EnkelDika

Smettere di scrivere

Intervento tenuto al Writers Festival di Milano il 25/11/2012. (Immagine: Enkel Dika.)

Domandarsi perché smettere di scrivere — soprattutto a una serie di incontri chiamata Writers — può sembrare a prima vista una questione del tutto oziosa. A mio avviso non lo è, in quanto contiene una domanda anteriore e altrettanto importante, ovvero: perché scrivere? Se non c’è una buona risposta a questa domanda, l’altra è già risolta: non occorre nemmeno iniziare, punto.

Cominciamo dunque da qui.

Perché scrivere? O meglio: perché scrivere con il fine di rendere pubblico ciò che si scrive? Credo sia sempre indispensabile porsi tale domanda, e soprattutto oggi in cui la parola scritta sta conoscendo una diffusione inaudita e “pubblicare” non è più un lavoro, come dice Clay Shirky: è un pulsante. Click. Pubblicato.

C’è una risposta ovvia alla domanda: “Perché sì”. Ed è giusto. Non c’è niente di male in questa spinta egocentrica: cominciamo tutti da lì, dopotutto. Il problema è capire dove si finisce — dove vogliamo finire. Vale la pena continuare quello che sto facendo? Sono sicuro di stare dedicando tutto me stesso alla pagina? Quanto sto approfittando del mio status di “scrittore pubblicato” per giustificare un’eventuale pigrizia?

Al netto dei propri talenti, e del fatto che comunque un pizzico d’irresponsabilità è indispensabile, questo continuo esame di coscienza mi sembra sempre più necessario — anche perché “essere pubblicati” è ormai visto come un fine in sé e non invece un mezzo per offrire la propria parola a dei lettori.

In sintesi, se l’impulso a rompere il silenzio della pagina bianca comincia da un qualche bisogno dell’ego, credo che la scrittura nella sua forma più compiuta sia una sistematica distruzione delle ragioni dell’ego. Non si scrive allo scopo di affermare sé stessi in qualunque modo per mostrare il proprio libro agli amici, per avere una recensione, per ottenere la patente di “scrittore” ma allo scopo contrario di uscire da sé stessi. Di staccare un oggetto da sé.

Naturalmente non è facile, e le sirene del narcisismo cantano di continuo (canteranno per sempre): è un gesto che richiede molta attenzione e fatica e dolore. Ma in cambio apre le porte di un mondo meraviglioso e che non smette mai di stupirmi: un’infinita serie di possibilità che nessuno ti potrà mai togliere.

Benissimo, dunque: perché rinunciarvi?

Perché si smette di scrivere?

Difficile dirlo. Forse ci sono due ragioni, che molto spesso sono intercambiabili e altrettanto spesso una diventa l’alibi dell’altra.

La prima ragione: perché si pensa di avere detto tutto. Immagino che tutti abbiate sentito parlare del ritiro “a fine carriera” di Philip Roth: una decisione ponderata, come un attaccante quarantenne che appende le scarpe al chiodo. Ma naturalmente il pensiero di non avere più niente da raccontare non vale solo per questi grandi nomi: l’ossessione vive nello stesso modo anche in scrittori di poco conto, persone dotate di poco talento. In questo caso, anzi, l’addio alla parola è ancora più straziante, perché nessuno si rammaricherà di avere perso un mediocre.

Ad esempio, uno può dire basta quando in cambio della propria parola ottiene solo rifiuti editoriali, silenzi, incomprensione. È lì che arriva il momento terribile in cui ci si chiede: è colpa mia o è colpa del sistema?

Ecco, a me interessa molto di più uno sconosciuto che, nel silenzio della propria totale oscurità, rinuncia senza clamori e per semplice rispetto — perché a suo giudizio sa di non poter fare abbastanza. Compie un gesto per cui va ringraziato: rinuncia al desiderio malato di dire la propria, rinuncia alla santificazione di ogni opinione, rinuncia all’idea che poter pronunciare una parola significhi doverla pronunciare, e che la libertà coincida con il suo esercizio sempre e comunque.

