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I sogni di un digiunatore. Le visioni instabili di Paolo Albani

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Pubblichiamo un pezzo uscito su Robinson, l’inserto culturale di Repubblica, che ringraziamo.

Photo by Jonas Verstuyft on Unsplash

Un ragazzo e una ragazza sorpresi a fare l’amore dentro una casella postale – e la scoperta che «la piaga delle coppie abusive che trovano rifugio nelle caselle postali»si diffonde per tutto il Paese; oppure le vicissitudini dell’uomo che, abbandonato dalla compagna, commissiona a un pittore decine di trompe-l’œil della donna amata per disseminarli nella casa in cui viveva col suo amore; o ancora lo strano caso di Calogero S., grande mangiatore di olive, che ritrovandosi un giorno con un alberello nello stomaco finisce per esibirsi come Uomo-Ulivo sotto il tendone del Circo Castellani; e poi il racconto dell’esistenza quaresimale di Giovanni Succi, a fine ’800 tra i più celebri artisti del digiuno: interrogato sulla sua attività onirica, Succi dichiarò che mai una volta aveva sognato qualcosa da mangiare (perché in realtà ciò che il digiunatore desidera non è il nutrimento ma la sua stessa fame).

Quelle raccontate da Paolo Albani in I sogni di un digiunatore – e altre instabili visioni (Exòrma) sono microavventure lunari, improvvisi disorientanti, cristallizzazioni di immagini limpidamente folli. Da appassionato «perlustratore dilettante di vicende umane», ad Albani stanno a cuore le pieghe più minute dei fatti, i rivoli laterali dei ragionamenti, le più improbabili diramazioni della fantasticheria (e dunque le più indispensabili), le aporie del senso e i cul-de-sac che non solo non chiudono ma al contrario spalancano possibilità immaginative inesplorate.

Un’attitudine, questa, che per Albani – che è anche performer e poeta visivo – è strutturale. Da anni, un libro dopo l’altro – da I mattoidi italianiIl complesso di Peeperkorn. Scritti sul nullaDizionario degli istituti anomali del mondo– Albani concentra la sua attenzione sui suffissi che deformando rivelano, sulle lacune, sulle bizzarrie organizzate, non su quanto discende da un’intenzione chiara e consapevole ma sull’involontario e sull’accidentale: le scorie, i rimasugli, il truciolato che ogni esistenza ininterrottamente genera.

Su tutto ciò che non si sa, o che si sa in modo parziale, o meglio instabile. Perché laddove ignoriamo,per esempio, il meccanismo che fa accendere una lampadina, la nostra immaginazione è autorizzata a inventare che si accenda a partire da un impulso erotico, e che allora «quando una lampadina si fulmina vuol dire che ha raggiunto l’orgasmo, l’acme del piacere luminescente e si addormenta nel buio che lei stessa, bruciandosi, crea intorno a sé».

Una conoscenza fantastica, certo, ma la conoscenza del mondo per via letteraria è sempre un nitidissimo miraggio. È quella conoscenza, spericolata e visionaria, che permette ad Albani di chiarirci che a volte la bibliomania può irreparabilmente evolvere in bibliofagia, che il Vero Libraio non è chi consiglia i libri già pubblicati o in arrivo ma quelli che devono essere ancora concepiti dai loro autori, oppure che, applicando agli scrittori la legge del contrappasso, a Proust toccherà essere imprigionato in una fabbrica svizzera di orologi, Mario Rigoni Stern – in divisa da alpino – viene conficcato in un eterno ferragosto a Riccione e Giorgio Manganelli è condannato a vagare per trattorie sempre deserte.

E dunque prendiamoci cura delle nostre sviste, dialoghiamo fittamente con tutti i nostri errori, setacciamo quegli inesauribili giacimenti che sono i cosiddetti pensieri oziosi, diamo fiducia a tutto ciò che non sappiamo, alla massa enorme dell’incomprensibile. Del resto, scriveva proprio Manganelli in Centuria, «Dove non si capisce si è prossimi al centro, dove si capisce si è all’estrema periferia».

Giorgio Vasta (Palermo, 1970) ha pubblicato il romanzo Il tempo materiale (minimum fax 2008, Premio Città di Viagrande 2010, Prix Ulysse du Premier Roman 2011, pubblicato in Francia, Germania, Austria, Svizzera, Olanda, Spagna, Ungheria, Repubblica Ceca, Stati Uniti, Inghilterra e Grecia, selezionato al Premio Strega 2009, finalista al Premio Dessì, al Premio Berto e al Premio Dedalus), Spaesamento (Laterza 2010, finalista Premio Bergamo, pubblicato in Francia), Presente (Einaudi 2012, con Andrea Bajani, Michela Murgia, Paolo Nori). Con Emma Dante, e con la collaborazione di Licia Eminenti, ha scritto la sceneggiatura del film Via Castellana Bandiera (2013), in concorso alla 70° edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Collabora con la Repubblica, Il Venerdì, il Sole 24 ore e il manifesto, e scrive sul blog letterario minima&moralia. Nel 2010 ha vinto il premio Lo Straniero e il premio Dal testo allo schermo del Salina Doc Festival, nel 2014 è stato Italian Affiliated Fellow in Letteratura presso l’American Academy in Rome. Il suo ultimo libro è Absolutely Nothing. Storie e sparizioni nei deserti americani (Humboldt/Quodlibet 2016).
Commenti
Un commento a “I sogni di un digiunatore. Le visioni instabili di Paolo Albani”
  1. In via del Can Bianco incontro come sempre Paolo Albani, l’eccentrico scrittore. Solo pochi giorni fa mi ha detto per l’ennesima volta che c’è una mia sosia a Pistoia, che lui la incontra spesso proprio in quella via, che la saluta e addirittura quella gli risponde.
    «Non è una mia sosia, Paolo, sono io!»
    «No, no: so quello che dico. Vuoi che non sappia distinguere te da un’altra donna che ti somiglia?»
    Ma stavolta lo prendo in contropiede.
    «Ciao Paolo! Cioè… sei Paolo o sei il suo sosia? Lo sai che quasi tutti i giorni proprio in questo esatto punto incontro uno che ti somiglia come una goccia d’acqua?»

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