Smarriti: Storie dal club dei “Quasi 27”

di Elia Pasini

Il “Club 27”, nella narrazione rock-pop, equivale a dogma. Jimi Hendrix È il grande divo, Jim Morrison È l’uber-profeta psichedelico, Janis Joplin È “La Voce”. Brian Jones l’anima dei Rolling Stones, Kurt Cobain il messia in camicia consunta, Amy Winehouse l’ultima stella del soul-pop. Poche volte si è dato spazio alla storia sotterranea – solo in rari casi tangente – al grande canone rock. Al Club dei “Quasi 27” fatto di artisti deceduti giovani – anzi, ancora più giovani, o appena più vecchi – come le star della morte prematura. Al sottobosco di rivoluzionari mancati, idoli estemporanei, vite smarrite che costituisce la base della piramide dello storytelling musicale.

Predicatori hanno diffuso il messaggio di Mosé-Morrison. Profeti hanno aperto la strada alla venuta di Cristo-Cobain. La droga della Winehouse non è più dark o maledetta di quella dei defunti silenziosi del rock. C’è tutto un mondo sepolto, in grado di ampliare – storia su storia – le fasi di un racconto tanto epico quanto lacunoso. Voci poderose in corpi troppo frangibili per riuscire a contenerle; quasi-star collassate a un gradino dal termine della scalata per il Paradiso;spiriti trascendenti strappati alla carne dal caso. Queste storie-comete, che vagano da decenni nel buio cosmico in attesa della rivelazione, vanno riaggregate al centro di massa della narrazione rock. Bisogna perdere dei pezzi – e poi rimetterli insieme – per ritrovarsi completi.

Il Fratello Minore

La famiglia Oliva, di chiara discendenza italiana, ha la musica nel sangue. Il padre dei nostri eroi – Criss e Jon – è pianista e lascia che i figli strimpellino sugli strumenti sparsi per casa. Il più grande, Jon – nato nel 1960 – neanche maggiorenne sa suonare piano, tastiere, chitarra, basso e batteria; e canta pure. Il piccolo, Criss – nato nel 1963 –, imita il fratello nei gusti, nell’attitudine, nel look, nella sperimentazione su più strumenti. Una rincorsa che rischia di interrompersi sul nascere, quando a tre anni quasi affoga durante una gita al lago. Un presagio di morte che lo attacca alla vita e a Jon; confidente, amico, faro. I due si affacciano alla età adulta negli anni ’70; era dorata di rock e glam, poi del punk e del primo metal. Jon è fan di Black Sabbath, Kiss, Deep Purple, del meglio della musica hard & heavy e non ama i compromessi: capelli lunghi, giacche in pelle; rumore.

L’illusione hippie-psichedelica – il misticismo, i santoni – sono lontani dieci anni. Nel 1978 nascono gli Avatar, progetto combo originario dei fratelli. Partono a rilento; iniziano il decollo nel 1983 quando pubblicano Sirens, prima uscita a nome Savatage, moniker con cui si isseranno tra le vette artistiche del metal. È il segno, oltre che del passaggio degli Oliva dal coverismo adolescenziale a una produzione inedita– tra Poe, l’heavy e la sinfonia – dell’emancipazione di Criss dall’ombra lunga di Jon. I ruoli sono definiti: Jon – il cantante – è il frontman; Criss, che sta in un retroscena solo apparente,percuote le corde della chitarra con l’urgenza di una Moira tessifato. È lui a trovare il nome definitivo alla band – aiutato dalla fidanzata Dawn, poi moglie – e ad appropriarsi, in definitiva, dell’anima della band stessa. I Savatage si spingono all’apice di quel Power Metal incazzato che è controcanto dell’AOR – vedi Bon Jovi, Journey, Bryan Adams – da classifica.

Diventano un culto: un incrocio apolide e così ben riuscito di rock, metal e neoclassicismo non si è mai sentito. Un’ascesa repentina; e poco rimunerata. Il successo commerciale, gli Oliva in duo, non lo centreranno mai. Venderanno bene, questo sì, ma nello stardom, in coppia, non riusciranno a entrarci. Criss, seminascosto in piena vista, è uno dei migliori chitarristi heavy degli anni ’80, compendio del virtuosismo à la Van Halen, dell’attitudine melodica di Sambora, della durezza di Kirk Hammett e Dave Mustaine. Forse non ne ha il carisma, o forse ce l’ha; ma è più concentrato sul perfezionamento di sé che sull’autodistruzione. Annichilimento che invece tocca Jon, che non tarda ad adeguarsi allo stereotipo del rocker tossico maudit, arrivando sull’orlo del precipizio al termine del binario morto. A rimanerci, però, è proprio Criss, quando forseci sta per entrare, nell’Olimpo degli axemen, a colpi di assoli memorabili come quelli di Believe, Gutter Ballet, When the Crowds Are Gone.

