IMG-20200506-WA0041

Solo gli oggetti parlano

Questo racconto fa parte di un progetto di libro, intitolato Lockdown, a cura di Mirko Perri e Armando Canzonieri, che uscirà in autoproduzione il 25 maggio 2020; si tratta una serie di video-interviste, registrate e sbobinate, che coprono un arco temporale che va dalla metà alla fine di aprile. Le interviste sono state riscritte unendo le risposte in un unico racconto e ciascun racconto è accompagnato da riflessioni e impressioni degli autori. I nomi delle persone intervistate sono “cancellati” e ogni racconto è accompagnato da un brano musicale che dovrebbe fare da sottofondo alla lettura e da una foto scattata dalla persona intervistata.
La storia che pubblichiamo qui racconta la quarantena di M., ringraziando l’autore e i curatori.

Musica: Due noi – Fadi

Libro: Incontri con uomini straordinari – Georges I. Gurdjieff

Parlare, raccontare. Io e M. programmiamo questa video-intervista per il 28 aprile. Ci sentiamo anche nei giorni precedenti. Però parliamo molto poco della situazione che stiamo vivendo. Ci sentiamo sempre per altro. Parliamo, certo, di quando sarà possibile uscire, di quando sarà possibile muoversi, di quello che succede qui in Calabria e di quando sarà di nuovo possibile andare a un concerto di musica dal vivo. In questi giorni sta prendendo piede questa bizzarra idea dei concerti in auto, i “live-in”, e noi non sappiamo bene se ridere o piangere. Ne parliamo perché M. vive e lavora nel mondo della musica. Da anni collabora con locali e club pianificando le stagioni di musica dal vivo, segue alcune band e organizza un festival musicale nel mese di agosto.

Parliamo, appunto, ma quasi mai di come stiamo vivendo queste settimane. Non raccontiamo. Ecco, il bisogno di raccontare. Perché è come se l’isolamento abbia sfilacciato la trama della nostra biografia; come se alcuni fili del nostro carattere, alcune abitudini, gli stessi ricordi, si siano improvvisamente rimescolati, facendoci provare un profondo senso di smarrimento. E il racconto, del resto, serve a questo, a rinnovare di giorno in giorno il legame tra presente e passato, serve a sentire le azioni, gli stati d’animo, i pensieri e i progetti, come parte di una storia, di una direzione. Raccontiamo, insomma, per non sentirci estranei alla nostra vita, per non perderci nello scorrere del tempo.

 

 

 

– Sono arrivato a Bologna con lei a ottobre del 2019. A 31 anni, dopo una vita vissuta a Lamezia Terme. In quel momento per me e la mia compagna sembrava la cosa migliore. Lei avrebbe iniziato qui la specializzazione in Medicina.

Una città nella quale anch’io avrei potuto continuare con il mio lavoro nel settore della musica.

I mesi tra settembre e ottobre li ho passati a organizzare la partenza, la vendita del mio Bistrot e a cercare casa.

Ne troviamo una in via Dagnini 22 e il 15 ottobre ci trasferiamo. La convivenza, per noi, era una cosa nuova. Era la prima volta. Iniziamo a comprare i mobili, ad arredare casa. Lei inizia il lavoro in ospedale e io cerco di capire come fare per lavorare qui.

Lentamente le cose si sbloccano, conosco i proprietari di alcuni locali e nascono le prime serate di musica dal vivo. Naturalmente i ritmi di vita non coincidono, io lavoravo dalle 18, lei a quell’ora tornava dopo 8 o 10 ore passate in ospedale. Una differenza nel modo di vivere che la convivenza ha portato allo scoperto, ha accentuato. I soliti problemi della convivenza.

E nel frattempo i mesi passano, tra lavoro, vita di coppia, litigi e incomprensioni, fino ad arrivare al momento in cui sento per la prima volta parlare di questo virus che si stava diffondendo in Cina. Rispetto a questa cosa ho avuto subito paura.

Sarà perché sono ipocondriaco, ma forse anche perché non ho un rapporto così tranquillo con la Natura. Non so perché ma  ho anche la fobia del vento. Quando d’estate organizziamo il festival, ci sono dei giorni interi nei quali sono terrorizzato dall’idea che possa piovere. Questo senso di imprevedibilità della Natura non mi fa stare mai del tutto tranquillo.

Non lo so…insomma, ho avuto paura sin da subito. I miei amici mi prendevano in giro. Ricordo chi scherzando mi tossiva di fianco. Ancora in Italia non era arrivato nulla eppure per me questa specie di febbre, influenza, questo non capire i sintomi, associato al fatto che le persone lì stessero morendo, mi metteva già ansia. Non sapevo cosa fare. “E se arriva? Cosa devo fare per farmi trovare preparato?”

Il tutto era scandito dal cambio di umore della mia compagna, che di giorno in giorno, tornando dall’ospedale, iniziava a trasmettermi la sua preoccupazione. Al lavoro lei aveva la possibilità di capire, dal confronto con gli altri medici, che non si trattava di una influenza. Ricordo in particolare una sera, a inizio marzo, è tornata a casa ne abbiamo parlato, mi ha detto: “tu non hai capito quello che sta succedendo” e ho pensato: “allora non è una cazzata”.  Ho avuto paura.

