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“Sogni e favole” di Emanuele Trevi

Questo articolo è uscito su “Il Sole 24 Ore”, che ringraziamo.

di Gianluigi Simonetti

È proprio vero: per chi oggi ha venti o trent’anni è difficile immaginare quanto fosse sconnessa, alla fine del Novecento, l’esistenza umana. Sconnessa perché dis-connessa, letteralmente scollegata dal flusso delle informazioni digitali; ma anche perché disunita, o meglio unita solo in parte, al corpo della società nel suo complesso, all’orizzontalità dei rapporti e dei piaceri. Rispetto alle nostre vite attuali, così frenetiche e assediate dalle notificazioni, così condizionate dalla tecnologia e dai suoi invisibili, innumerevoli legami con i desideri, la differenza è certo spaventosa. Ma ancora più spaventosamente è cambiato, in questo quadro, il nostro modo di accostarci all’arte. Nel lento crepuscolo del Novecento la bellezza rappresentava ancora, per pochi iniziati, un’esperienza a lento rilascio, strettamente individuale, ustionante; una scoperta capace di sconvolgere la vita; capace, soprattutto, di indicare un altro mondo a chi fosse disposto a credere alle opere di artisti disposti a loro volta a bruciarsi nella propria materia. «Esseri umani investiti da una vocazione», proprio loro erano i più sconnessi (e disconnessi) tra i loro simili; non ancora, come oggi, fenomeni da social, “variabili mercantili della celebrità».

In Sogni e favole Emanuele Trevi parla di questa stagione della conoscenza, da pochissimo trascorsa, eppure già remota. Parla cioè della propria giovinezza, e di una società in cui era ancora normale discutere di forme d’arte profonde e durature. «Non delle cazzate di cui si parla per qualche mese fino all’arrivo di nuove cazzate»; non del gioco estetico attuale, che consiste nel «tenere buona la gente a colpi di consenso narrativo e identificazione emotiva». Il libro comincia, memorabilmente, in un vecchio cineclub dei primi anni Ottanta – «una fumeria d’oppio, un padiglione per malati terminali, un sommergibile»; lì sorprende uno spettatore in lacrime, «incarnazione visibile del potere dell’opera d’arte»; lo segue all’uscita e non lo perde di vista, finendo col percorrere al suo fianco altre stazioni di una civiltà che sta arrivando al capolinea. Ora umoristicamente, e sorridendo; ora cupamente, con dolore. Mai con rimpianto, per fortuna; semmai con curiosità, con stupore, a volte con l’incredulità che riserveremmo a una seduta spiritica. E se l’incantesimo si compie, se l’autore riesce a non cadere nella trappola esecrabile della nostalgia, è perché l’evocazione del passato, per quanto credibile e documentata, resta avvolta nella bruma di una irrealtà compatta, di un’angosciosa regressione: come nel sonetto di Metastasio che offre al libro il titolo, il registro e il filo conduttore.

«Qualunque cosa tu guardi con un grado adeguato di intensità, diventa letteralmente sovrannaturale, inizia a vivere di una vita propria e imprevedibile». Si direbbe che con Sogni e favole Trevi abbia portato a un massimo di intensità ed evanescenza la formula sperimentata in due suoi non-romanzi di qualche anno fa: Qualcosa di scritto, del 2012, e Senza verso, del 2005 Di quei riusciti embrioni (che a loro volta integravano lo spunto letterario dei Cani del nulla, del 2003), ritorna in Sogni e favole per prima cosa l’ambientazione romana: una città fisica e metafisica, stupenda e misera, quindi ideale per confondere gli opposti: il presente e il passato, la realtà e il sogno. Torna poi la cornice della iniziazione intellettuale, dell’apprendistato (questo il sottotitolo di Sogni e favole): anche stavolta Trevi racconta come è diventato scrittore, ma anche stavolta il nucleo metaletterario cui non sa rinunciare trova una declinazione movimentata, che coincide come al solito con un itinerario, un attraversamento concreto.