La seconda ragione: si smette perché se ne è troppo ossessionati. Perché ci si rende conto di essere giunti al punto in cui la parola ha preso il totale dominio della propria vita. Si è diventati, come diceva Hermann Hesse, degli “affrescatori sentimentali”: persone che ricercano esperienze solo in quanto possono raccontarle, esteti dell’attimo, incapaci di purezza.

Tutto questo è vero per ogni scrittore: l’impulso a vampirizzare quello che si vive è sempre lì, una malattia strisciante: con il tempo tendenzialmente lo si risolve e lo si integra: ci si rassegna, in qualche modo. Ma a volte qualcuno non ce la fa. Di fronte a tutto questo, di fronte al delirio di pensare l’esistenza in termini di scrittura e al distacco che la parola impone, si cerca un sollievo radicale. Basta. Fine. Torniamo a vivere la vita senza sporcarla con i concetti, senza pensarla in termini di storie e personaggi.

(Ma è davvero possibile liberarsi da questo impulso? Ci torneremo fra un attimo).

Intanto su questo tema vi consiglio un bellissimo libro di Enrique Vila-Matas, Bartleby e compagnia: una galleria di scrittori che hanno rinunciato alla parola, o che addirittura non hanno mai scritto. Il titolo naturalmente è un omaggio al personaggio di Melville, lo scrivano Bartleby, che di fronte a qualunque richiesta rispondeva “Preferirei di no”.

Gli autori che racconta Vila-Matas sono tutti autori della negazione. C’è Henry Roth, che dopo avere scritto un capolavoro non riconosciuto come Chiamalo sonno fece tutt’altro (il pompiere, l’insegnante, il vagabondo) e conobbe il successo con la ripubblicazione del romanzo, trent’anni dopo avere smesso. C’è naturalmente Rimbaud, che considerò chiusa la propria opera poetica a vent’anni e si diede al commercio di schiavi in Africa. C’è Salinger, di cui tutti conosciamo il destino: mai più una riga e reclusione totale dopo quattro libri di enorme valore. C’è Juan Ramon Jimenez, che smise per sempre dopo la morte della moglie Zenobia, sopraffatto dal dolore (un severo monito: le parole non sono onnipotenti e molto spesso la vita, gettata fuori dalla porta dell’autore, rientra dalla finestra schiantandolo). E tanti altri, una malinconica e divertente galleria.

Di fronte allo strapotere della parola, queste sono isole salde che corteggiano il silenzio e che guardandolo fisso negli occhi ne rimangono stregate.

Ma in generale sono pochi i “bartleby” che rinunciano senza dolore. Quasi nessuno: “smettere di scrivere” non è un gesto aristocratico e virtuoso: tutt’altro. Il gesto di scrivere è un gesto che mette in gioco l’intera propria esistenza, e sul piatto della bilancia non ci sono soltanto parole: c’è tutto ciò che siamo. Per questo è così atroce sentirsi non riconosciuti. Per questo ogni libro o anche ogni articolo che viaggia nel mondo è un pezzo pulsante del nostro corpo, e come tale reagisce a ogni sollecitazione, anche la più piccola.

Lambiti dalla follia o dalla disperazione, incapaci di sostenere tale peso, i nostri scrittori del no si abbandonano dunque a una soluzione che puzza quasi di suicidio. (Alcuni si suicidano davvero, fra l’altro). Non è l’affermazione di una nuova vita dopo la scrittura, bensì la semplice e amara negazione della scrittura stessa. Non c’è autentica liberazione — e questo ci porta al punto chiave.

La difficoltà principale legata allo smettere di scrivere — e che secondo me è il nodo del problema — è che scrivere, per uno scrittore che vorrebbe davvero sentirsi chiamare tale, non è semplicemente di un’attività: è una condizione.

