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Sognando Itaca

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Questo pezzo è uscito sull’Espresso. (Fonte immagine: Jim Golden.)

Le hanno regalato un iPhone. Ha imparato a usarlo, c’è voluto poco, pur non avendolo mai avuto in mano era come se ne conoscesse ogni più minuta funzione. Rendendosi conto che è un oggetto tecnologicamente potentissimo ma fisicamente fragile ha deciso di comprare un involucro protettivo di gomma. Ha raggiunto un negozio che vende accessori, si è guardata intorno, ha scelto una custodia che riproduce la grafica di una musicassetta – il telaio nero, l’etichetta adesiva rettangolare al centro, il nastro parzialmente avvolto da una parte, persino il marchio TDK e il numero 180 a indicare i minuti disponibili.

La scelta è stata naturale, dettata da una specie di istinto. Come se il movimento del braccio che si allunga e della mano che afferra la custodia individuasse il proprio motore silenzioso in quella tenerezza nei confronti delle merci che è da alcuni decenni un tratto del contemporaneo.

La ragazza che sente nostalgia delle musicassette ha vent’anni.

Quando lei nasceva, nel 1992, i contenitori a bobine si stavano estinguendo sostituiti da altri supporti. E se è possibile che abbia visto qualche musicassetta tra i vecchi congegni musicali dei genitori o di un fratello maggiore (le Philips, le Basf, le Olympus: tutte ormai smagnetizzate e conservate perché impercettibili testimoni di qualcosa), è però improbabile che abbia intrattenuto con esse un rapporto quotidiano e materiale, dunque affettivo. È improbabile, cioè, che abbia mai estratto da un registratore una musicassetta con il nastro aggrovigliato trascorrendo un’ora a cercare di sbrogliarlo e poi, infilata la punta dell’indice nei due fori centrali, a riavvolgerlo, così come è difficile che conosca l’effetto seduta spiritica determinato dalla sovraincisione di due o più tracce diverse sullo stesso nastro – i fantasmi vocali di Boy George, di Morrissey, dei Dire Straits o dei Depeche Mode, di una recita scolastica del 1982.

Eppure.

Questa ragazza ha vent’anni e sente nostalgia di qualcosa che non ha mai conosciuto. Sente nostalgia di quando lei ancora non c’era o era talmente piccola da non riuscire a ricordarsi niente.

Dunque la sua – non soltanto la sua – è una nostalgia immaginaria.

In altri termini – e citando il titolo che Simone Signoret scelse per la sua autobiografia – “la nostalgia non è più quella di un tempo”.

Sembra un paradosso eppure ha un suo senso logico.

C’è una nostalgia che possiamo considerare classica e che trova in Ulisse lontano dalla patria la sua incarnazione letteraria più potente. Con una notevolissima intuizione, le voci delle sirene che irretiscono l’eroe omerico interpretato da Kirk Douglas nella versione cinematografica del 1953 di Mario Camerini sono quelle di Penelope e Telemaco, dunque lo struggimento di Ulisse per Itaca è determinato dalla mancanza dei legami più intensi. Si tratta di un sentimento abissale e incontenibile.

Se adesso torniamo alla ragazza che acquista l’involucro vintage ci rendiamo conto non soltanto che il dolore connesso alla percezione del ritorno non è più quello di una volta, ma che nel corso degli ultimi decenni si è determinato uno slittamento che riguarda la nostra esperienza delle cose: la nostalgia contemporanea, tutt’altro che riguardare il trauma (così facendosi occasione di visione, di conoscenza e di senso), è una delle strategie tramite le quali svolgiamo un lavoro di manutenzione ordinaria della realtà.

Nell’ultimo episodio della prima stagione di Mad Men, incontriamo quella che possiamo considerare una scena spartiacque.

Anni ’60, New York, l’ambiente dei pubblicitari di Madison Avenue. Don Draper, il protagonista, è al culmine di una crisi coniugale che in breve lo porterà alla separazione dalla moglie Betty. Parallelamente al consumarsi della crisi scorre la preparazione di una campagna da proporre alla Kodak. Un’intuizione porta Don Draper a collegare tra loro la malinconia aspra della fine di un amore con il progetto pubblicitario su cui ha fin lì lavorato invano. In una stanza in penombra immersa nel flou naturale del fumo delle sigarette, Draper fa scorrere le diapositive della sua storia familiare: un hot-dog condiviso con la moglie, l’oscillazione immobile dell’altalena sulla quale gioca il figlio, l’istante in cui ancora indossando gli abiti del matrimonio gli sposi varcano la soglia della nuova casa.

