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Silenzio – (Mark Hollis, 1955-2019)

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di Stefano Solventi

C’era qualcosa di famelico negli articoli che descrivevano Mark Hollis come “il nuovo John Lennon”. Si trattava però di una fame comprensibile: non erano passati che quattro anni dall’omicidio dell’ex-Beatle, la videomusica stava decretando forme di divismo pop-rock strutturate su un sensazionalismo iconografico croccante e patinato, che soprattutto le star navigate dei Sessanta e Settanta (Bowie, McCartney, Phil Collins, Tina Turner, Michael Jackson…) dimostravano di saper padroneggiare benissimo.

All’apice di un successo – quello del loro secondo album It’s My Life – che rese di colpo i Talk Talk una delle band di punta della scena inglese, Hollis si distingueva per l’angolazione arguta delle interviste, per il naturale antidivismo, per l’aspetto da intellettuale disincantato, sfuggente e anche un bel po’ dissacrante. “Il nuovo John Lennon”: lo lessi su più riviste, non ricordo quali. All’epoca divoravo Il Mucchio Selvaggio, Tuttifrutti, Ciao 2001, Rockerilla, in loro riponevo molta della mia dotazione di tipica fiducia adolescenziale. Ma quando leggevo “il nuovo Lennon” riferito a Hollis, vacillavo. Perché no, mi dicevo, non lo è. Oppure sì, ma un suo negativo, un fotogramma sfuggente, da carrellata laterale.

Dopo un The Colour Of Spring benedetto da almeno due grandi singoli ma che già faceva implodere la fauna sonora a un livello più misterioso e inafferrabile, i Talk Talk esplorarono con Spirit Of Eden territori blues, folk e jazz sospesi in una dimensione sempre più complessa, una mediazione sconcertante tra impeto e rarefazione che fece imbufalire la EMI, spiazzata dalla la sostanziale invendibilità del “prodotto”. Una direzione ribadita da quel Laughing Stock che nel 1991 era già pienamente (e meravigliosamente) post-rock. Ammetto di averli persi di vista, a quel punto. Così come non intercettai subito, nel 1998, dopo sette anni di silenzio e a band oramai evaporata, l’album solista e omonimo di Mark Hollis. Con il quale ci regalò un segnale inatteso: il suo congedo. Una programmatica e definitiva dissolvenza in bianco.

Dopo quel disco, di Hollis non abbiamo saputo praticamente più nulla. Anche Lennon, a metà anni Settanta, scomparve. Ma si trattò solo di una pausa, era impossibile per lui eclissarsi del tutto. Fu una scelta clamorosa, certo, che lo vide per un lustro dedicarsi all’attività di padre, una parentesi di decompressione prima di un rientro sulle scene che si sapeva inevitabile: e che Mark David Chapman pensò subito di cancellare con quattro colpi di pistola. Altre sparizioni celebri furono quelle di David Bowie e Scott Walker, ad esempio, diversissime però rispetto a quella di Hollis per motivazioni, dinamiche, esiti. Forse l’unico iato altrettanto inappellabile e per molti versi simile fu quello di Syd Barrett, ingoiato da una quotidianità irreversibile che però sappiamo essere stata una strategia di sopravvivenza, il bozzolo protettivo di una mente ormai fragilissima, un accartocciarsi – ahilui, ahinoi – patologico.

Nella dissolvenza di Mark Hollis ho sempre avvertito invece una coerenza strutturata e profonda, in perfetta continuità con il suo percorso espressivo: quel suo non esserci (più) sembrava – era – la propaggine consequenziale e reale dell’artefatto sonoro, la prosecuzione di quel silenzio su cui galleggiava il suo disco solista e che sostanziava le ultime prove targate Talk Talk, ne costituiva lo sfondo, era la materia fondante e nutritiva su cui palpitavano le partiture, le pennellate timbriche, i fonemi. Mark Hollis ci ha riservato venti anni abbondanti di silenzio concreto e ideale, quello necessario ad ascoltare, comprendere, decifrare il meraviglioso non-silenzio prodotto in circa venti anni di carriera. Ci ha insegnato un silenzio di cui stiamo perdendo il codice. Ha certificato il valore enorme della sua musica liberandola da qualsiasi forma, lasciando che si disperdesse in una realtà affollatissima, terrorizzata dall’assenza, dagli spazi vuoti tra i segni che dovrebbero invece garantirci il respiro, il perimetro del nostro esistere.

