Anémic_Cinéma_01

Smaltimento rifiuti – Sui precari, i luoghi e i vecchi

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Pubblichiamo un articolo di Cosimo Argentina, autore di Per sempre carnivori, uscito sull’ultimo numero del trimestrale Graffiti. (Immagine: Man Ray e Marcel Duchamp)

Luoghi. Un precario, un vero precario ferox, fa della precarietà la propria agiografia. Si precarizza il possibile e l’impossibile: amori, lavori, mete, parenti, barzellette, pizzerie, latrine… si arriva ad essere solidali con il giallo del semaforo. Si vive dove capita e tra una dimora e l’altra si riempie l’auto di seconda mano di accappatoi, radio, calzini, colluttori e pillole per la pressione (perché il vero precario, il precario sul serio diventa iperteso, non ci sono cazzi).

Non so quante case ho cambiato aspettando che saltasse fuori qualcosa di buono e potessi incassare un simulacro di stabilità. Prima con quel nomade di mio padre e con quella figlia della guerra di mia madre ce la siamo dichiarata a Taranto per tre anni, a Lecce dove ricordo solo la vetrata di un asilo e il vicino di casa ficcanaso, poi di nuovo a Taranto e quindi ad Alessandria dove scansavo i cigli indifesi e osservavo i tori da monta sulla pesa. A Novi Ligure passavo il tempo svitando le sedute delle altalene. Quindi mi sono dato allo jazzo in solitaria. Un anno a Modena tra i cappelloni con i loro chepì odor sebo e l’alza bandiera nel cortile d’onore. Poi Bari con altri universitari a giocare allo schiaffo del soldato. Poi ancora Taranto e un bel mattino: Limbiate, Hinterland nord di Milano, un bosco vicino casa e zingari stanziali in mercedes. Quindi Cesano Maderno tra conterranei pregiudicati e corregionali che mi parlavano nel dialetto biccarese pretendendo che capissi qualcosa. Poi di nuovo a Limbiate, ma versante cattivo, pinzanese: case popolari e rioni circoscritti da copertoni in fiamme. E ancora… Desio: il Pope di marmo nella piazza centrale e un tot di mignotte che aspettavano principi azzurri a scartamento ridotto.

Dopo Desio arrivò il momento di rientrare a Taranto, ma resistetti solo qualche mese. Passavo il tempo e basta e a trent’anni conoscevo a memoria tutte le strade della città perché non avevo altro da fare. Conoscevo anche tutte le mutandine stese dalle vicine e sapevo quante mollette usavano per appendere strofinacci e mappine e a che ora lo facevano e in che sequenza. Tornato in Lombardia me ne andai a Seveso. Seveso? mi burlarono gli amici. Seveso? Allora tanto valeva che te ne restavi ai Tamburi, a Taranto! Da Seveso finii a Varedo con l’illusione di essere a Varadero. Ma, hombre, non è esattamente la stessa cosa e al posto delle spiagge eccoti i binari del tram delle serve su cui cresceva una strana insalata condita con olio per motori. Tempo qualche anno e con sposa a carico me ne andai in quel di Bovisio Masciago. Un nome patetico per un pugno di case e fabbriche di mobili stipati nei cargo diretti a Mosca e Dubay. A Bovisio ci sono rimasto qualche anno. Vivevo in un appartamento al piano terra e come dirimpettaia avevo una vecchia strega che inviava ricette a Frate Indovino. Mi rubarono la macchina, a Bovisio, e quando la ritrovai delle cinque marce ne restavano servibili solo tre: prima, seconda e quinta sicché dovevo tirare la seconda allo sbiello per poter ingranare la quinta. Bovisio.

