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Simone Lisi e l’irrealtà socievole dei trentenni

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Quella dei pasti, del trovarsi seduti a tavola, in compagnia, a mangiare e a chiacchierare, è una circostanza ampiamente sfruttata, a partire dalla tradizione (prima) teatrale e (poi) cinematografica, specialmente in determinati contesti nazionali, ne sia un esempio quello transalpino: è il caso di qualche anno fa della pièce di Matthieu Delaporte e Alexandre de la Patellière il cui titolo originale era Le Prénom, tradotta come Cena tra amici e trasposta su pellicola dagli stessi autori nonché, nel nostro Paese, da Francesca Archibugi (Il nome del figlio), ma si può ripensare anche al meno recente Le dîner de cons (La cena dei cretini) di Francis Veber, opera di origine drammaturgica, francese anch’essa.

Perciò, non è a livello strutturale che è da ricercare un’originalità possibile di Simone Lisi e del suo Un’altra cena. O di come finiscono le cose: autore trentenne e fiorentino che ha attraversato una lunga stagione di racconti, pubblicati fin dall’adolescenza su antologie e riviste, un’abitudine che potrebbe avergli nuociuto, perché iniziare a scrivere così precocemente e continuare a farlo senza interruzioni rischia di congelare ogni talento, se talento c’è, in una qualche stalagmite artificiale, induritasi al contatto prolungato con l’aria. Dal (fu) collettivo “Scrittori precari”, passando per “A few words” e la redazione di “Stanza251”, fino alla fondazione del blog “In fuga dalla bocciofila”, Lisi è approdato per questo romanzo d’esordio all’editore maremmano effequ.

Paradossale è l’effetto ritmico e, insieme, prevedibile e consueto, perché non è la prima volta che il moto produca l’assenza: cioè, scandire in un diario delle ore e dei minuti una serata trascorsa a preparare la cena e a consumarla con degli amici dà luogo al battito per minuto della stagnazione, invece che il parossismo di un ballo. Per avere troppo ritmo, finire per non averne alcuno, insomma: ma il conto è anche alla rovescia, il congegno è a orologeria ed è tale che lo svolgimento non sia altro che un esaurimento. Concentrazione dei battiti e delle battute: la serata casalinga, quadripartita, ricalca gli atti di una fuga, impegna i presenti in una distrazione, li costringe a essere in balìa degli eventi mancati, di ciò che non accade.

Impossibile non ripensare, a proposito di cene (e) di trentenni, al recente False coscienze di Matteo Marchesini, in particolare alla prima delle sue Tre parabole degli anni zero; difficile resistere, poi, alla tentazione di dare voce a un dialogo che coinvolga, accostandoli o allontanandoli, i personaggi dello scrittore emiliano e i commensali di Lisi, i quali sembrano, più che in competizione coi primi, fermi a un precedente stadio evolutivo: ovvero, destinati a subire un (ulteriore) processo di affinamento auto-promozionale, finché non saranno pronti per partecipare alle esibizioni domestiche e pro domo sua degli energumeni dialettici di Marchesini.

Già farsi prendere dall’irritazione offuscherebbe il critico, che non ha da essere complice, ma neppure infastidito, come quel vicino del piano di sopra che volentieri rovescerebbe un secchio d’acqua gelida su questo desco amicale: è probabile, però, che il tono dei presenti sia sommesso, quasi sussurrato, perché essi non hanno più vent’anni e la voce alta mal si adatta alle loro raffinate ingegnosità. Inoltre, se il lettore s’irritasse consentirebbe una vittoria troppo facile: evocherebbe una certa disposizione a quello scandalo della razionalità che è l’obiettivo politico dell’autore, perciò occorre subìre, procedere, sfogliare in lungo e in largo questo dizionario dell’irrealtà, composto da una mano che è (paradossalmente, di nuovo) annoiata ed entusiasta. D’altronde, non dissimili erano anche le prime e migliori prove del giovanissimo Nanni Moretti di Io sono un autarchico ed Ecce Bombo: certo, di tempo ne è passato e, forse, senza che sia stato impiegato altrimenti, nel comune adeguamento del nostro immaginario; di qui, l’incontestata legittimità di ogni epigono.

Nel caso in oggetto, Lisi avrebbe potuto ambientare un american breakfast in pieno Purgatorio dantesco, oppure apparecchiare un picnic sul terriccio rosso di Marte, e quelle situazioni mi sarebbero suonate più familiari di questa cena: perché? Perché è come se mezzo secolo d’irrealtà gravasse e finisse per incombere proprio su questi malcapitati: ma come fare a spiegarlo a chi non ne avverta tutto il peso? Partiamo dalla constatazione che Marchesini e Lisi dispongono di due strategie alternative della difesa, nei confronti di una vastità della vita che incombe da temere e da respingere: l’uno, allora, allestiva a protezione dei propri soggetti una rete immunitaria di iper-consapevolezza culturale e di citazionismo fintamente disimpegnato, e l’altro ambirebbe a distanziarsi dagli adulti, dai mostri borghesi, per mezzo di una volontà più tradizionale, quella di stupire. L’irrealtà, ecco, l’irrealtà è ciò che soltanto si può comunicare e socializzare:

«Sai di cos’è che parlano le persone per strada?»
«Sì. Ma, dimmelo tu».
«Parlano dei bollini dell’Esselunga. Della possibilità di accorpare i loro bollini con quelli della vecchia madre defunta. Sulla pertinenza, sulla moralità di un tale gesto».