Il rapporto di uno scrittore con la realtà è di tipo narrativo. Anche se smette, non smetterà di inventare storie: solo, lo farà nella sua testa o avrà intuito di non essere più in grado di renderle come voleva. Chiamatemi idealista, ma credo sia impossibile cancellare quell’emozione, quel desiderio, quel rapimento che ti porta l’idea di una storia o di un personaggio, o anche solo la musicalità di una bella frase. William Burroughs l’ha espresso perfettamente così, in un’intervista:

Sa, mi chiedono se continuerei a scrivere anche se mi trovassi su un’isola deserta e sapessi che nessuna mai vedrà il mio lavoro. La mia risposta è, molto enfaticamente: sì. Continuerei a scrivere per avere compagnia. Perché creerei un mondo immaginario — il mondo è sempre immaginario — in cui vorrei vivere.

Chiamarsi fuori dal ruolo di scrittore significherebbe smettere di percepire il mondo in una certa maniera. O meglio, smettere di abitare il mondo così come lo si è costruito attraverso anni di duro lavoro, sofferenze e gioie, fatiche immani, sacrifici, comportamenti autolesionisti e rinunce personali.

Smettere di pubblicare, o persino di porre la penna sul foglio, non significa smettere di immaginare: non significa smettere di essere uno scrittore, di essere in quella specifica condizione.

Mi rendo conto che giochiamo su un crinale molto sottile, ma vorrei davvero spezzare una lancia in favore delle ragioni profonde e delle forze incontrollabili che governano questo tipo di attitudine. Contro il cinismo imperante che governa il mondo della parola pubblicata, mi piace ricordare che qui innanzitutto non si parla di copie vendute, o di strategie di marketing, o di copertine o di recensioni, o di terze pagine o di feste editoriali o di tutti gli orpelli che stanno attorno al brivido del raccontare. Una storia non è questo. Una storia è magia e io rivendico il diritto di onorare questa magia.

C’è un buon esempio a questo proposito: fumetto di Mark Millar da cui hanno tratto anche un film (e di cui è uscita poco fa la seconda serie). Si chiama Kick Ass: è la storia di un ragazzino che si mette a fare il supereroe di strada. Si veste con una sorta di muta da sub e va in giro con dei bastoni. Alla prima uscita seria, dei portoricani lo massacrano di botte e accoltellano.

La madre è morta, il padre un brav’uomo che lavora come operaio notturno: lui si rimette dopo mesi e giura di lasciar perdere quella follia — perché di fatto è una follia, una stupidaggine assoluta, qualcosa per cui non vale la pena soffrire e far soffrire chi gli vuole bene. Brucia dunque i fumetti, i piani e i disegni del suo costume.

Una vignetta dopo, ha di nuovo la muta addosso.

Basta una vignetta.

La didascalia ci offre i suoi pensieri: … Ma chi volevo prendere in giro? C’era un fottutissimo demone dentro di me, cazzo.

Demoni. Ecco cosa intendo. Contro ogni razionalità o buon consiglio, se sei quella cosa, non puoi chiamarti fuori davvero e fino in fondo. (E sono abbastanza certo che anche Philip Roth, ascoltando un aneddoto, penserà sempre: ah, questo sarebbe un magnifico personaggio o ah, questa diventerebbe una gran storia per un romanzo).

Una coda personale. Io amo scrivere e detesto i piagnistei dell’autore che soffre al calor bianco. Ma in mezzo ci sono stati un sacco di problemi e di incertezze (non che ora non ce ne siano), e di dubbi atroci sulle mie capacità. Di qui l’idea (che naturalmente e un po’ vigliaccamente mi è venuta nei momenti peggiori, quelli in cui gli editori rifiutavano i miei libri): e se smettessi? E se provassi a fare tutt’altro? E se dimenticassi questo mio rapporto con le cose? Ma ogni volta, un meccanismo automatico scattava in me e diceva: no, riprendi la penna. E io la riprendevo.