Nel 2003 nacque Francesco detto Cisco. Tempo un paio d’anni e ce ne andammo tutt’e tre a Meda in attesa della nascita di Milena in arte Spatuzza. Meda è il peggio. Non ho mai conosciuto un posto peggiore. Saracinesche incastrate, insegne schiodate e passaggi a livello epilettici. Peggio di Meda solo i medesi… al diavolo la loro fame di grano! Un’immensa fabbrica sul limitare di un bosco, di questo si tratta, e se ti vedono con un libro tra le mani fanno “cus’è? Perdì temp’ no, bagaj!”. In mezzo a queste poste ci sono ancora una miriade di luoghi in cui ho soggiornato giusto il tempo di dire amen, come a Paderno Dugnano dove vivevo con un tipo che la mattina piazzava cinque sveglie dalle quattro e mezzo alle sette. Passaggi. Quattro mesi a Fuerteventura con un vento a mugghiare dalla mattina alla sera e le ragazze a scopare i surfisti mentre io ero sprovvisto perfino di un asse da stiro ; due mesi a Garbagnate da una zitella acida come succo di limone che infilava la cera pongo nel buco della serratura; quasi un girone di andata a Roma, sulla Camilluccia, a lucidar bare; tre mesi a Bologna dove se non sei studente che cazzo ci stai a fare? … e poi ci sono i luoghi dove sono stato con quel folle Dedalo di mio padre: Angola, Mozambico, Madagascar, Sudafrica, New York, l’Europa tutta eccetto l’Islanda… e poi i viaggi con il mio compare di zaino: Birmania, Tailandia, Laos, Tunisia, Marocco, ancora Europa… e poi con la mia sposa in Siria, Giordania, Egitto, ancora Marocco e ancora Europa con un mese nei paesi baschi da ricordare per il nulla marcato nada.

Sono stato un dannato ladro. Ho rubato qualcosa in ogni posto dove ho messo piede. Ho rubato pezzi di ricambio di anime che mi hanno attraversato la strada. È come se avessi cercato di ingoiare bombole di ossigeno per poi finire in apnea. Essere andato lì o qua oppure in quel posto o quell’altro apparentemente non è servito a nulla. Apparentemente. Resta il fatto che non sto bene da nessuna parte. Quando un anno in una scuola ha termine penso, bè, Argentina, chi cazzo li vede più? In casa mi imparanoio e non ho mai messo le mani sulla falciatrice condominiale. Non lavo la macchina da un paio d’anni e cambio posto di lavoro a un ritmo ossessivo. L’ultima volta che sono stato a Parigi me ne sono rimasto mezza giornata davanti alla tomba di Baudelaire. Ehi, Charles… che cazzo facevi dalla mattina alla sera oltre scrivere la tua roba? Sono un fenomeno a basso regime, io. Posso restare tre ore di fila a guardare le luci del supermercato sotto casa.

Vorrei abbandonare la Lombardia anche se devo ammettere che non è un posto peggiore di altri. Non è peggiore di Taranto né di Corralejo, in fin dei conti. Ma è come se qui avessi fatto il mio tempo emotivo. So che le lancette scappano a gambe levate e adesso che Cisco e Spatuzza mangiano come gremlins mi tornerebbe comodo un posto da dodici mensilità da qualche parte. Chessò, custode di un deposito di casse di acqua minerale nel Vulture. Anche perché a cinquant’anni so che non è che possa scialare come un testuggine. Non si vive in eterno e io men che meno, lo dice il mio primo stato di famiglia.  Mio padre è morto a 53 anni crivellato da anni di nicotina e follia autodistruttiva e mia madre appena toccata la soglia della vecchiaia è decollata per i campi elisi. Devo darmi una mossa a metter fieno in cascina per via di una sensazione rampante che non ci arriverò, al terzo tagliando, avendo vissuto ogni ora della mia vita come un santuario durante un terremoto: omnes feriunt, ultima necat. Inoltre vengo da famiglie poco longeve. Nonna paterna fottuta a 60 anni da grappoli di trombosi come rugiada al mattino; nonna materna in salsa funebre a 61 nonostante i suoi splendidi occhi azzurri; nonno paterno addirittura saltato su una mina a 22 anni; solo il nonno materno tirò in là fino a 75 anni, ma nel suo carnet prese nota di due guerre mondiali combattute da fante e artigliere e due deportazioni in giro per il mondo sicché se ne avesse vissuti 35 tranquilli forse ne avrebbe tratto giovamento. Se aggiungete che ho amato una donna che s’è tolta la vita a 34 anni il quadro forse risulterà più chiaro.