Non finiremo mai di ascoltarlo, e sarà il suo regalo.

Commenti
10 Commenti a “Silenzio – (Mark Hollis, 1955-2019)”
  1. Fabrizio scrive:

    Un vero mito, ci mancherà molto

  2. Sergio scrive:

    Such a pain…

  3. fabio Todini scrive:

    Uno dei miei gruppi preferiti in assoluto,mi mancherà moltissimo anche se da molti anni si era ritirato ho sempre sperato in un suo ritorno,ora la speranza è morta.

  4. Roberto scrive:

    Ho adorato i Talk Talk sin dall’inizio. Da quel “The Party Is Over” che, pur con qualche discreta freccia al suo arco, niente lasciava trapelare di ciò che meravigliosamente sarebbe successo negli anni a venire. Mark Hollis e i Talk Talk ci hanno lasciato alcune tra le musiche più belle, rarefatte e inafferrabili della storia. La sua morte mi addolora moltissimo. E pensare che, finalmente, dopo 17 anni abbiamo di recente avuto un’altra felice testimonianza di grande eclettismo musicale da parte di uno dei suoi membri (Paul “Rustin Man” Webb). Chissà se Mark ha fatto in tempo ad ascoltarlo. Se n’è andato un genio. Senza retorica, con grande rispetto.

  5. Salvatore scrive:

    Il più grande di tutti. Ringrazio Mark Hollis per aver reso più luminosa e felice la mia giovinezza con la sua arte musicale e i suoi palloncini colorati che si liberavano in altezze eteree, voli pindarici…traiettorie ellittiche…rimarranno sempre scolpiti nel mio cuore…
    Di fronte al deserto del panorama odierno, lo avevi previsto 20 anni in anticipo…ed esclamato ” such a shame”!
    Grazie Mark…arrivederci!

  6. Nicola scrive:

    Ciao Stefano. Ho cercato sul web un tuo articolo sulla inaspettata morte di Mark Hollis. Ero certo che ne avresti parlato. Ci ha lasciato uno spirito profondo. Un’artista di una sensibilità e carisma unici, che si traducevano in “piccoli” capolavori musicali.
    Un saluto da Nicola/Land.

  7. gianni scrive:

    Ciao Stefano, gran pezzo, sono giorni di commozione.

    g.

  8. Massimo scrive:

    Ricordo benissimo dov’ero e su quale vecchio televisore Nordmende vidi scorrere il video di “I Believe in You” su Videomusic. Sorrisi e ridacchiai lungo tutto il brano; comportamento poco empatico, visti la natura e il tono della canzone, ma dettato da una sorta di euforia perché pur con la mia limitata cultura musicale ero felice del salto nell’iperspazio fatto da Hollis. Fin da quando conobbi il suo gruppo lo avevo instintivamente amato perché sentivo che cantava e rivendicava una diversità in cui mi riconoscevo. Spirit of Eden è forse l’unico LP che ascolto regolarmente da 28 anni e di cui non mi stanco mai. Grazie Stefano per i suoi bei articoli, questo e quello su Sentireascoltare. Come succede con gli artisti che ci sono cari, mi avrebbe fatto piacere che il valore della musica di Hollis avesse avuto maggiore riconoscimento ma questo è tutto un altro discorso. Mancherà molto anche a me il saperlo vivo.

  9. felice scrive:

    Ci ha lasciati un musicista straordinario dal timbro vocale inconfondibile (forse il miglior Antony Hegarty ci si è avvicinato) che ha per davvero accompagnato i miei giorni migliori.
    Ammirevole la scelta del lungo silenzio, perla rarissima nel mondo musicale, forse la migliore chiave di lettura della sua libertà artistica ed espressiva.

    Grazie Mark

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  1. […] Della morte di un musicista che da vent’anni aveva fatto del silenzio la sua unica nota musicale […]



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