Sisma

di Andrea Capocci

Consideriamo il da farsi di un assessore alla protezione civile di un paesino sito in una zona sismica. È una persona coscienziosa e sa che dovrà destinare una parte del bilancio annuale alla costruzione di rifugi per terremotati. Per capire quanti soldi serviranno, il nostro bravo amministratore studierà ciò che è avvenuto in passato. L’anno precedente, per esempio, non ci sono stati terremoti, e due anni prima nemmeno, ma non è un buon motivo per non costruire rifugi: bisogna controllare i dati su un periodo più lungo. Nell’ultimo decennio, infatti, c’è stato un terremoto di piccola entità che ha distrutto una decina di case. Il nostro assessore, dunque, dato che in dieci anni vengono distrutte dieci case, metterà in conto la costruzione di una casa l’anno per tenere il passo dell’emergenza. Facile.

Ma il nostro amministratore è una persona davvero giudiziosa: vuole basarsi su statistiche più approfondite, non solo sugli ultimi dieci anni. Perciò, va a prendere i dati dell’ultimo secolo. E sì, ogni dieci anni in media c’è un terremoto di piccola entità come già sapeva; ma negli ultimi cento anni c’è stato anche un terremoto di forte entità, tale da distruggere cento case. Perciò, nell’ultimo secolo sono state distrutte dieci volte dieci case circa nei terremoti piccoli (e fanno cento) più altre cento nel terremoto forte (e fanno duecento in tutto). Duecento case in cento anni: per tenere il ritmo dei terremoti, l’assessore dovrà dunque costruire due rifugi l’anno, non uno solo. Un po’ più complicato, ma si può fare.

Vuole però andare in fondo alla questione, il nostro assessore, e consulta i dati degli ultimi mille anni: resoconti medievali, almanacchi, tradizioni orali. E scopre che, oltre ai terremoti di piccola entità (uno ogni dieci anni in media) e a quelli forti (uno ogni cento anni circa), nell’ultimo millennio una volta si è verificato un terremoto fortissimo, che ha abbattuto mille case.

Dunque, in mille anni sono cadute cento volte dieci case nei terremoti leggeri (e fanno mille), più dieci volte cento case nei terremoti forti (e sono altre mille), più mille ancora nel terremoto fortissimo: fa un totale di tremila case in mille anni. Se vorrà essere davvero coscienzioso, il nostro assessore dovrà costruire non uno né due rifugi l’anno, ma tre. A quel punto, però, capisce che se avesse ancora più dati a disposizione dovrebbe costruire quattro, cinque, sei rifugi l’anno, e così all’infinito fino ad esaurire i soldi del comune. E decide di dimettersi.

La parabola illustra un paradosso assai prossimo alla realtà: i terremoti, per loro natura, seguono davvero leggi statistiche particolari come quella scoperta dall’assessore immaginario. Di solito, per capire un fenomeno basta ripeterlo un numero sufficiente di volte, e per questo nei casino è vietato registrare per iscritto le uscite della roulette. Ma con i terremoti avere tanti dati a disposizione non basta, anzi complica le cose. I sismologi la chiamano «legge di Gutenberg-Richter». E vale per i terremoti di tutto il mondo, compresi quelli degli Appennini [1].

Perciò, aveva ragione il sismologo Enzo Boschi quando, nella riunione della “Commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi” del 31 marzo 2009 affermò che “i terremoti non si possono prevedere, si possono solo prevenire”. Oggi, queste sue parole sono annotate nel fascicolo che lo vede indagato per omicidio colposo dal pubblico ministero Rossini insieme ad altri sette esperti della Commissione, tutti scienziati affermati. Nessuno può prevedere l’intensità del prossimo terremoto sulla base dallo sciame sismico precedente. Per la verità, c’è chi ritiene di saperlo fare, come Gioacchino Giuliani: ma anche il suo metodo basato sull’aumento delle emissioni del gas radon, per quanto promettente, non è certo infallibile. I ricercatori dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, ad esempio, ritengono che il gas radon diminuisca prima delle scosse, e non aumenti come sostiene Giuliani [2]. Ai posteri.

Ciò non significa che la prevenzione sia inutile: al contrario, costruire secondo rigore è l’unica protezione di fronte a un rischio così imprevedibile. Tuttavia, nessuna commissione di esperti potrà seriamente essere accusata di non aver evacuato una scuola o un ospedale prima di un terremoto. Con un giudice in grado di capire un po’ di statistica, gli indagati si faranno assolvere rapidamente. Ma non sarà facile spiegarsi con l’opinione pubblica: a che serve una «Commissione nazionale per la previsione e la prevenzione dei grandi rischi» se i rischi non possono essere previsti? Forse i commissari non sono colpevoli di omicidio: ma se hanno accettato l’incarico sapendo che il compito era impossibile, dovrebbero essere accusati di truffa ai danni dello Stato. D’altro canto, su avviso della commissione, il 6 aprile 2009 le scuole dell’Aquila erano chiuse già da una settimana, e questo ha forse evitato una strage ancora maggiore. Dunque sapevano?

