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Il sistema del tatto: l’origine del distacco secondo Alejandra Costamagna

di Sara Petrognani

C’è un luogo condiviso nella memoria di chi migra, un’exclave interiore che si ridefinisce continuamente, una sala di attesa eterna dalla quale non si parte mai. È un posto in cui si trovano le persone che sono state sradicate, un posto per chi non è più riuscito a mettere radici, qualunque fosse la provenienza e la destinazione. E ci sono libri come Il sistema del tatto di Alejandra Costamagna, pubblicato da Edicola Ediciones e in uscita il 27 maggio, che ci fanno sbirciare dentro quella sala di attesa, ci aiutano a distinguere i contorni della sospensione, ci mostrano oggetti che parlano per quelle vite rimaste bloccate fuori dal tempo, raccontandone frammenti che raramente compongono un intero.

Il sistema del tatto racconta una storia famigliare, e la racconta conservandone tutte le sfaccettature, mantenendo due diversi piani di narrazione, uno passato e uno presente, e alternando al racconto vecchie lettere e foto di famiglia, esercizi di dattilografia e brani tratti dal Manuale dell’emigrante italiano in Argentina, un documento storico, datato 1913 e attualmente conservato nella biblioteca di Biella, che si proponeva, attraverso una serie di consigli e codici di comportamento, di modificare, e allo stesso tempo uniformare, l’atteggiamento degli italiani che si preparavano ad attraversare l’oceano in cerca di una vita migliore o per ricongiungersi ai famigliari. E questa è anche la storia della famiglia dell’autrice, originaria del Piemonte ed emigrata prima in Argentina e successivamente in Cile.

Nel romanzo sono due le voci che si alternano e che parlano da epoche diverse: Augustin e Ania. Augustin è il cugino del padre di Ania, apprendista dattilografo e figlio di una migrante italiana, non si è mai allontanato dall’Argentina, si allontana poco anche da casa. Vede Ania bambina ogni estate, quando dal Cile viene portata a Campana per passare del tempo con i nonni. La osserva, si preoccupa per lei, per il suo essere cilena e quindi straniera, invidia la sua possibilità di andare e venire.

Ania, al momento della sua narrazione, è una donna adulta, inadatta alla vita. Il padre le chiede di presenziare in sua vece all’estremo saluto di suo cugino Augustin a Campana. Ania si metterà in viaggio, attraversando di nuovo le Ande e tornando al paese della sua infanzia, nella casa dei nonni, per osservare l’ultimo bagliore di appartenenza prima che si spenga del tutto.

Ma c’è una terza voce nel romanzo, che si insinua nelle altre due e fra le foto e le lettere di un lontanissimo passato, ed è quella di Nelida, la madre di Augustin, l’origine delle altre due voci e del senso di sradicamento che si percepisce in tutto il romanzo. Nelida era stata costretta dalla famiglia a lasciare l’Italia da giovanissima per sposare un cugino in Argentina. Affronta da sola il lungo viaggio via mare, accompagnata solo dalle lettere del padre e da una valigia da non perdere mai di vista, piena delle poche cose del suo passato sulle quali costruire il suo futuro. Ma Nelida in Argentina perderà il senno, lacerata dallo sradicamento.

Di particolare importanza nel libro sono i brani tratti dal Manuale del migrante italiano in Argentina, che, come specchi, mostrano il senso di inadeguatezza di chiunque sia costretto a migrare di fronte alle aspettative degli autoctoni. In brevi e surreali consigli, si cerca di annullare la personalità e la cultura di chi migra perché non appaia troppo straniero ma degno di essere accolto. Si va dal <per la via non si cammina fuori del marciapiede. Un tempo chi l’avesse fatto sarebbe stato qualificato un «atorrante» (pezzente)> al <per chiamare la gente nell’atrio di una casa, o quando la porta è aperta, non si bussa né si vocifera, ma si battono tre volte le palme affrettatamente>, passando dai consigli su come mostrarsi prima dell’imbarco e durante il viaggio, non troppo spaventati ma neanche troppo viaggiatori.

Il sistema del tatto è  un libro potente, ci parla con delicatezza di nostalgia e di rapporti famigliari, del tentativo di appartenere a qualcuno o a qualcosa e, allo stesso tempo, dell’istinto di fuggirne.

Del dolore di non poter mai veramente tornare a casa, perché casa si trova nel passato.

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