità di esercitare la pazienza e vivere l’attesa e il modo di gestire la paura.

Spampinato si interroga sul senso dell’esistenza dalla prospettiva di una bambina che prova a gestire gli strumenti a sua disposizione per elaborare la mancanza e rintracciarne una logica, in un contesto che esige di celare la morte per non mischiarla in alcun modo alla vita.

L’indagine sul padre cela una personale liturgia, gli esiti della violenza nel condizionamento fisico e interiore tali da annullare qualsiasi impulso di ribellione. È il racconto della solitudine vissuta da chi è perennemente altrove e al margine – della famiglia, della vita della comunità, della storia – e nella morsa di una duplice estraneità: a un mondo dominato da regole che delegittimano la figura femminile, e a una comunità brutale e arcaica che discrimina e allontana chi non aderisce all’idea predefinita di normalità.

Il microcosmo entro cui i personaggi si muovono rivela una radicata tendenza alla repressione del dissenso, al culto dell’apparenza e alla sottomissione femminile. Caratteri enfatizzati da una narrazione che con il passo della fiaba procede per dicotomie per identificare il profondo contrasto tra l’immagine truce del padre e quella luminosa della zia Rosa, colei che si prenderà cura di loro imparando a essere madre. Sarà quest’ultima a irrompere nell’immaginario femminile costruito nell’infanzia divenendo agli occhi della protagonista un outsider: il primo esempio di emancipazione e di autonomia di pensiero che guiderà Tresa nel comprendere il significato sino ad allora sconosciuto di libertà, vissuta nello sconvolgimento generato dalla visione inedita di donne in grado di esserne le artefici.

L’eredità del passato nel presente è scandita nella distinzione dei luoghi dell’infanzia secondo la cromia dei ricordi: il grigio della pietra lavica della casa paterna e il rosso acceso del suolo mangiato dal sole nella nuova vita con Rosa. Il vincolo della terra e il peso del radicamento nella memoria rivelano l’impossibilità di staccarsi dal groviglio di ricordi e miti.

La prospettiva adottata impone un continuo rimando al contesto storico e sociale per osservare il modo in cui quella realtà si muove in parallelo rispetto al resto del mondo impegnato a “confezionare la sua rivoluzione”, e dove gli echi del Sessantotto si percepiscono solo in lontananza. “Le sottane non s’accorciarono, i figli restarono piegati sotto il peso dei padri, la più piccola ombra allestiva la tragedia, il lutto. Bastava poco, pochissimo, perché si gridasse allo scandalo”.

A guidare pagine intrise di una costante alternanza emotiva sono le suggestioni del primo innamoramento, il suo abbaglio e il dramma della dipendenza generata. L’incapacità di decodificare tali meccanismi e il turbine di sofferenze generate risultano l’eredità di un’identificazione con il dominatore e di una interiorizzazione del suo sguardo – che si tratti del padre o dell’uomo pronto a irretirla – tali da generare una accettazione incondizionata.

I contorni stessi del desiderio sfumano, per cedere il passo alla sua identificazione su aspettative e urgenze altrui. Il brutale passaggio dal candore dell’infanzia all’ingresso nel mondo adulto rivela vagheggiamenti dall’origine opaca, reali solo in proporzione alla necessità di colmare i vuoti, e che celano strenui tentativi di riversare i propri assilli sull’altro per placare lo sgomento dell’abbandono.

In tale percorso appare centrale l’indagine sul corpo, inteso anzitutto come mezzo di misurazione del dolore attraverso cui esperire la solitudine, ma che diventa anche strumento per narrare l’inesorabilità del cambiamento: quello della perdita dell’innocenza; quello che si trasfigura nella rabbia, attuando continue ribellioni; quello di un ruolo nuovo sancito dalla “pelle modellata attorno a quel nuovo modo di essere donna”.

L’espressione emotiva occupa tutti i momenti dell’azione nel romanzo, come a voler attribuire persino a eventi all’apparenza minimi un ruolo nella rivelazione di aspetti sconosciuti dell’esistenza. La profonda attenzione per la parola cesellata attribuisce rilievo alla composizione in una narrazione sospesa tra accenti lirici e adesione a una realtà mediata, poiché originata dall’osservazione che la protagonista attua su sé stessa nel passato. Un equilibrio formale reso nella raffigurazione del travaglio interiore e nell’apparente immutabilità del mondo circostante.

Spampinato offre la rappresentazione sensibile di una frattura generata dal feroce contrasto vissuto da chi obbedisce a ciò che accade, e infligge su di sé il peso di una colpa originaria, per poi provare a disfarsi della memoria per sezionare il dolore e confinarlo. Sul solco della ricerca identitaria definita sulla base della necessità di un duplice distanziamento – dal modello paterno e dall’immagine dell’altra metà di sé incarnata dal fratello – la prosa indaga i meccanismi che regolano la tensione all’annientamento del passato per favorire una rinascita nell’autoaffermazione. “Volevo staccare da me la sua immagine, distruggerla e ricostruirla a mio piacimento. Trovare le differenze”.

Il debito nei confronti di Simone de Beauvoir, dichiarato sin dalla citazione in esergo all’opera, è riconoscibile nel delineare il doloroso cammino di consapevolezza che annuncia nella personale ribellione una via di salvezza per giungere, così, a “fondare i tempi e i modi” della propria identità. I passi incerti verso tale rivendicazione rivelano la fragilità di chi vaga alla ricerca di riferimenti e si nutre dell’osservazione di altre figure femminili per intravederne urgenze, paure, convinzioni e ossessioni per provare, così, a imitarne le ritrosie. “C’era in quelle donne la durezza e l’affabilità di tutte le virtù materne, concentrate in ognuna a piccole dosi, così che nell’insieme avessero un tratto comune che le rendeva simili. Tutte matrone e tutte madonne”.

Il silenzio dell’acciuga è un delicato e intenso studio sul femminile che non si sottrae alla raffigurazione sensibile della mutevolezza e dell’incertezza di sentimenti contrastanti dove sono le variazioni a evocare una sovversione e dove i fatti nella loro nudità si rivelano gli ultimi depositari della parola. Spampinato ricerca nella fragilità il momento che precede la rottura. Indugia nell’istante attraverso la forte espressività di una scrittura capace di rivelare un’armonia compositiva nell’attribuire un senso a elementi minimi e di annunciare nell’asprezza e nella dissonanza la misura esatta del dolore.

Alice Pisu, nata nel 1983, laureata in Lettere all’Università di Sassari, si è specializzata in Giornalismo e cultura editoriale a Parma dove vive. Collabora per diverse testate di approfondimento, tra cui L’Indice dei libri del mese, minima&moralia, il Tascabile. Libraia indipendente, fa parte della redazione del magazine letterario The FLR -The Florentine Literary Review.
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