È il 1993, il più piccolo degli Oliva ha appena compiuto 30 anni, i Savatage vengono dal capolavoro Edge of Thorns, pubblicato dalla major Atlantic, e sono tra i gruppi metal statunitensi più venerati. La formazione è cambiata, con l’ingresso del nuovo cantante Zachary Stevens. Non è un caso, forse, che a pochi mesi dal disco che vede Jon scivolare dietro le quinte – da frontman/istrione a tastierista posato, a causa dei precedenti abusi vocali e non – il proscenio tocchi tutto, per una volta, a Criss. Si era salvato dall’annegamento, a 3 anni; non si salva, a 30, da un frontale con un’auto guidata da un ubriaco. Muoiono lui, la moglie Dawn, i Savatage originali, che pure continuano – rinnovati – una degna, rispettosa, carriera. Jon diventerà ricco con la Trans-Siberian Orchestra, costola operistica della band. Col nume del fratello minore a fargli da faro e stella polare da lì in avanti.

Grunge Edonista

Il grunge non l’ha inventato Kurt Cobain; non l’ha inventato neppure Chris Cornell, idolo adolescenziale di Cobain. E neppure Andy Wood – coinquilino e miglior amico di Cornell – che però, bruciandosi da sé in un pugno di anni memorabili, ha dato slancio a una delle fasi più vulcaniche della storia rock. Wood è, essenzialmente, un musicista glam; emulo di Elton John, sul versante introspettivo, e di Marc Bolan-Vince Neil, su quello edonistico. Nato nel buco del culo del Mississippi– nel 1966 – e cresciuto nel buco del culo dello Stato di Washington, Andy è incarnazione dello spirito rock atavico. Del tipo: alla vita ai margini preferisco la vita sotto i riflettori; a una vita lunga e retta ne preferisco una breve e schizzata.

Wood non pensa ad altro, fin da giovanissimo, che a diventare una rockstar. Da adolescente si agghinda come i suoi idoli Freddy Mercury e David Bowie: calzamaglie lustrinate, superboots, viso truccato, unghie dipinte e, soprattutto, pose; tante pose. Una vita in posa. Per aspirare il più possibile all’ideale rock non può che autocristallizzarsi, ibernarsi in una rockeritudine inevitabilmente manchevole. Si è sempre in difetto del proverbiale centesimo per fare la lira, quando si tende alla perfezione del concetto astratto. La storia di Andy – che si tinge, manco a dirlo, del solito rapporto carnale con la droga – è fatta di relazioni fondanti per il prosieguo della scena grunge-alternative.

Detto in apertura di Cornell – leader dei Soundgarden e di tutto il movimento, in contumacia Wood, fino alla venuta di Cobain – va menzionato anche il link coi saranno Pearl Jam. I Mother Love Bone, secondo gruppo di Andy (1987-1990), altro non sono che i Jam sotto mentite, primordiali – e glam – spoglie. Gli altri due membri chiave della formazione, il chitarrista Stone Gossard e il bassista Jeff Ament, li ritroveremo, finita l’effimera cavalcata dei Bone, nella band resa famosa dal vocione di Eddie Vedder. Tra Mother Love Bone e Pearl Jam si esaurisce l’intero discorso grunge: i primi sono iperbolici, zozzi, grevi; i secondi introspettivi, maturi e adolescenziali, spiritici. Cobain scopre l’acqua calda; sopraffatto dallo showbiz, la vende come grappa gran riserva. Wood gli toglie pure il primato di morto prematuro number one del grunge – in seguito ci saranno anche Layne Staley, Scott Weiland, lo stesso Cornell – e saluta tutti, appena prima di diventare star, il 19 marzo 1990, ventiquattrenne. Overdose. Di droga, di vita e di rock, condensati nella prima supernova degli anni ’90.

Fase REM e Nirvana

A lato del grunge, c’è una sottotrama alternative fatta di musicisti sospesi tra indie e mainstream. Gli Screaming Trees, pure loro dello Stato di Washington; Jeff Buckley, perché no; i Blind Melon, trait d’union tra il campfire folk stile Joan Baez, l’underground conscious di stampo new wave e il rock-punk seattlecentrico. La band, che prende vita nel 1990, è come una di quelle squadre di calcio forti di per loro che però hanno in rosa un fenomeno che svetta sugli altri; il fenomeno dei Blind Melon si chiama Shannon Hoon, frontman e vocalist, croce e delizia.

Hoon, nato nel 1967, è un hippie figlio di hippie, che tenta un ritorno alle origini idilliache e pastorali del rock-folk americano intrisodi country e blues. È l’unico punto saldo di una carriera e di un’esistenza errabonde. Hoon, con Buckley – di un anno più vecchio e incensatissimo – è la voce più interessante del rock introspettivo di inizio decennio; ora ferino, ora suadente, ora intimista. I maestri di Shannon sono i cantautori e le band colte pure del recente passato, dai REM agli Smiths; il pubblico di riferimento il medesimo: quello dei giovani intellettuali, dei bohémien, dei marginali socialmente inseriti. I Melon hanno successo nella zona di confine tra controcultura e americanismo rassicurante; la matrice rock della loro proposta è troppo limpida per essere trascurata, soprattutto dal business discografico.