L’inchiesta sugli esperti che non prevedono i terremoti svela, una volta ancora, la difficoltà di convivere con l’habitat che ci siamo costruiti attorno. Il prestigio della tecnoscienza non ammette crepe, e pure il rischio deve apparire governabile dalla Scienza. Però molti bravi ricercatori, nell’ultimo secolo, hanno lavorato duramente non per prevedere i terremoti, ma per dimostrare che non è possibile farlo. Non fa niente: l’esperto che non riesce a nascondere i limiti della conoscenza deve essere esorcizzato, punito anche dal punto di vista giudiziario.

D’altronde, è noto da tempo che una legge simile a quella di Gutenberg-Richter caratterizza anche le oscillazioni dei prezzi in borsa: eppure i controlli latitano e la finanza crolla come una Casa dello Studente alla prima scossa – e in entrambi i casi, c’è qualcuno che se la ride. La schizofrenia irrisolta tra il principio di indeterminazione (il rischio è ineliminabile) e il principio di precauzione (il rischio è eliminabile) è uno dei pilastri della nostra cultura, non è un disturbo passeggero della sismologia. Nessun esperto, per quanto competente, potrà trovare il giusto mezzo basandosi solo sui calcoli, per quanto precisi.

Infatti alle «Commissioni grandi rischi», così come alla Consob, si fa soprattutto altro che calcolare. La chiusura temporanea di una scuola non è una questione meramente geologica. Significa ricerche febbrili di baby sitter, ferie sprecate, lettere di protesta ai giornali di provincia, danni all’economia locale già in crisi se poi, come si spera, il terremoto non arriva. Se invece arriva, e non si è dato l’allarme, si rischia una condanna. La competenza scientifica è dunque utile, ma non basta: occorre saper scegliere il momento giusto, curare i rapporti con la stampa, farsi amica l’imprenditoria locale, soprattutto quella edile. Senza una rete di potere adeguata, un bravo sismologo fa la fine di un dilettante allo sbaraglio. Il potere è un presupposto della competenza, scriveva Foucault in “Sorvegliare e punire”. La cronaca dei nostri giorni lo conferma. Gioacchino Giuliani è indagato per aver dato l’allarme, ed Enzo Boschi per non averlo fatto. Il suo Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia, da un anno in qua, traballa: prima Tremonti voleva regalarlo alla Protezione Civile SpA, poi cancellarlo. Ora Boschi sostiene che “L’indagine fa parte del gioco”, con l’aria dello scienziato incompreso. Verrebbe da credere che le commissioni di esperti non siano roba da scienziati; che ci vogliono tipacci alla Bertolaso, sapienti manipolatori di pathos pubblico e interessi privati, più che di numeri. È così?

Qualche anno fa, la deputata e soubrette Gabriella Carlucci fu protagonista di un comico scontro con il fisico teorico Luciano Maiani, cui misteriosamente rimproverava errori nello studio delle particelle elementari travisando deliberatamente un’ordinaria controversia in un campo di frontiera. Dopo qualche indagine e qualche ammissione, venne fuori che la strumentale e anti-scientifica polemica era stata alimentata, attraverso la soubrette, proprio da Enzo Boschi [3]. Pochi mesi prima, Boschi era stato sconfitto da Maiani nella corsa alla presidenza del Consiglio Nazionale delle Ricerche. Gli scienziati, anche quelli bravi, non esitano ad utilizzare argomenti anti-scientifici pur di stuzzicare l’attenzione pubblica alla ricerca di prestigio, potere o di finanziamenti. Fa parte del loro lavoro. Scientismo e anti-scientismo non sono dunque in contrapposizione: possono convivere addirittura in una stessa persona a tempi alterni, e per di più in uno scienziato di livello internazionale. Entrambe le strategie valgono per affermarsi, sia nell’accademia che nelle commissioni istituzionali. Perciò, gli scienziati vanno benissimo come esperti. Anche Bertolaso, da giovane, faceva il ricercatore.

Note
[1] F. Guzzetti, P. Salvati e C.P. Stark, «Evaluation of risk to the population posed by natural hazards in Italy» in Landslide Risk Management, Taylor and Francis Group, London (2005); E. Tondi, G. Cello, «Spatiotemporal evolution of the Central Apennines fault system (Italy)», Journal of Geodynamics, Volume 36, Numeri 1-2, Active Faults: Analysis, Processes and Monitoring, Agosto-Settembre 2003, Pagg. 113-128.

[2] Tuccimei, P., S. Mollo, S. Vinciguerra, M. Castelluccio, and M. Soligo (2010), Radon and thoron emission from lithophysae-rich tuff under increasing deformation: An experimental study, Geophys. Res. Lett., 37, L05305

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