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Simone Weil, “La persona e il sacro”

Questo pezzo è uscito su Orwell.

Lei non m’interessa. Un uomo non può rivolgere queste parole a un altro uomo senza commettere crudeltà e ferire la giustizia”.

Inizia così La persona e il sacro, momento estremo della riflessione religiosa e filosofica (e politica) di Simone Weil a Londra, parte di un gruppo di saggi scritti nei suoi ultimi mesi di vita – quel 1943 che fece dell’Europa la voragine del mondo – e ora portato meritoriamente da Adelphi nelle librerie italiane. Non esiste paradosso logico, non c’è vertigine sostenuta dalla contemporaneità e non c’è scandalo del costume o della cronaca che riesca a gareggiare con questa ragazza quando decide di tuffarsi sotto il piombo del discorso istituzionale (cioè statale o confessionale, oggi diremmo pubblicitario per esaurire entrambi) ed è costretta dalla propria umiltà a mettere in crisi tutto ciò che il nichilismo annidato nel nostro orecchio interno – operando alacremente per il bene, cioè volendo sempre il male – ci aveva suggerito a proposito di convivenza, diritto, lavoro, democrazia. Non brandisce la spada di Giovanna d’Arco, Simone Weil, ma la follia indifesa, l’ottusità infantile di Antigone contro il buonsenso militarizzato di Creonte, e comincia questo prezioso libro dalla nostra parte “ultima”, secondo lei la più importante.

“Qualcosa in fondo al cuore di ogni essere umano”, scrive, “nonostante l’esperienza dei crimini compiuti, sofferti e osservati, si aspetta invincibilmente che le venga fatto del bene e non del male”. Quando il male colpisce, però, non è questa la parte che protesta. Non è la parte che rivendica, o che prova a organizzarsi per difendersi e contrattaccare. Lo scandalo ontologico è privo di una voce udibile all’esterno, poiché “non basta un’offesa alla persona e ai suoi desideri per farlo sgorgare. Quel grido sgorga sempre per la sensazione di un contatto con l’ingiustizia attraverso il dolore. Spesso si alzano anche grida di protesta personale, ma quelle non hanno importanza; se ne possono provocare a volontà senza violare alcunché di sacro. Ciò che è sacro, lungi dall’essere la persona, è quello che in un essere umano è impersonale”.

Per Primo Levi gli unici veri testimoni della Shoah sono coloro che ne I sommersi e i salvati egli definisce musulmani, cioè proprio chi per assurdo non potrebbe più riferire nulla, “quelli che non sono tornati”, o che, avendo visto in faccia la Gorgone, “sono tornati muti”. Per un analogo e fraterno paradosso, i calpestati di Simone Weil, i suoi umiliati e offesi non sono in grado di alzare in modo comprensibile un lamento né di lanciare il grido di speranza che pure appartiene alla parte sacra e impersonale: “questo sentimento abita dentro di loro, ma giace così inarticolato che essi stessi non sono in grado di discernerlo”. L’esempio portato dalla Weil è quello del ladruncolo semianalfabeta che balbetta intimidito davanti al giudice, il quale, seduto comodo sopra il suo scranno, è pronto a colpirlo col maglio di una legge consustanziale al mondo che l’ha portato a errare. Se le vittime della violenza – anche di quella istituzionalizzata – non hanno voce, a propria volta, quasi immancabilmente, “i professionisti della parola sono del tutto incapaci di dargli espressione” dal momento che i loro privilegi (i gerani della sovrastruttura) si fondano sullo stesso potere che è l’origine della violenza. Quando il ceto intellettuale sta difendendo pubblicamente gli ultimi, non sta forse, nove volte su dieci, lottando per ribadire la propria forza?

È qui che il ragionamento della Weil comincia a diventare inaccettabile per il nostro volenteroso sostegno a una libertà democratica che non preveda nulla sopra se stessa, e dunque scandalosamente interessante per quella parte che, ben più nascosta, sospetta per ciò che la riguarda un’infelicità di secoli legata a un problema strutturale. Se tirannide e dittatura sono orrende in sé, lo stato di diritto lo è indirettamente, poiché i vantaggi portati della sua certezza (non vera discontinuità, bensì la differita dell’arbitrio tirannico) sarebbero in realtà legati a un dominio e a un potere e dunque a una violenza originaria. Il suo progenitore è l’antica Roma (vera culla del diritto) con tutta la sua prepotenza, mentre al contrario “i Greci non possedevano la nozione di diritto”. Qui si ritorna a Antigone la quale, incarnando la giustizia, ne è il rovesciamento: “se diciamo a qualcuno che sia capace di intendere ‘ciò che mi fa non è giusto’ possiamo scuotere e destare alla sorgente lo spirito d’attenzione e d’amore. Non capita la stessa cosa con parole quali ‘Ho il diritto di… Lei non ha il diritto di…’; esse racchiudono una guerra latente e destano uno spirito bellicoso”.

Dal momento che il sistema su cui poggiamo sarebbe intrinsecamente malvagio, il progressismo non può sperare di colpirlo dall’interno senza farsene minare. Se le fabbriche (oggi si potrebbe dire la stessa cosa del terziario) si fondano su un meccanismo che tradisce l’essenza dell’uomo, lo ricatta, ne calpesta la parte nobile, non è alleviando il carico (il quale va alleviato a prescindere) che si risolve il problema: “immaginiamo che il diavolo stia comprando l’anima di uno sventurato e che qualcuno, impietosito nei riguardi dello sventurato, intervenga nel contraddittorio e dica al diavolo: è vergognoso da parte sua offrire questo prezzo; l’oggetto vale almeno il doppio”.