Il periodo storico fa il resto, producendo uno dei più grandi equivoci nineties. La band di Hoon, dalla stampa specializzata, da parte della fanbase e dagli ascoltatori occasionali, viene trattata come act grunge de facto. Il singolone No Rain – numero uno nella Rock Chart di Billboard e pietra di paragone per ogni canzone composta e respiro preso in seguito dal gruppo – in effetti quella patina à la Pearl Jam ce l’ha: ammicca con elegiaca finezza al mondo commerciale della ballad pop innervata dal folk. Guarda un po’, è pure prodotta dal Rick Parashar già uomo-studio proprio dei Jam di Ten. Rimane una delle hit più belle degli interi anni novanta, ma è l’inizio e la fine della curva apicale di Hoon e compagni. A nulla vale il fatto che l’omonimo Blind Melon (1992), lavoro d’esordio contenente anche No Rain, sia uno degli album più eclettici del periodo, con influenze psichedeliche, roots, soul. I Melon rimarranno sempre “quelli di No Rain”, nella percezione mainstream. E così finiscono ai margini, pur se il successivo Soup (1995) è forse il capolavoro del gruppo. La critica e i fan lo sottovalutano e lo lasciano scemare nell’oblio; disco troppo centrifugo. Hoon intanto sta sprofondando, anche a seguito di una non salubre amicizia con Axl Rose, nella droga-spirale. A Woodstock ’94, sotto LSD, regala forse la migliore performance della carriera. Nel luglio del ’95 gli nasce l’unica figlia Nico Blue, avuta dalla fidanzata Lisa. Le esibizioni si fanno sempre più rabbiose, come se Hoon fosse aggrappato con le unghie al mostro che lo sta fagocitando. Muore a 28 anni­­- alla stessa età di Jeff Buckley – il 21 ottobre 1995, per overdose di cocaina; quasi dimenticato.

Spleen Gentile

C’è un metal romantico. Un metal spirituale, fatto di sentimenti estrinsecati, puri, che sfida l’apparenza monolitica del genere. I Woods of Ypres di David Gold sono tra gli esempi più incontaminati di questo heavy eterodosso. Gli Ypres s’inseriscono nell’alveo – vitale – della musica estrema alternativa di fine anni Zero, inizio anni ’10. Il filone, a dire il vero, risale ai Type O Negative, vera band-monumento per il percorso di Gold e soci. Peter Steele, gigante larger than life distrutto dalla propria fragilità, ha tracciato il solco per l’artista heavy che non si accontenta di urlarla, la sofferenza, ma che preferisce combatterla con la certezza di essere sconfitto. I temi, di Type O Negative e Woods, rientrano nel pacchetto dark-goth: spleen, decadenza, ciclo vita-morte-vita, uomo contro l’Universo, uomo dentro l’Universo. E i temi dei Woods sono quelli di Gold, perché il frontman è l’unica presenza fissa della formazione, con gli altri membri che vanno e vengono e turnisti – decine – che si alternano nell’arco di dieci anni e quattro dischi. Gold, nato nel 1980, è tra gli esiti ultimi di quella genia di sciamani vocali – dalla tessitura basso-baritonale – che va da Jim Morrison al sopracitato Peter Steele, che annovera pure – in generi anche molto diversi tra loro – Mark Lanegan degli Screaming Trees, il già menzionato Eddie Vedder dei Pearl Jam e Glenn Danzig degli omonimi Danzig. Gli Ypres, all’interno dei crismi del metal estremo – con tanto di decise spruzzate black – dipingono il melanconico, freddo, autunno canadese che ben conoscono (sono originari dell’Ontario). Gold ha la maturità compositiva, la grammatura vocale e l’aura decadente di un veterano e riesce a ricavarsi una nicchia riconoscibile nel complesso panorama metal underground appena precedente la rivoluzione social.

I Woods of Ypres sono tra le migliori realtà di un revival folk-black che comprende, tra gli altri, Agalloch e Alcest. Non fanno in tempo a proseguire la scalata. Gold segue il padre putativo Peter Steele anche nella dipartita prematura. Muore nel 2011, trentunenne, in un incidente d’auto. Nel 2012 esce, postumo, Woods 5: Grey Skies & Electric Light. Il più bel brano del disco Finality pare l’auto-elegia scritta da Gold per commemorare la propria morte.

Though we leave the world apart, I, still went peacefully, quietly,
with you, still, firmly… in my heart.

Quasi a ricordarci che, stando in equilibrio tra ricordi ed emozioni, si possono tenere insieme, in eterno, i cocci di un’esistenza smarrita.

Commenti
Un commento a “Smarriti: Storie dal club dei “Quasi 27””
  1. Franco scrive:

    …. una analisi meticolosa di un periodo che effettivamente richiederebbe una ricomposizione contestualizzandola nel periodo , legandola agli altri processi musicali suoi derivati , con un effetto domino che da una parte sembrerebbe fermarsi all’ultima interpretazione rock , altri invece che sono proprio di oggi , ma in alcuni casi , senza un esito evolutivo , collassandosi su se stessi .

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