Attraverso la trasformazione dei propri affetti più intensi in merce (qualcosa che non va inteso come l’aberrazione di un singolo ma come una metamorfosi profonda dell’umano, un’ulteriore dilatazione verso la complessità), da un lato si dichiara che la nostalgia è a tutti gli effetti un bene di consumo, dall’altro si chiarisce che il nostro desiderio di consumare questo prodotto – un desiderio che probabilmente non è mai stato così potente come adesso – tutt’altro che manifestarsi come eccezione si è intessuto con la nostra vita quotidiana.

Lo scorso aprile Facebook ha acquisito per circa un miliardo di dollari Instagram, l’applicazione che consente di intervenire sulle foto scattate col cellulare così da conferire loro, dal formato quadrato a una patina leggermente velata, un effetto retrò tra la Polaroid e l’Instamatic. Attualmente oltre venticinque milioni di utenti accumulano ogni giorno in rete immagini rivelatrici dello stesso impulso riconoscibile nella ragazza che acquista la custodia con la grafica della musicassetta: conferire alla materia del presente una qualità utile a renderla se non memorabile perlomeno significativa e al contempo imporre ai fatti più minuti una consistenza intima.

Fondandosi su un’alleanza tra risorse tecnologiche e domanda nostalgica, Instagram – che si sia nati nel 1965 o nel 1990 – imprime alle immagini condivise in rete un carattere di uniformità che finisce per standardizzare l’estetica della memoria. Le immagini del ricordo (quello visualizzabile tramite foto) sono pressoché nella loro interezza tarate sugli anni ’70 e ’80; a conferma del fatto, fra l’altro, che la cultura digitale continua a sentire la mancanza delle imperfezioni e dell’emotività dell’analogico.

Una mancanza che si declina in tanta produzione musicale degli ultimi dieci anni, soprattutto nel circuito indie. Dai Belle and Sebastian alle Cocorosie, da Joanna Newsom a Kimya Dawson, passando per i Vetiver e i Mum, la costante immediatamente riconoscibile nei videoclip di questi musicisti è il legame con grafiche che oscillano tra la psichedelia e l’optical, sempre all’insegna di una nostalgia mite che non può essere semplicemente risolta in termini di moda.

Nel video di I Sing I Swim degli islandesi Seabear un ragazzo tiene sollevato all’altezza del petto un album sul quale, picchiettate da macchie di colore, si materializzano le sequenze di alcuni Super8, scene di vita normale tra il ludico e il familiare – una passeggiata a cavallo, la pesca nel lago, un giro sul trenino, il ballo con un cane. Il torace del ragazzo diventa lo spazio di una memoria fantasticata, il luogo in cui sono ospitati e rivelati i propri ricordi immaginari, o meglio ancora la nostalgia di ricordi mai avuti: i ricordi, facendo valere un breve computo anagrafico, dei propri genitori. La loro infanzia e la loro adolescenza. Ovvero l’esperienza che chi ha oggi vent’anni avverte come mancante, una quantità di esistenza che si invidia e di cui ci si vorrebbe appropriare (parafrasando la risposta che diede David Foster Wallace a un’intervista del ’93 potremmo dire: Noi vogliamo essere i genitori. O almeno i loro ricordi).

Al centro di una percezione come questa permane un equivoco culturale ininterrottamente alimentato: quello per cui il tempo reale, il tempo in cui le cose erano accessibili nella loro consistenza nucleare, appartiene al passato. Perduta quella tensione, a chi si ritiene sia arrivato – rispetto alla storia e al senso – fuori tempo massimo, non resta altro che un composto rimpianto.

La nostalgia contemporanea ci dice che, senza essere necessariamente andati via, noi non desideriamo altro che tornare. Tornare – a qualcosa, da qualcuno – è il nostro desiderio più struggente. Siamo ulissidi che ogni giorno – comprando l’involucro di un’iPhone, trattando una foto con un filtro Instagram, consumando tutto il vintage disponibile – decidono qual è l’Itaca che hanno bisogno di raggiungere.

La nostalgia contemporanea, questa nostra infinita nostalgia immaginaria, è una nostalgia della tensione.

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
7 Commenti a “Sognando Itaca”
  1. Ilaria scrive:

    “La nostalgia contemporanea ci dice che, senza essere necessariamente andati via, noi non desideriamo altro che tornare.”

    Chi sono questi “noi”? Mi sembra che si assuma che avere un iphone, usare instagram e guarda Mad Men siano IL costume contemporaneo. Dai dati che fornisci, riguarda invece lo 0,35% della popolazione mondiale (o il 2,32% di quella Occidentale, ma suppongo che i Thai o i Brasiliani, ad esempio, contribuiscano con la loro parte). Per questo chiedo di specificare meglio, chi sono questi nostalgici della tensione? Chi si dovrebbe immedesimare in questa storia? Chi legge DFW, ascolta i Belle and Sebastian e oggi ha un iphone?
    Non voglio suonare provocatoria, ma capire se davvero è successo che Giorgio Vasta ha reso la sua esperienza personale un fenomeno generalizzato o se ho frainteso qualcosa e c’è invece una realtà significativa in questa condizione che riguarda un “noi” che fatico a cogliere, ma a cui sono interessata.