Come ogni pensiero vertiginoso e radicale, quello della Weil si presta alla strumentalizzazione dei criminali e dei poveri di spirito. Fuori dal diritto positivo c’è alternativamente la grazia o la barbarie, e sotto le pelli d’agnello dell’amore cristiano la seconda ha acceso roghi e versato sangue. E tuttavia, come non farsi venire il sospetto che secolarizzare definitivamente i nostri sistemi quali si sono sviluppati dall’Europa alla Cina (democratici, capitalistici, finanziari, repubblicani, tecnocratici, popolari) significhi non riconoscervi nulla di ulteriore, e dunque farne una pericolosa religione? Così, se proprio non si vuole accogliere la rivoluzione di Simone Weil in termini di salvezza cristiana (“è inimmaginabile San Francesco d’Assisi che parla di diritto”) lo si faccia in chiave evolutiva. Amore, cura, gratuità e generosità presuppongono per l’essere umano uno stadio di sviluppo (e di possibile felicità) superiore a quello attuale, dunque dovrebbe essere (provocazione per provocazione) persino nella nostra natura prometeica il volerlo raggiungere a ogni costo. Ma il mondo, come sta organizzandosi all’inizio del XXI secolo, chiede il contrario.

Nicola Lagioia (Bari 1973), ha pubblicato i romanzi Tre sistemi per sbarazzarsi di Tolstoj (senza risparmiare se stessi) (vincitore Premio lo Straniero), Occidente per principianti (vincitore premio Scanno, finalista premio Napoli), Riportando tutto a casa (vincitore premio Viareggio-Rčpaci, vincitore premio Vittorini, vincitore premio Volponi, vincitore premio SIAE-Sindacato scrittori) e La ferocia (vincitore del Premio Mondello e del Premio Strega 2015). È una delle voci di Pagina 3, la rassegna stampa culturale di Radio3. Nel 2016 è stato nominato direttore del Salone Internazionale del Libro di Torino.
Commenti
9 Commenti a “Simone Weil, “La persona e il sacro””
  1. scrive:

    molto interessante.
    grazie

  2. abaco scrive:

    articolo molto interessante, ma alcuni passaggi mi risultano oscuri:

    “Come ogni pensiero vertiginoso e radicale, quello della Weil si presta alla strumentalizzazione dei criminali e dei poveri di spirito”

    qui strumentalizzazione è intesa come l’aporia in cui cade ogni forma di volontariato ossia una lotta che finisce solo col ribadire la propria forza?

    Così, se proprio non si vuole accogliere la rivoluzione di Simone Weil in termini di salvezza cristiana (“è inimmaginabile San Francesco d’Assisi che parla di diritto”) lo si faccia in chiave evolutiva.

    chiave evolutiva in che senso?

    grazie mille.

  3. Nicola Lagioia scrive:

    Provo a rispondere.

    1) sulle strumentalizzazioni del pensiero della Weil. Pensavo, molto modestamente, a Grillo che citava nelle settimane scorse Simone Weil brandendola in nome dell’antipolitica. E poi pensavo a casi decisamente peggiori di Grillo. Se si usa la Weil per abolire lo stato di diritto, lo si può fare per auspicare regimi dittatoriali o peggio totalitari. Lo stato di diritto è una garanzia fino a quando non saremo più saggi e illuminati, come lo era probabilmente la Weil.

    2) da qui la chiave evolutiva. Ogni progresso umano è contro natura. A maggior ragione lo sono le religioni e le grandi filosofie. Se dovessimo assecondare la nostra natura, corteggeremmo lo stato di barbarie. Nella natura (perlomeno nella nostra) c’è un istinto di sopraffazione che ci sforziamo da millenni di domare senza con questo annichilirci. Per vivere secondo il pensiero della Weil (in nome della giustizia più che del diritto; e dell’amore più che della semplice convenienza di specie o di individiuo) sarebbe necessario passare a un livello ulteriore di evoluzione spirituale. Intendevo questo. Ovviamente il discorso è gigantesco e non si può esaurire qui. Perché l’avvocato del diavolo che è in me (e che contesta la fine del pezzo chiedendo rilanci) mi domanda se la sindrome prometeica non corteggi la nuda volontà di potenza più che una vera evoluzione.

    Spero, almeno in parte, di avere risposto.

    Un saluto,
    Nicola

  4. maria teresa scrive:

    letto e riletto. bellissimo. s.weil è una vertigine di lucidità e grazia e ci parlerà sempre e tu l’hai capita.

  5. Lorena Melis scrive:

    Ho apprezzato tantissimo la lettura di questo scritto

  6. Ermanno Felli scrive:

    Complimenti per l’articolo, con chiarezza si toccano i nodi centrali e scottanti che potrebbero far tremare il mondo….

  7. Marina Naimor scrive:

    Grazie di cuore per questo articolo e per le precisazioni. Ho visto qualche anno fa Europa 51 ed e’ stato di grande ispirazione per avvicinarmi al pensiero della Weil

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