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Quello che resta del sogno americano: “Il giardiniere” di Jonathan Evison

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“Perché è questo che dovrebbero fare i bambini, dovrebbero ridere. Credo al mondo non ci sia un suono più bello e perfetto della risata di un bambino.”

Il mondo dei migranti, di chi vive in un paese – in questo caso gli Usa – da figlio di immigrati messicani, cubani, portoricani, può essere raccontato in molti modi. Il conflitto sociale non sopisce mai ma evolve, cambia il modo di rapportarsi tra i bianchi e gli altri, cambiano i livelli di integrazione, nei casi più fortunati e rari mutano i rapporti di forze, in quelli belli le etnie e i colori si mischiano. In tutte le città – specie in quelle più piccole – si distingue ancora tra quartiere di migranti e quartiere di bianchi, poi di bianchi borghesi – la classe media – e i bianchi ricchi.

L’eguaglianza la fa il denaro. I poveri tra loro si integrano di più, un ricco di origine messicana potrebbe essere maggiormente accettato, almeno quando è il momento di pagare il conto. C’è una generazione di mezzo, fatta di ragazze e ragazzi nati negli Stati Uniti ma figli di immigrati, americani ma ancora messicani, ancora da evitare, ancora da costringere a lavori umili perché le vie per accedere agli studi sono poche e complicate. Il tema dell’immigrazione viaggia insieme a quello dell’identità; temi sui quali molti scrittori si misurano, provano a misurarsi.

Se la vita ti regala merda, usala come fertilizzante.

Negli ultimi anni sono stati tradotti in Italia molti libri sul tema, molto diversi tra loro, ne cito qui giusto un paio molto belli e significativi: Anche noi l’America di Cristina Henriquez (NNE, 2016, trad. Roberto Serrai) e il più recente Archivio dei bambini perduti di Valeria Luiselli (La nuova frontiera, 2019, trad. di Tommaso Pincio).

Due libri profondi, sentimentali, drammatici, curiosi; due modi diversi di raccontare il pianeta immigrazione. Due libri che ho molto amato. Il giardiniere di Jonathan Evison (Sem, 2020, traduzione di Marta Salaroli), tratta l’argomento da un’altra prospettiva, parte da un microcosmo, un piccolo centro nello stato di Washington, e da una famiglia molto povera di origine messicana, e racconta una storia fatta di miserie e drammi, di speranze sottratte, di illusioni e sogni, di poche possibilità. Evison sceglie una chiave leggera e divertente per il suo romanzo, si ride e si sorride spesso laddove i protagonisti avrebbero poco spazio per stare allegri.

Per quasi un mese io, Nate e la mamma dormimmo nella Astri color marrone verdastro dell’87. Mangiavamo spaghetti freddi direttamente dal barattolo, leggevamo alla luce della torcia resa opaca dalla condensa del fiato e ci facevamo la doccia una volta alla settimana nella toilette del parco nazionale. Vorrei poter affermare che fu un’avventura, almeno per i primi giorni, ma mentirei. Fu un’esperienza terrificante fin da subito.

Mike Muñoz, ha poco più di vent’anni e vive a Suquamish nello stato di Washington con sua madre e il fratello che ha problemi di salute mentale e di obesità. Sono molto poveri. Sua madre si massacra nei bar, suo fratello non può lavorare. Michael fa il giardiniere, ha un vero talento per l’arte topiaria – ricavare statue modellando alberi o cespugli o siepi –, ma viene sfruttato per pulire i giardini dei ricconi e per togliere dalle verande le cacche dei loro cani. È insoddisfatto e si licenzia, manda curriculum ovunque, si barcamena, legge moltissimo grazie ai prestiti e ai suggerimenti dell’amico bibliotecario.

E forse un giorno scriverò il Grande romanzo americano sul giardinaggio, ma per ora vi basti sapere che il martedì è un giorno di merda.

Mike vuole che le cose cambino ma non sa come fare. Per quelli come lui le possibilità sono ridotte ai minimi termini, anche sognare è quasi impossibile. Eppure sa che da qualche parte, più che altro lo sente, c’è il suo posto, c’è uno modo in cui realizzare uno stare al mondo che gli appartenga. Intanto aspetta. Gli piace una ragazza, ma forse non è così, la avvicina, escono insieme, in fondo si attraggono, ma non come dovrebbe essere tra ragazzi giovani. Cambia altri lavori, incontra strani personaggi, alcuni indimenticabili come Freddy, nuovo compagno di sua madre; uomo dai saggi e strani consigli, collezionista di videocassette di film porno.

A Mike succede di tutto, pare che la sfortuna sia direttamente collegata alle sue origini messicane, alla sua povertà, alle sue indecisioni sentimentali e lavorative, ma non molla. Resta onesto fino in fondo, non riesce a sopportare un sopruso seppur minimo, è un giusto ed è un lottatore, anche se non lo sa. Quel che sa è che suo padre se ne andò prima di portarlo a Disneyland e che prima o poi ci andrà. Sa che sua madre e suo fratello meritano di stare meglio. Mike non dimentica mai di ridere, perché Evison vuole che il suo personaggio sia così, perché a nessuna storia può essere negata una parte divertente. Per Evison è più facile che un povero rida delle proprie disgrazie invece che piangerci sopra.

Dopotutto la maggior parte di noi è costretta a tosare il prato di qualcun altro, e la maggior parte di noi non si può permettere di girare il mondo o di vivere a New York. Molti di noi hanno la sensazione che il mondo, nella migliore delle ipotesi, ci mostri il dito medio, quando non ci prende direttamente a calci in faccia con degli stivali con la punta di ferro. Senza contare che in generale ci sentiamo tutti impotenti. Motivati, ma impotenti. Divertiti, ma impotenti. Informati, ma impotenti. Fugacemente appagati, prevalentemente al verde, a volte speranzosi, ma fondamentalmente impotenti.

Jonathan Evison è californiano, noto per la sua ironia fuori dagli schemi, ha uno stile brillante ed è davvero divertente. La critica americana ha definito Mike Muñoz il giovane Holden del nuovo millennio (New York Times), non so se sia proprio così, è bene sempre andarci piano con i paragoni. Mike è Mike, ed è con lui che Evison sceglie di affrontare due temi che gli stanno molto a cuore, quelli dell’immigrazione e dell’identità, ma punta anche a qualcosa di più. Mike, i suoi amici, i suoi familiari, sono il modo di mostrare tutte le contraddizioni degli Usa, di rivelare (ancora una volta) come il sogno americano sia una faccenda che riguarda pochi, ogni anno che passa l’asticella si alza e la gente può solo provare a tirare avanti.

Il giardiniere è un romanzo severo che seppellisce con la risata (manco a farlo apposta) l’ideologia capitalistica, la sostituisce con la speranza, con la bellezza dell’ingenuità dei suoi protagonisti.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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