“Smettere di scrivere” è sempre possibile e in certi casi è anche giusto, ma non risolve il problema alla radice: ne cancella la manifestazione fenomenica, lasciando l’impulso intatto. L’impulso a pensare la realtà in termini narrativi, lo stesso che avevo a tre anni quando inventavo storie con mio padre: raccontare. È l’unica cosa, credo, in cui sono completamente me stesso. E per quanto a volte possa detestare questo me stesso, non posso certo rinunciarvi.

Ed è qui che la nostra domanda si tocca con la precedente: ogni volta che si inizia un racconto, o un romanzo, implicitamente non si smette: si accetta di nuovo di giocare a questo gioco. E allora potreste domandarmi legittimamente: se non smetti di scrivere, in base a quale ragione dovresti farlo?

Non lo so. Perché penso di avere qualcosa da dire, e provo a dirla nel modo migliore possibile: ma nessuno mi rassicurerà mai completamente di essere davvero capace di farlo, o di poterlo fare un’altra volta ancora. Non un editore (e ho un editore meraviglioso). Non un certo numero di lettori da superare. Non una ragazza, non mia madre, nessuno. Ci sarà sempre un margine terribile di ansia e dubbio che, spero, mi salverà dal delirio dell’ego e mi terrà in quello che Heidegger chiamava un “buono stato di bisogno” ma senza false modestie e senza ipocrisie.

In fondo, nessuna delle parole di chiunque può pretendere di imporsi all’attenzione di un altro. Il massimo che può fare è offrirsi, e tanto basta. Mi rendo conto sia molto difficile da capire per chi disperatamente vuole farsi ascoltare e dominare uno spazio di ascolto, ma è così. E vale per chiunque — se è uno scrittore onesto. E cioè uno scrittore che riconosce il sacro valore del silenzio, ma è anche disposto a sfidarlo con coraggio e responsabilità. Ricordando sempre che è da lì che le parole vengono, e in fondo lì ritorneranno.

Prima o poi gli scrittori smettono tutti, per sempre: una buona storia, invece, non smette mai di essere raccontata.

Commenti
32 Commenti a “Smettere di scrivere”
  1. scrive:

    Parole sante! letto e apprezzato d’un fiato.. Alla fine perplesso pensavo, ma lo scrivo il commento?…

  2. Jacopo Lubich scrive:

    Bello.
    Si smette di scrivere quando si smette di condividere il proprio mondo.

  3. fabrizio elefante (@fabelef) scrive:

    Quando uno ha “un editore meraviglioso”, è difficile percepisca davvero le conseguenze del mancato riconoscimento.

  4. Rossano Musca scrive:

    Sembra che l’articolo voglia convincere a non scrivere (adducendo buoni motivi per farlo). Personalmente credo che esistano delle ragioni per smettere di scrivere, ma mai delle buone ragioni per farlo, e che ognuno abbia diritto (qualora lo senta) di cercare di conquistare degli spazi d’ascolto, anche se con insistenza ed ostinazione. Agli altri sta il diritto di valutare se l’abbia fatto bene o meno, ed eventualmente accordargli il proprio ascolto. Detto questo, leggendo mi è venuto in mente un bel libro di un architetto spagnolo (Martí Arís Carlos), dal titolo Silenzi eloquenti, nel quale viene citata questa frase di Paul Valéry che a mia volta riporto qui: “Occorre maggior finezza per fare a meno di una parola che non per introdurla”.

  5. Enrico Macioci scrive:

    Davvero un bel pezzo di cui condivido tutto, con tantissimi spunti di riflessione.

