Memoir_by_Valimar

Smemoir

Questo articolo è uscito sul Sole 24 Ore

La prima verità è che gli esseri umani hanno un bisogno ancestrale e moderno di raccontare la propria storia dal proprio punto di vista e con le proprie parole. La seconda verità è che spesso, quando la raccontano, gli esseri umani non dicono la verità. La terza verità è che il senso della letteratura, forse, s’iscrive proprio in questo diaframma difettoso: lento a chiudersi quando si testimonia ‘come sono andate le cose’, rapinoso e istantaneo quando le si inventa. Negli ultimi trent’anni si sono scritte e lette più autobiografie che nell’intero corso della storia. Ne parla On Memoir: a History, di Ben Yagoda, un interessante volo aneddotico su caratteri e miracoli della forma confessionale, da Sant’Agostino a Rousseau, da John Bunyan a Stendhal, fino agli ego-autori milionari consacrati dal podio televisivo di Oprah Winfrey, con l’ormai classico repertorio di successi, scandali e disastri che l’industria culturale anglosassone ha macinato nel nome del diritto a narrare le proprie vicende. Il caso più dibattuto e clamoroso riguarda A Million Little Pieces, di James Frey, titolare di una vibrante parabola di dipendenza, che dopo aver appassionato milioni di lettori ha ammesso di aver ‘inventato un po’. Negli anni ottanta e novanta lo scaffale del memoir si è gonfiato a dismisura, proiettandosi in tutti i sensi della disgrazia, vietati o legittimi. La via della detenzione psichiatrica. La via della detenzione tout court. La via della prigionia, della segregazione, dell’isolamento e persino della fama. La confessione scritta, da esame di anime assolute si è trasformato in paradiso di massa per amici fragili e vittime presunte.

Memoir è una delle tante inserzioni lessicali francofone nel tessuto dell’inglese colto: la scelta di questa parola per definire i volumi confessionali, che Yagoda fa risalire al diciottesimo secolo, non fu facile: se l’obiettivo era ‘dire tutta la verità su se stessi’ forse la parola ‘memoria’ non funzionava, implicando una fiducia eccessiva sulle facoltà del ricordo e una prospettiva ancor più ristretta: il proprio ricordo. Naturalmente al centro di questo genere letterario – destinato a diventare, nella postmodernità digitale, il genere espressivo per antonomasia dell’animale umano – c’erano due opzioni: parlare a Dio, trascrivendo ogni minuscola variazione del proprio canone spirituale; oppure parlare ai posteri, nella schietta convinzione che trasmetter la propria esperienza in modo accurato sia l’ultima cosa giusta da fare prima di andarsene. Il problema, spesso, è proprio l’accuratezza.