Un precario dunque anela alla stabilità, ma in cuor suo, se per trent’anni è stato un blade runner come il sottoscritto, sa che in una condizione del genere probabilmente gli andrebbe in pezzi il cervello. Cambiare aria ha i suoi vantaggi e… massì, va bene così, anche perché, detto tra noi, non sopporto lo sport nazionale della lamentela a oltranza. Quelli-che-guadagnano-di-più, sono-quelli-che-si-lamentano-di-più. Gli sfigati hanno maggior dignità, mentre chi ha già sistemato almeno tre generazioni se la piange forse per allontanare l’invidia dal sagrato della propria chiesa.

Anche nella scrittura ho mantenuto questa fastidiosa tendenza: precario-spina-ultimo arrivato. Del resto consolidamento, vecchiaia e successo nella scrittura il più delle volte non hanno portato a nulla di buono. Nugoli di vecchi scrittori sono incappati in questa cripto mattanza. Molti grandi carnivori se ne sono andati al creatore prima di imboccare la via del canuto tramonto restando immortali. Dante tolse il disturbo a 56 anni dopo aver spaccato il culo alla letteratura italiana. Hemingway non avrebbe voluto morire mai, ma alla fine si infilò due canne di fucile in bocca quando aveva passato da poco i sessanta. Nathaniel Hawthorne durante gli ultimi anni della sua vita se ne andava in fissa davanti a un sasso e se arrivava Hermann Melville a rompergli la devozione lo guardava torvo e rientrava in casa nevrotico e triste. A Ezra Pound gli bruciarono il cervello in manicomio, ma lui tirò fino a diventare veramente vecchio, tanto vecchio da scambiare la depressione con un rigurgito di follia. Lasciò incompiuti i Cantos concludendo la sua vita pubblica con un’intervista a Pasolini dove sembrava che il poeta friulano l’avesse prima drogato e poi inchiodato a una poltrona.

Boccaccio superò i sessanta e nel 1300 doveva essere un traguardo non trascurabile. Gabriel Garcìa Màrquez lo tengono in vita in una serra in un luogo non identificato tra Città del Messico e Barranquilla. Nutrito a clorofilla e luce filtrata con un colino per la pasta il grande autore colombiano ogni tanto viene dichiarato morto sul web con tanto di falso testamento spirituale e smentita mercedesca. A Fante cercavano di far scrivere qualcosa anche quando se ne stava in un letto cieco e amputato con dentro il solo desiderio di essere lasciato in pace. Anche Arthur Rimbaud si ritrovò amputato, ma almeno era riuscito a spaziare sotto i cieli africani con i carichi di armi stipati tra le gobbe dei cammelli. Splendidi animali di razza, gli scrittori nella vecchiaia si sono trasformati quasi tutti in catafalchi alimentati a oltranza come bovini da mungere. Foster Wallace, da sportivo qual era, l’aveva capito. Moravia mi sa che invece non aveva capito un cazzo. Louis Ferdinand Céline diceva che da vecchio non se la fidava più a scrivere. E tirò le cuoia il giorno in cui mise il punto finale al manoscritto di Rigodon, salutando tutti a modo suo anche se è opinione diffusa che se si fosse fermato a Morte a credito la sua fama ne avrebbe tratto giovamento.

Per farvela breve la stabilità per un precario è una chimera, un sogno e uno spauracchio frullati insieme. Io spesso lavoro con chi non ha mai fatto un giorno di precariato eppure…

Quando parlo con colleghi che mi fanno presente che lavorano in quella scuola o quell’altra da venticinque anni e si sentono come a casa vorrei vomitare. Ma sorrido e faccio di sì con la testa, che capisco e che sono fortunati. Che cazzo dovrei dirgli?