    Nel mio piccolo ho sempre avuto una pulsione verso il No, sia prima sia dopo aver pubblicato. Non so di preciso da cosa derivi. Certo, se adesso allungo la mano posso afferrare dallo scaffale Underworld, o 2666, o Il grande Gatsby o i Racconti di Kafka o Moby Dick e quindi concludere: a che serve che scriva anch’io? Però non è solo questo il punto.
    Credo invece che la questione si situi più in profondità, laddove cioè tutte le storie – e di conseguenza la scrittura stessa – attingono a un senso. Ecco la domanda, idiota forse ma prima o poi ineludibile: non perché io scrivo, bensì perché si scrive?
    Il problema (e la soluzione) sta in ciò che afferma giustamente Fontana; ogni volta che qualcuno da qualche parte nel mondo si rimette sul foglio o dinanzi allo schermo, intenzionato a creare una storia e perciò disperato ma anche euforico, e insomma animato da una specie di fede o fiducia o fuoco, il perché scrivere perde significato e lascia il posto al cosa e/o come scrivere. E’ un meccanismo che attiene proprio ai fatti, alla realtà materiale più che al ragionamento. E’ qualcosa che sfugge a ogni teoria.

    Fontana dice giusto anche quando afferma che la scrittura è un fattore che incarna un po’ tutto l’essere d’una persona. Io per esempio ho guadagnato pochissimo coi miei libri, e non posseggo certo uno status sociale “da scrittore”, ma ogni volta che metto in discussione la mia attività di scrittore mi rendo conto di mettere in discussione la mia postura esistenziale. Cioè io sono, al netto delle copie vendute, dei rifiuti e dei fallimenti e dei successi, quella tendenza a trasformare in storie (meglio forse: in immagini) il mondo. E il bello è che ciò poi si traduce in un “lavoro” concretissimo. Una magia appunto, per usare le parole di Fontana.

    Ps: a volte lo scrittore non solo rinuncia alla scrittura (e alla lettura!), ma proprio perde interesse per loro, non soffre l’addio. Sono casi rari ma documentati, esistono. Che dire?

  6. Luigi Tuveri scrive:

    Giorgio, tu non smettere di scrivere, mi raccomando. Questo articolo è da imparare a memoria, come tanti altri tuoi pezzi. Riesci sempre ad analizzare con merito e conoscenza e profondità gli argomenti, e naturalmente in un soggetto come questo non potevi che sguazzare bene. Il bello è che poi lasci sempre aperta la discussione, pur segnando bene le tue opinioni; gli spunti di riflessione che apri danno modo di trovare il sentiero che ognuno ha celato in sè, non trascuri niente.
    Per quanto mi riguarda, mai come in questo difficile periodo, avere il demone della scrittura nell’anima e nella carne, mi sta salvando la vita. Ma questa è un’altra storia. Non credo che potrò mai smettere di scrivere, soprattutto se restassi solo in un’isola deserta.

  7. giodiesis scrive:

    La maledizione di chi scrive sta nel fatto che scrivere non è come suonare uno strumento (tra l’altro: vi immaginate un articolo che cerchi di convincere o anche solo discuta sulle motivazioni per cui smettere di suonare…? Totalmente assurdo!).
    L’appagamento evidentemente non è uguale per chi suona e per chi scrive. Chi scrive ha bisogno di un lettore in un momento anche di poco successivo mentre chi suona può farlo benissimo nel chiuso della propria stanza e con le cuffie nelle orecchie, onde evitare di disturbare i vicini!!
    Probabilmente per la stessa differenza, si può piacevolmente suonare quello che ha scritto Bach trecento anni orsono, mentre nessuno si sognerebbe di ricopiare a mano o a macchina un racconto di Kafka. Qualcuno potrebbe dire: bella forza, scrivere è come comporre… fino ad un certo punto: se scrivere è come comporre e leggere è come ascoltare musica, allora suonare cos’è…?
    Per riuscire a prescindere dalla necessità di un’audience bisogna instaurare un rapporto con ciò che si scrive: con i personaggi, per chi fa prosa, o con le parole soltanto per chi fa poesia (un po’ quello che dice Borrough). Chissà perchè questo rapporto con le note è più semplice.

  8. Tizianeda scrive:

    Illuminante e profondamente onesto.