In Qualcosa di scritto era un viaggio iniziatico fino alle porte di Atene, in Senza verso una flânerie urbana; qui è una passeggiata, dalla Chiesa Nuova a Santa Maria della Pace, non più di qualche decina di metri nel cuore più barocco e scenografico di Roma (e non certo per caso, in questo libro in cui tutto è teatro). E tuttavia la breve passeggiata, ambientata in un presente in cui piove e fa freddo, si dilata in più di duecento pagine affollate di ricordi e digressioni, collegando tra loro i destini di artisti che in quelle strade hanno vissuto. Anche questo doppio registro tra il sé e gli altri significa un ritorno a consolidate abitudini. In Trevi è centrale da sempre la dialettica tra autoritratto dell’artista da giovane e profilo di un maestro maturo; nella ricerca di una solidarietà profonda, e in questo caso, manifestamente, di un’identità da ereditare. Senza verso illustrava l’amicizia tra l’autore e Pietro Tripodo (poeta, traduttore e filologo), Qualcosa di scritto parlava del rapporto con Laura Betti (e con Pasolini); Sogni e favole ci presenta un Trevi adolescente – non poi così diverso dal Trevi di oggi, metà professore, metà desperado – che incontra, frequenta ed esplora tre grandi maestri scomparsi: il fotografo Arturo Patten, specialista di empatia e di ritratti, Amelia Rosselli grande poetessa e «anima in pena», Cesare Garboli, letterato geniale e affascinante sociopatico.

E mentre li osserva con gli occhi di un innamorato, mentre li scruta e indaga – rovine tra rovine – al tempo stesso ne assorbe il talento e la forza, e per così dire li deruba; e naturalmente così più profondamente li omaggia. In fondo, Sogni e favole non fa che mettere insieme, e al lavoro, i diversi talenti dei suoi numi ispiratori: la lirica lancinante e schizofrenica, la critica d’arte personale e idiosincratica, l’arte sottile del ritratto dal vero. Ritratto, critica e poesia sono anche i tre generi che Trevi da sempre manipola e combina; tre saperi antichi e autonomi, un po’ dentro e un po’ fuori dal tempo, amalgamati in una scrittura che invece è mista, attualissima, ultracontemporanea. Trevi sa muoversi come nessuno in quella regione narrativa che insistiamo a circoscrivere con le stanche etichette di non-fiction novel, saggio autobiografico, iconotesto (come di consueto alle parole si alternano foto, dipinti, stampe, copertine di riviste e volumi altrui, schizzi estemporanei). I letterati più eleganti e signorili, leggiamo a un certo punto di Sogni e favole, non cambiano mai genere, tantomeno a una certà età: ciò che ritorna una volta per sempre, in questo nuovo libro di Trevi, è il suo modo di intendere il biographical essay: riflessione saggistica e cavalcata narrativa, con tanto di immagini e appendici: tutto purché non sia convenzionalmente romanzo.

Arriviamo così alla scissione di fondo, nascosta nel cuore di un libro in apparenza compatto e uniforme. Un’opera che celebra l’autonomia perduta della letteratura elude con cura ogni cornice testuale autonoma per muoversi nei territori torbidi e eteronomi delle cosiddette scritture di frontiera. E ancora: una memoria personale scrupolosa, che allinea personaggi e aneddoti reali, produce l’elogio malinconico di una vita ridotta a vano sogno (sognato, per giunta, da un altro). Ma qui sta il bello. L’effetto di realtà che queste tracce sollecitano non sarebbe così struggente se non lo correggesse l’idea, persuasivamente enunciata, che tutto è assurdo e irreale. E il ricordo di un tempo felice che vedeva nell’arte un sostituto del sacro non sarebbe così acuto se a comporlo non fosse proprio un orfano di quella religione perduta; un chierico laico; un uomo infelice che non crede più a niente. Un desperado.

 

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Un commento a ““Sogni e favole” di Emanuele Trevi”
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  1. […] un altro libro tra i migliori che si possano leggere in questi mesi di inverno. Ed è anche più che una recensione, probabilmente, è già un piccolo tentativo di proporre un canone, di intravvedere un […]



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