Cosimo Argentina (Taranto, 1963) insegna diritto ed economia politica nel milanese. Dal 1999 a oggi ha pubblicato undici romanzi, tra cui Il cadetto (Marsilio 1999, premio Kihlgren opera prima e Oplonti opera prima), Cuore di cuoio (Sironi 2004), Maschio adulto solitario (Manni 2008), Beata ignoranza (Fandango 2009) e Vicolo dell’acciaio (Fandango 2010). A gennaio 2013 è uscito per minimum fax Per sempre carnivori.
Commenti
12 Commenti a “Smaltimento rifiuti – Sui precari, i luoghi e i vecchi”
  1. girolamo scrive:

    Fa’ che tieni il nome di uno dei Santi Medici, ci arrivi al terzo tagliando. Lì ti aspetto io per una birra :-)

  2. Cosimo scrive:

    asciute

  3. scrive:

    Azz e che storia!

  4. Nicola Giandomenico scrive:

    Cosimo Argentina è il mio Dio!

  5. Mario scrive:

    bellissimo testo, grande maestria nel ritmo della scrittura.

  6. mapi scrive:

    “Un precario dunque anela alla stabilità, ma in cuor suo, se per trent’anni è stato un blade runner come il sottoscritto, sa che in una condizione del genere probabilmente gli andrebbe in pezzi il cervello.” Infatti questo è un problema nel problema: per anni aspiri a una stabilità, la vedi intorno a te nelle vite degli altri, pensi che sia questo l’unico problema alla radice di ogni tuo male: è che sei precario; ma a quel punto, se mai ci arrivi, non sai vivere in altro modo e anzi, forse questa è una dote naturale che hai sempre avuto, non te ne rendevi conto, e ci pensi bene e capisci che è così, avresti comunque fatto questa vita (che consolazione), altrimenti non saresti sopravvissuto a un precariato così lungo.

  7. Cosimo scrive:

    l’unica dote naturale

  8. marica scrive:

    Che bravo Argentina! Misteri della scrittura: cerca di descrivere una vita di merda ma lo fa così da figo che quasi hai la sensazione che, a non viverla tu, ti sei perso qualcosa.

  9. Cosimo scrive:

    Marica, l’unica cosa buona nelle cose drammatiche è che se non ti stendono puoi sempre raccontarle

  10. marinella niccolini scrive:

    La vita stessa è precaria. Chi può dire di aver raggiunto un punto fermo? Soltanto chi ha smesso di desiderare, e allora sarebbe la fine. Vent’anni nella stessa scuola e poi ho avuto voglia di cambiare. Non mi sono mai sentita a casa.

  11. Cosimo scrive:

    il fatto di cambiare in sé non è l’essenza della faccenda. Anche i grandi manager sono a loro modo precari perché cambiano e variano, ma… è il fatto di arrivare a giugno e poggiare il culo sulla roulette sperando che esca il 27 rosso, quello è il danno. Il danno è vedere che da quest’anno perdiamo anche le ferie non godute (un diritto previsto dallo statuto dei lavoratori) il che significa uno stipendio alleggerito di quasi 1500 euro su un totale di 15.800 annui e l’elenco sarebbe troppo lungo da sbriciolare in un aggiungi commento

  12. Marinella Niccolini scrive:

    Il nocciolo della faccenda è che siamo una categoria di pavidi con l’aggravante di un’eccessiva femminilizzazione del corpo docente. Il secondo stipendio, anche se gramo, consente di tenere i piedi al caldo e rende indifferenti a qualsiasi rivendicazione. Un trattamento economico dignitoso ci consentirebbe anche un diverso ruolo nella società.
    Questa la realtà, non smettiamo pero’ di desiderare che le cose cambino ed agiamo di conseguenza.

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