I più pignoli contesterebbero la definizione stessa di “romanzo”, per una segmentazione narrativa a blocchi e che proceda come eruttando cubetti di testo contro il senso comune, numeri non disprezzabili e, però, deprezzati di un nichilismo da eseguirsi in souplesse, rintocchi a propagare l’eco dell’assalto portato dall’arte novecentesca al mitizzato e dissacrando dominio borghese. I teoremi dell’assurdo servirebbero all’impresa, oggi come un secolo fa: ribaditi e raddoppiati dalle fidanzate, le quali prendono la parola per svolgere ed estremizzare il tema, in obbedienza alle necessità performative di un tempo inclemente che obbliga alla “trovata”, pena l’essere risucchiati nell’indistinzione.

È nel rapporto dei sessi, insomma, che prende pienamente forma la caricatura al quadrato di un nannimorettismo che era già parodistico in originale, nel tentativo di rimpolpare la mitologia delle “coppie più incasinate, più artistiche, più lontane dai luoghi comuni”, senza rendersi conto che il luogo comune è la casa, questa casa.

Perciò, largo a una più che matura epica dell’immaturità e della differenza esistenziale che, però, stenta a risultare: si può essere giovani come per decreto, istituzionalmente, e soltanto all’interno di quella condizione di possibilità fare di sé stessi il soggetto e l’oggetto di un discorso narrativo, fino all’accademica concretizzazione di un Pessoa dialogato e dilagato, di un Libro dell’inquietudine da fuorisede laddove la ricerca del concetto a effetto non sia altro che l’intrattenimento snervante di chi si aggira in prossimità di una soglia che, intanto, si allontana, come già in Marchesini. Oppure, che sia illusoria la frattura stessa e che l’antinomia sia tanto falsa quanto reclamizzata? Essa sancirebbe, qua, l’inconciliabilità della “vita militante” e della “vita borghese”, ma si dà il caso (italiano, ma più largamente occidentale) che questa e quella abbiano cominciato a rassomigliarsi mezzo secolo fa, su per giù, e che si siano smangiucchiate a vicenda, cannibalescamente e mimeticamente: così è di un appartamento che risulti allestito per gli ospiti, di un interno che sia pura esteriorità, di una militanza auspicata a fini decorativi e di auto-compiacimento. L’autore reale di tanta irrealtà (la quale è altamente probabile, dopo tutto: è la realtà che si è fatta irreale, al termine di un estenuante ciclo storico, e non di una più modesta vicenda generazionale), allora, andrebbe scoperto quando si volta, colto di sorpresa e nella solitudine, aspettato al di fuori del cono di luce, preso per mano e accompagnato, proprio quando tutti se ne vanno, dopo cena, quando chi gli vuole bene avrebbe fatto meglio a restare, ma è da vedere se un impegno del genere spetti al critico o all’amico.

Chi scrive si sente un po’ colpevole, perché si riconosce nelle vesti del destinatario ideale del messaggio di tale Maddalena, che a un certo punto sbotta: “(…) ma perché poi tutta quest’ansia di realismo? Dove vi credete di essere, ad Aci Trezza?”. Colpito, mi adeguo e mi adagio: cedo al vizio (borghese) dell’irrealtà molto volentieri, perché la voce è bassa e suadente e prosegua pure, Lisi, “le cose” del sottotitolo non faccia finirle, per favore, anche se potrebbero non essere mai iniziate, nella realtà.

Sono nato sul crinale che, per fortuna, divide la Valdichiana dalla Val d’Orcia: così, lo scontro di civiltà non degenera in rissa quotidiana. Dottore di ricerca in Filosofia, ma non importa, non ci capivamo: Orwell mi sembrava un filosofo, Heidegger un sofista (per non dire peggio), e nessuno era d’accordo con me. Insomma, ero stufo e mi sono messo a rileggere i libri che mi piacevano da piccino. Sono stato educato alla scuola critica di Carlo Monni: “La poesia è un brivido, tutto il resto è letteratura”. Proprio del resto, però, tocca occuparsi. Secondo me, avrei fatto meglio, in generale, a mettere su una band shoegaze, ma non sapevo né suonare né cantare, e sarei stato perfetto.
Commenti
Un commento a “Simone Lisi e l’irrealtà socievole dei trentenni”
  1. Mattia scrive:

    Salve,

    in effetti, ripensandoci, fossi in lei ripescherei quel sogno nel cassetto della band “shoegaze”. Quello che scrive, sembra scritto con lo scopo di non essere compreso.

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