In Italia, paese inaccurato, in cui le confessioni si ritrattano spesso, il genere fiorisce, come altrove, nel Settecento, esprimendosi nella narrazione fluviale e orizzontale delle Storie della mia vita di Casanova e nelle Memorie inutili di Carlo Gozzi – analizzate in un capitolo del Casanova e la malinconia di Giorgio Ficara significativamente intitolato ‘dire la verità’ (per non parlare di Giovanartico da Porcia, che nel 1721 stilò un ‘progetto ai letterati d’Italia per iscrivere le loro vite’). Poi, nel Ventesimo secolo, la testimonianza esemplare di Se questo è un uomo, ma anche piccole gemme come Deviazione di Luce d’Eramo. E adesso, su tutt’altro piano, e ben più vicini alle caratteristiche del memoir di oggi, scrittori e giornalisti italiani danno alle stampe volumi che sotto il titolo porterebbero la dicitura ‘memoir’: in ordine sparso, Andrea Canobbio, Gad Lerner, Alain Elkann e altri. Ma un passo sotto (o sopra?) l’ambizione letteraria, l’impulso autobiografico trova una nave scuola nel cunicolare mondo dell’editoria amatoriale e on demand: centinaia, migliaia di cittadini hanno dato alle stampe volumi di ricordi, resumè esistenziali, ciascuno secondo le proprie possibilità ed a ognuno secondo i suoi desideri. (A chi scrive è capitata la curiosa esperienza di pubblicare una specie di memoir esplicitamente incentrato sulla figura di suo padre, e poi, due anni dopo, aprire un volume memoriale scritto dallo stesso padre, e avvicinarsi come creatura spaventata alle pagine che lo riguardano tremando, temendo di trovare uno specchio, un duello verbale ed emotivo, la risposta a quel ritratto rovesciata e convessa. Invece c’erano solo parole d’amore).
Com’è facile immaginare, a un secolo da Freud – che si rifiutò ostinatamente di firmare un’autobiografia – gli eroi e i villani dei memoir sono tipicamente i genitori. Succede con Patrimonio di Philip Roth. Succede con La vita dopo di Donald Antrim. Succede con Esperienza di Martin Amis. Negli ultimi quarant’anni l’intrusione del memoir ha cambiato i connotati delle forme narrative in modo virtuoso, come nessun’altra forza esterna al patto della finzione, producendo opere confessionali che però dell’accuratezza documentale hanno una visione non euclidea. Dalle spirali cronologiche disegnate da Nabokov in Parla, Ricordo all’auto-biopsia quasi horror di Bret Easton Ellis in Lunar Park, dalle ossessioni di Walter Siti a quelle del Velo Nero di Rick Moody, dalle confessioni in forma di prefazione di Cesare Garboli, fino alla sublime idea del grande ‘irregolare’ Emile De Antonio, mentore di Warhol, cineamatore in tempi non sospetti e regista di documentari, che nel 1988 decise di mettere al mondo un oggetto mai visto prima: un’autobiografia filmata, con materiale girato su se stesso e sul proprio corpo nei decenni precedenti. Il progetto era pronto, Martin Sheen aveva messo i soldi per realizzarlo. Poi De Antonio morì. Ecco il punto in cui dire la verità non basta più: in cui è necessario improvvisare, fingere, credere o sospendere l’incredulità.

Gianluigi Ricuperati è uno scrittore e saggista italiano. Nel 2006 ha pubblicato Fucked Up per Bur RCS e ha curato, insieme a Marco Belpoliti, la prima monografia mai dedicata al disegnatore Saul Steinberg. Nel 2007 Bollati Boringhieri ha pubblicato Viet Now – la memoria è vuota. Ha scritto un testo pubblicato ne Il corpo e il sangue d’Italia. Nel 2009 è uscito La tua vita in 30 comode rate (ed. Laterza).
Attualmente collabora alla Domenica del Sole 24 Ore ed è corrispondente speciale per la rivista Abitare. Da gennaio 2010 dirige Canale 150 – gli italiani di ieri raccontati dai protagonisti di oggi – iniziativa per la celebrazione dei 150 anni dell’Unità d’Italia sostenuta dal Comitato Italia 150 e da Telecom Italia. Dal 2010 è curatore del Castello di Rivoli – Museo d’Arte contemporanea. Ha scritto di spazi e architettura per Domus, ha collaborato alle pagine culturali de La Stampa e D di Repubblica. Scrive di musica per Rumore e Il Giornale della musica. È stato consulente editoriale per Alet Edizioni. Nel 1999 ha tradotto per la casa editrice Einaudi The Wild Party, testo di Joseph Moncure-March, illustrato da Art Spiegelman (ed. Einaudi Stile Libero, 1999). Nel 2007 e nel 2008 è stato, con Stefano Boeri, co-direttore di Festarch, festival internazionale di Architettura a Cagliari. Durante la prima edizione di Festarch ha svolto un dialogo pubblico su ‘architettura e letteratura’ con l’architetto olandese Rem Koolhaas. Nel 2009 è, con Stefano Boeri e Fabrizio Gallanti, co-direttore artistico di Urbania a Bologna. Collabora con Fondazione CRT e cura una collana di volumi di architettura e narrazione.
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