  9. srmzgts scrive:

    ottimo pezzo, a cui aggiungerei una cosa, per ruzzo ma neanche troppo: perché dopo un po’ che si scrive davvero, ovvero che si dedica tutta la giornata a scrivere, leggere e magari addirittura a scrivere di libri, chi lo sa se siamo ancora in grado di fare qualcosa di diverso? e allora, nel dubbio…

  10. T. Beni scrive:

    Credo che l’accento andrebbe posto proprio sullo spunto focale. Da lì parte una specie di disamore temporaneo che porta davvero a credere che sia inutile scrivere o dare alle stampe un qualcosa di valido. Dove il tutto viene surclassato da – spesso e volentieri – un patetico “click”, di cosa vogliamo parlare? A quel punto penso a Carvalho e brucio tutto nel camino! Cambiando, sostituendo, “aggiornando”, non è stato fatto altro che sdoganare una qualsivoglia vena artistica insita in ognuno.. come se ogni pagina bianca (tramite le varie possibilità del web), potesse rappresentare uno “stargate” verso chissà quali mondi. A quel punto cambia persino il pubblico a cui ci si rivolge: si inizia a parlare di “followers”, e non più di lettori. A mio avviso, devianze che concorrono – o possono concorrere – nella scelta definitiva. Al centuplicarsi della velocità d’informazione, si sta avendo poca quanto sfocata attenzione, privilegiando la quantità. A quel punto c’è chi grida al complotto, e chi si torchia le maniche tentando di sconfiggere almeno una pala di quei tanto imponenti mulini a vento.

  11. Gloria Gaetano scrive:

    Vi consiglio di leggere l’articolo di alpha beta su mercato e editoria. E’ illuminante.sul perchè sia difficile scrivere e pubblicare

  12. Gloria Gaetano scrive:

    Scrivere per scrivere non è utile a nessuno, scrivere libri, romanzi senza aver letto Auerbach, Todorov Braudillard Derrida,Spitzer, Deleuze, lévinas, Benjamin etc, e soprattutto senza aver assimilato bene Poust, V,woolf, Joyce, senza avere una visione dell’esserci e una vera formazione, significa non capire perchè poi si leggono per tanti secoli dei libri, anche recenti.
    Scrivere correttamente alla maniera giornalistica serve a far perdere tempo. A illudersi. I giornalisti fanno informazione, gli scrittori si formano, sentono il tempo, i luoghi, la vlta, i luoghi del desiderio del dolore e della conoscenza, anche il mondo invisibile,, come la Ortese. o Marcia Theophilo.
    Questo significa essere formati, con molto da raccontare( non storie d’intrattenimento). C’intrattengono tutto il giorrno con gossip tv, con giornali che ripetono le stesse cose. E’ tempo di capire, con-prendere e dare un senso alla vita-morte.metamorfosi corporea, ri-nacsita nella terra, mutamenti epocali,antropologici (Morin). Troppi libri usa-e -getta,best seller che durano un’ora. E’ tempo di scrivere un bel long seller. , come Stoner, Le Ore. . Nel 2000 c’è poca speranza, Poesie tante,,come canzonette. Gialli, horror, fantasy. Mentre la tetralogia di Alessandria non viene più edita da Einaudi, attendiamo che il Pulitzer ci regali qualcosa. Una Margaret Atwood, per es, una Clarice Lispector, un Mc Ewan, una Flannery o’Conner ,J.Oates. Ma degli altri, scritti benino, insulsi, non ne possiamo più. Forse le donne ci faranno un regalo per le feste… spero. Già la Cilento, Avallone sono migliori degli scrittori italiani oggi. Non parlo di Ortese, Morante, Ramondino, forse fanno parte di un tempo più lontano. Ma la Ferrante sì.

  13. Luca Martini scrive:

    Condivido in toto le tue riflessioni, GIorgio. Davvero un bellissimo pensiero, che mi appartiene molto in questi tempi. Grazie.