    Potrebbe essere interessante sviluppare questa tua osservazione: “la nostalgia contemporanea, tutt’altro che riguardare il trauma (così facendosi occasione di visione, di conoscenza e di senso), è una delle strategie tramite le quali svolgiamo un lavoro di manutenzione ordinaria della realtà.”

    Che ne sarà di chi mantiene la propria realtà, il proprio presente a colpi di nostalgia digitale?

  2. rf scrive:

    E se Instagram non avesse a che fare con il desiderio di tornare ma con la pulsione di morte?
    Scatto una foto del presente direttamente per lo scatolone in cantina. Più che la nostalgia di un passato immaginario, la fretta di immaginarsi postumi.

  3. marco m scrive:

    è giusto quello che dice ilaria. è come per il pdl: si fa passare per maggioranza quella che è in realtà una minoranza.
    non dico nell’articolo, ma in generale.
    ad ogni modo quello descritto da giorgio vasta è il presente di molte persone o forse il futuro, in attesa che i cosi tecnologici vengano installati nelle nostre teste alla nascita.
    è come dice vasta, qui si fanno foto per farne subito rappresentazione, non è che si vive un’esperienza e, se c’è modo, la si fotografa; la si vive proprio per fotografarla. ci emoziona la rappresentazione, non l’esperienza in sé.
    (fate caso ai concerti, a tutte quelle mani alzate non per seguire il ritmo ma per registrare l’esibizione dell’artista per cui si sono magari pagati biglietti salatissimi.)
    per quanto riguarda me, noi, non so chi, insomma chi è nato come me nel 1982 e ha *deciso* di non possedere uno smartphone, facebook o altre cose, mi sembra di stare ne “Le particelle elementari”, di essere un’umanità di passaggio mentre l’umanità muta inesorabilmente (forse è ancora in atto il mutamento che raccontava Houellebecq).
    il punto è capire cosa condividere, e con chi, visto che qui è in ballo la percezione degli esseri umani da parte degli esseri umani, mi sembra di capire.
    (il rischio poi è di passare per luddista paranoico; nonostante io abbia utilizzato facebook, twitter, smartphone, nonostante io sia stato quell’umanità in parte descritta da vasta, e abbia deciso di non voler più vivere in quel modo, proprio per le conseguenze che esso implica in fatto di percezione dell’Altro, del Mondo. non ci sono educato, ecco tutto.)

  4. Horacio Holiveira scrive:

    Non sono d’accordo con la critica di Ilaria, semplicemente perchè una tendenza, un pensiero, una mossa sottotraccia, uno stimolo, un’intuizione non possono essere misurati con il concetto di maggioranza / minoranza. La nostalgia dell’analogico è ovunque se solo la si vuole vedere.

  5. Horacio Holiveira scrive:

    Marco M, non userai Facebook e non avrai uno smartphone, ma usi un PC, quindi scegli quale tecnologia si adatti meglio al tuo gusto. La tecnologia è un mezzo, ma il mezzo non è mai neutrale nella comunicazione.

  6. sandra scrive:

    io non ho un iphone, ne’ un account con facebook/twitter etc non ho una tv, non guardo le serie tv americane ne’ quelle italiane eppure vivo negli stati uniti, non faccio foto neanche in vacanza (ma sono giovane, esco faccio cose vedo genete :) insomma non scrivo dall’oltretomba) ma Giorgio Vasta lo capisco benissimo e sono d’accordo con le sue osservazioni sulla nuova nostalgia …se mi guardo attorno a volte non vedo altro …

  7. fm scrive:

    Mi domando come interpretare i pronomi.

    Prima c’è una “lei”, che compra la custodia. La nostalgia senza referenti è qualcosa che sta fuori da chi scrive e da chi legge.
    Poi però lo scrittore assume un “noi”, in fondo la nostalgia in forma di valore di scambio ci accomuna.
    Seguono i commenti che mi pare (nonostante i dissacordi) pongano sempre in un “là fuori”, in un “loro”, la nostalgia della tensione.

    Mi chiedo quindi se il “noi” che salta fuori sia un espediente retorico per non assumere una posizione troppo distanziata e moralistica, oppure se il testo abbia davvero l’ambizione di essere un’analisi che coinvolga chi scrive e chi legge.
    Se vale il secondo caso, mi pare che la comunità dei lettori non si sia riconosciuta nell’analisi dello scrittore, nel “noi” accomunante.

    E allora mi chiedo quale sia il rapporto fra chi scrive, chi legge, chi compra custodie. Se diverse identità possano convivere in uno stesso soggetto, e come, e quali.

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