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Il sogno surrealista continua. Una lettura di “La Fila” di Basma Abdelaziz

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di Lucia Sorbera

Il Salone del Libro di Torino si tiene a maggio, ma il Laboratorio Salone è aperto tutto l’anno e attraversa i confini.

Per prepararmi a questa edizione, lo scorso 16 Dicembre sono andata al Cairo a incontrare Basma Abdel Aziz, editorialista di punta del giornale Al-Shuruk, autrice di due raccolte di racconti che le sono valsi il premio Sawiris nel 2008 (e che sono attualmente fuori commercio) e di quattro saggi.

I primi due intitolati rispettivamente Cosa c’è dietro alla Tortura (Dar el-Merit, 2008) e Memorie dell’Oppressione (Ed. Dar al-Tanwir, 2014) sono ispirati al suo lavoro di psichiatra. La Tentazione del Potere Assoluto (Ed. Safsafa, 28 Gennaio 2011) è invece un saggio sociologico in cui denunciava la violenza della polizia in Egitto. La scena finale descrive le rivolte del pane del Gennaio 1977, quando la popolazione si ribellò alle conseguenze dovute all’implementazione delle misure di aggiustamento strutturale imposte dal Fondo Monetario Internazionale al regime di Anwar Sadat. Il Potere del Testo (Ed. Safsafa, 2016), è invece un’analisi del discorso religioso musulmano, nella formulazione degli studiosi di al-Azhar nell’Egitto contemporaneo.

La Fila, pubblicato in Egitto dalla casa editrice Mahrusa nel Gennaio 2013, tradotto in inglese per Penguin Random House nel Maggio dello stesso anno, e in italiano per Nero Editions nel 2018, è il suo primo romanzo, ed è dedicato alla memoria della nonna materna, Suad Selim, una donna che Basma Abdel Aziz ricorda con tenerezza: “Aveva studiato presso la scuola delle suore italiane al Cairo, per questo parlava italiano. Una lettrice forte e una brava pianista, è lei che mi ha trasmesso l’amore per le storie e per il belcanto”.

Basma e io siamo nate a tre mesi di distanza l’una dall’altra, abbiamo molte letture ed amiche in comune. È stato facile sentirsi in sintonia, e da quella tiepida mattina di dicembre presso la libreria Diwan, non abbiamo mai smesso di raccontarci storie.

Come molte delle donne della nostra generazione, Basma è andata molto oltre le aspettative della nonna da cui ha appreso ad amare le storie.

Ha studiato sociologia e psichiatria presso l’Università di ‘Ayn El-Shams, dove ha conseguito un Master agli inizi degli anni 2000 con una tesi sulle conseguenze psicologiche della tortura e il disturbo post-traumatico da stress. Ricorda il giorno della discussione della sua tesi come “Una commedia”. Il presidente della commissione, “un grande nome della psichiatria”, aveva scelto di mantenere assoluto riserbo sul tema della tesi, eppure, tanto riserbo non aveva impedito ad un ufficiale della sicurezza nazionale di presentarsi all’Università il giorno della discussione, chiedendo proprio di lei. A pochi minuti dall’inizio dell’esame, nell’aula affollata di amici e colleghi, ci fu un blackout elettrico: “Avevo preparato una presentazione in PowerPoint e…improvvisamente non la potevo più usare” Fu allora che la tutor di Basma, la Professoressa Aida [Seif El-Dawla], una donna alta e dalla voce imponente, si alzò in piedi in mezzo all’aula e gridò: “Fate tornare immediatamente l’elettricità, altrimenti …”

L’elettricità fu ristabilita, la discussione fu un successo ma, notando che degli sconosciuti avevano filmato tutto, Aida e altri due amici preferirono non lasciare che Basma rientrasse a casa da sola, ma la accompagnarono. Sorridendo, a quasi vent’anni di distanza, Basma ricorda: “Alla fine non successe niente”.

Il percorso di formazione di Basma Abdel Aziz come allieva di Aida Seif El-Dawla, pioniera della psichiatria democratica in Egitto, veterana della seconda ondata del femminismo e del movimento per la difesa dei diritti umani, continua nei dieci anni successivi alla laurea (2002-2012), presso al-Nadeem, la ONG che Seif El-Dawla aveva fondato nel 1993 con altri due colleghi, Suzanne Fayyad e Abdallah Mansour. Un’esperienza altamente formativa, anche perché Al-Nadeem è stata una delle prime ONG nel mondo arabo che si è occupata delle vittime di tortura non solo da un punto di vista clinico, ma anche politico, documentando e denunciando gli abusi subiti dai carcerati.