  14. Roberto Gerace scrive:

    Gran bel pezzo. All’inizio mi aveva infastidito il tema sollevato, perché ultimamente ci si fa troppo spesso questa domanda e anzi agli scrittori lo si chiede quasi sempre. Quasi come se scrivere fosse un peccato di cui discolparsi, un reato di cui cercare gli attenuanti! Mentre per tutte le altre attività, cosiddette culturali e non, questo non succede. Ve la immaginate voi un’intervista a Niccolò Ghedini in cui gli si chieda: “perché ha scelto l’avvocatura?” Eppure va così, di questi tempi. Invece poi ho scoperto che l’articolo, pur non affrontando direttamente il problema della legittimità della domanda, in qualche modo lo smonta nella maniera giusta.

  15. ISA scrive:

    si fanno tante ciance inutili e vane, che disturbano anche chi non vuol sentirle. Chi scrive in fin dei conti può anche non essere letto, e qui sta la superiorità della scrittura rispetto all’invasività della cultura orale – in cui includo anche musica e canzoni – se uno decide di leggere qualcosa è perchè suscita in lui un minimo di interesse, poi può anche decidere che fa schifo, ma prima deve sapere cos’è, mentre invece la chiacchiera ti violenta anche se non vuoi sentirla. IN ogni caso non bisogna smettere di scrivere, anche se le ragioni che ci spingono sono poco nobili

  16. davide calzolari scrive:

    mah,punto di vista interessante,ma non mi convince

    “””Compie un gesto per cui va ringraziato: rinuncia al desiderio malato di dire la propria””

    Non credo il desiderio sia malato.

    Chi fa modellini di aerei e carri armati,o navi,o sottomarini,in scala,kit di montaggio in plastica,sogna veramente di diventare pilota da caccia,carrista,ammiraglio o incursore subacqueo?

    no,per quanto almeno chi fa aerei,fossero in scala 72,48,32 o 24,prima o poi,a modello manco finito,lo ha preso in mano e lo ha fatto ronzare per la stanza simulando il rumore delle turbine o delle eliche,con la bocca..infantile come cosa ,ma è divertente….:)

    insomma,la gente fa poche cose con le mani,ormai:ed è per questo che sente di avere poca presa sul mondo

    se fai kit di montaggio,creando mondi di plastica verniciata..o scrivi cmq sulla tastiera inventando mondi di carta,un po di presa la hai-poca,ma ne hai sempre di piu di chi i film e i libri o le foto si limita a guardarli o leggerli

    cmq il ragionamento mi credo sia piu a misura di chi vuol far narrativa-narrativa(che non è detto che non veicoli messaggi,anzi)

    chi punta subito all’ alta letteratura(magari poco”narrativa”),è come se volesse costruire una casa partendo dal tetto,invece che dalle fondamenta

    ecco,se alcuni di questi con queste velleità smettono di scrivere,beh,poco male

    “”””Ecco, a me interessa molto di più uno sconosciuto che, nel silenzio della propria totale oscurità, rinuncia senza clamori e per semplice rispetto — perché a suo giudizio sa di non poter fare abbastanza.””””

    a me non interessa,se smette:mi interessa sapere se continuerà a leggere;perchè se continuerà a leggere molto,prima o poi qualche idea magari tornerà fuori,e potrà nella sua cameretta,provare a “rifondare” qualcosa

    (il problema di molti,infatti è che leggono comunque poco,e magari anche poco vario;non ci si stancherà mai di ripeterlo)

  17. Sergio Garufi scrive:

    Oppure esiste la rinuncia che rinuncia innanzitutto a se stessa, revocando ogni possibile ipoteca sul proprio oggetto. Perche’ se non sai a cosa stai rinunciando, ammetti pure che quel qualcosa stia rinunciando a te.

  18. la critica scrive:

    “Il rapporto di uno scrittore con la realtà è di tipo narrativo. Anche se smette, non smetterà di inventare storie: solo, lo farà nella sua testa o avrà intuito di non essere più in grado di renderle come voleva.” Da qui in avanti sono meno d’accordo. Lo scrittore è polytropos (almeno quelli che frequento io) e non si occupa soltanto di narrativa. Anche il giornalista è scrittore: o no?
    La vocazione: beh, mi lascia poco convinta. Che sia travisata, talvolta, con le esigenze dell’ego?
    “Perché penso di avere qualcosa da dire, e provo a dirla nel modo migliore possibile: ma nessuno mi rassicurerà mai completamente di essere davvero capace di farlo, o di poterlo fare un’altra volta ancora.” E per quale ragione? Poiché qui si sottintende: penso di avere qualche storia da dire, e provo a scriverla nel migliore dei modi. A volte le storie finiscono o non riescono bene. Non è lo stesso per la saggistica.
    La chiusa: “una buona storia, invece, non smette mai di essere raccontata.” Mi fa intuire che qui tutta la scrittura è ridotta a narrativa. E a me dispiace, perché nella mia lunga esperienza di lettrice narratori e poeti mi hanno mostrato l’indicibile, ma molti altri scrittori (intellettuali: storici della lingua, dell’arte, della musica, filosofi, linguisti, psicologi, comparatisti, bibliofili, attivisti per la pace, pensatori, aforisti) mi hanno insegnato ancora di più.

  19. Roberto Gerace scrive:

    @Lacritica
    Mi sorprende che lei si sorprenda, visto che siamo su un blog che si occupa prevalentemente di *narrativa* e che l’autore di questa introspezione è un *narratore*. Mi pare chiaro, per quanto discutibile, che per Fontana “scrittore” voglia dire quelle cose lì. Poi nessuno, credo, ha voluto negare le possibilità di “insegnare” che hanno altre figure professionali che lei cita. Più che altro mi chiedo se il bello degli *scrittori* non venga proprio quando smettono d’insegnarci qualcosa o puntano a fare molto di più: se così fosse allora no, il giornalista *non* è uno scrittore.

  20. la critica scrive:

    Per Roberto Gerace
    Cito da “Cos’è Minima et moralia”: minima&moralia è una rivista culturale on line che si propone di mettere a disposizione, e condividere con chi legge, articoli, contributi e riflessioni quanto possibile interessanti su letteratura, cinema, arte, teatro, politica, società. (E non, prevalentemente, narrativa).
    Fontana è uno scrittore, al quale col mio post ho voluto ricordare che non con la sola narrativa cresce l’uomo.

  21. kinderale scrive:

    Leggere questo post, annaspando in un cupo oceano d’ozio transitivo, di plumbeo immobilismo garantito, di vita mentale rafferma in uno stagno apolitico e consolatorio, non fa venire voglia di smettere, ma anzi di cominciare a scrivere, anzitutto a commento.

    Mentre i fulmini di apocalissi quotidiane scuotono il mondo, alcune menti domestiche tentennano nel quesito esistenziale. E sarebbe un ottimo quesito esistenziale se si riferisse unicamente a ciò che in quella condizione privilegiata è possibile esprimere: l’arbitrio. Il timido tentativo di slegarsi da un puritanesimo ubiquo, da un compiacimento vittoriano di intelletti incrostati all’immane scoglio del privilegio, è persino peggiore di un palese, abbacinante e autocosciente cantico dell’egoismo.

    Delle cose di cui non importa al mondo, può importare agli abitanti del mondo.
    C’è un livello in cui l’educazione avvelena ciò che di autentico e violento restava nell’uomo, abnormemente socializzato, sedato, schierato in fazioni arbitrarie dettate dalla moda del momento, da ideologie folli, da cenacoli elitari scandalosamente preoccupati d’essere dalla parte del giusto. Distinguere, impalmare, premiare e confortare col consenso, tutto ciò può avere un significato solo se, parlando il linguaggio della contraddizione, ci si sobbarcasse anche l’inumano onere di abbattere l’ultimo baluardo, e di dire “sì, e sia il garantismo come egoismo e forma ultima di oppressione.”

    A Striscia la notizia appare sempre un cagnolino.
    Ma almeno gli inviati sono caricature esplicite.

  22. quasiscrive scrive:

    Un’onestà molto attraente. Spero sia una durevole bellezza!

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