Come per molti miei coetanei, gli anni compresi tra il 2011 e il 2013 – “gli sciagurati eventi” in questo romanzo- hanno segnato uno spartiacque esistenziale nella vita di Basma, la fine della giovinezza e un passaggio traumatico verso l’età adulta. Molti sono gli autori che, con registri diversi, stanno dando voce a questo cammino tormentato, e ancora troppo pochi sono tradotti in italiano. La Fila racconta questa storia.

In una città senza nome e in un tempo indefinito, ma che sembra non voler scorrere, sotto un cielo plumbeo come l’inconscio nei quadri di André Breton -o di Kamel al-Telmissany-, donne e uomini stanno diligentemente in fila davanti ad una Porta. Nel dispiegarsi delle loro storie di vita, la Fila è una calamita: “attirava la gente e la imprigionava in circoli chiusi, spogliandola di ogni specificità” (p.94). Uno spazio sorvegliato in cui, paradossalmente, i personaggi si sentono più al sicuro che nell’isolamento delle loro case, uno spazio in cui le memorie di un passato non troppo lontano emergono a poco a poco, e in cui si dispiegano narrazioni contese su chi siano “i cavalieri che lottano contro il male” o le persone disperate strappate alla loro terra “per lavorare controvoglia in un’unità di difesa che nessuno sapesse cosa combinasse” (p.79), chi i “criminali” o la “gente perbene” (p.80), chi i “sabotatori”, i “casinisti”, gli “schifosi sovversivi” e “i cittadini perbene che vogliono solo guadagnarsi il pane” (p. 80).

“Gli sciagurati eventi” non sono solo nella memoria e nei rimossi delle persone in fila, ma attraversano i loro corpi, così come la pallottola è conficcata nel fianco di Yahya, un corpo dolorante e sanguinante, in bilico tra la vita e la morte. Un corpo che, con quella pallottola, si fa testimone degli eventi che la Porta vorrebbe semplicemente insabbiare (p109).

La frustrazione per non poter curare i propri pazienti a causa delle restrizioni imposte dal regime della Porta dilania la coscienza del Dottor Tarek, ed è speculare al dolore sordo di ‘Umm Mabrouk, che ha perso la primogenita per l’impossibilità di accedere a cure adeguate, e che ora lotta contro una burocrazia dalla logica impenetrabile per salvare l’unica figlia che le è rimasta.

Amani, Nagi, Ines, Sabah, Shalabi, Hammoud, il vecchio con la jalabeyya e la donna dai capelli corti vivono in un microcosmo in cui si incontrano la solitudine e la miseria, ma anche la tenacia di chi non demorde si fronte alla violenza.

La Fila è romanzo corale che si dispiega con il ritmo di una pièce teatrale. È un romanzo che racconta la tenacia che solo il desiderio può nutrire e che, proprio perché è capace di dar voce ad un dolore che ammutolisce e a tratti irretisce, è uno di quei testi che lascia spazio alla speranza.

Un giorno, la Porta dovrà scegliere se aprirsi o venire abbattuta. Quel giorno, le donne e gli uomini che sono stati costretti a trascorrere tutti questi anni in fila, non dovranno più scegliere tra la Vita e la sopravvivenza e, forse, alcuni nodi di questa memoria contesa si scioglieranno.

Ricco di riferimenti extra-testuali, che provengono certamente dalla letteratura mondiale -i più ovvi e riconoscibili sono Beckett, Orwell e Kafka, ma alcuni ritratti psicologici sono pirandelliani e, certamente, vi sono segmenti che riconducono alla commedia cinematografica egiziana e alle arti visive, che pure fanno parte della biblioteca e del registro espressivo dell’autrice, La Fila è un romanzo colto e magnetico, imperdibile per chiunque voglia iniziare a conoscere la nuova avanguardia letteraria egiziana.

Degna erede del gruppo Art et Liberté, che con la sua irriverenza conquistò la scena culturale egiziana tra il 1938 e il 1943, propagando un programma per la difesa rivoluzionaria dell’immaginazione, della libertà di espressione e della libertà sociale, Basma Abdel Aziz con il suo romanzo La Fila è testimone del fatto che in Egitto “il sogno surrealista continua”.

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