Naturalmente anche nel mio lavoro le cose cambiavano rapidamente. Ogni giorno saltava una data, un concerto, un tour veniva posticipato o annullato.

Nel frattempo il nostro rapporto stava andando a rotoli.

Ci stavamo trascinando in una serie di discussioni che non avevano via d’uscita. Passavamo il tempo nella stessa casa senza stare insieme. Io dopo un litigio molto forte sono anche andato via di casa. “Ti lascio”. Era già successo altre volte ma ero sempre ritornato. Quella notte ho dormito da amici, poi sono ritornato. Ci troviamo a casa e lei: “ok, basta è finita”.

Sarà stato 3 giorni prima della quarantena.

Sono stati giorni surreali. Abbiamo vissuto nella stessa casa, nello stesso soggiorno, nella stessa cucina, ma c’era una distanza insopportabile. Non sapevo come gestirla, come colmarla. Non riuscivo a stare a casa, volevo essere altrove. Alcune provincie dell’Emilia Romagna iniziavano a essere chiuse. Il 7 marzo è stata l’ultima notte che abbiamo dormito nel nostro letto. Dal 9 marzo e per tutta la quarantena, non ho mai  più dormito nella nostra camera da letto ma in quella degli ospiti. Un letto singolo, una scrivania, un armadio piccolino con un post-it su un’anta: sii felice!

Ricordo di esser andato con due amici a visitare Comacchio, era l’8 marzo e quel giorno è stata anche l’ultima volta che ho mangiato in un ristorante. Quella notte sono rimasto a dormire da un amico. Quando rientro lei mi dice che va via, che ha trovato un’altra sistemazione. In quel momento reagisco per come posso. “Ragioniamo. Parliamone”.

Nella mia testa il fatto di passare la quarantena insieme sarebbe potuta essere un’occasione per risistemare le cose.

Niente da fare.

Lascio le chiavi della macchina a casa, ed esco. Le dico: “Usala per fare il trasloco e poi scrivimi quando vai via”. Ricordo l’ultima cosa che le ho detto. Le ho chiesto di lasciarmi delle medicine.

Ho ancora qui il pacco: diazepam gocce. Mi ha dato il dosaggio. È l’ultima cosa che ci siamo detti di persona.

I dosaggi per la benzodiazepina. “Cinque gocce…se lo prendi per la prima volta…”.

Quando rientro, mi trovo completamente solo. La casa era ancora vestita delle scelte fatte insieme, ma ero solo.

La mia quarantena inizia così.

All’inizio è stato come vivere imprigionato. Volevo tornare a casa dai miei genitori, ma non potevo. Tutte le notizie che arrivavano in quei giorni mi hanno bloccato. Non potevo essere davvero sicuro di non mettere a rischio nessuno, tornando e poi, certo, volevo stare qui perché pensavo che con lei ci saremmo potuti sentire, forse vedere in qualche modo. Non volevo farmi trovare impreparato per un suo possibile ritorno.

Il 18 marzo gli auguri per il compleanno. Messaggio breve, risposta breve. E ho ripensato al regalo che le avevo fatto. A  fine febbraio, con 3 settimane di anticipo. Una notte e due giorni insieme a Castel San Pietro Terme. Ricordo di aver pensato: “siamo stati abbastanza bene”. Che strana frase.

Ci siamo risentiti dopo circa una settimana. Lei mi ha scritto “come stai?” e io non le ho risposto. “Lo stava chiedendo a me?”, “voleva sapere qualche cosa sulla caparra della casa?”. Non ho risposto per poter immaginare che volesse parlare con me.

Nei 10 giorni successivi ho provato a mettere in ordine le idee e le ho scritto. Io sapevo, so, che se è lei ad aver decretato la fine del nostro rapporto, sono io ad aver creato le condizioni perché ciò avvenisse. Molte delle responsabilità sono mie. Ne è venuta fuori una lunga lettera, un lunghissimo messaggio su whatsapp. Volevo semplicemente mettere per iscritto i miei errori, ammetterli. Mi pesa non sapere come sta, cosa faccia, però ho anche la sensazione che questi pochi giorni abbiamo accelerato la nostra distanza. Un giorno ne contiene dieci e un mese sembra valere più di due anni.

Bloccato a casa, senza poter uscire o lavorare, ho dovuto affrontare questa confusione un pezzo per volta. Arginare la testa costruendomi degli appuntamenti, delle tabelle di marcia. Praticamente da cinquanta giorni io faccio le stesse cose:

 

– Mi alzo alle 9:00, vado in bagno, mi lavo i denti

– Alle 9:30 faccio il thè. Lo prendo senza zucchero. Non ho mai bevuto il thè in tutta la mia vita. Non ho mai fatto colazione con il thè. Io di solito prendo il caffè a colazione. Ma la prima mattina dopo il trasloco ho scoperto che lei aveva portato via entrambe le macchinette per il caffè. Da quella mattina non ho più fatto il caffè

– Alle 11:00 mi alleno, per due ore. Non l’ho mai fatto in vita mia.

– 13:15: doccia

– 14:00: pranzo. A pranzo mangio tanta verdura e mi è capitato anche di mangiare delle mele, una volta ho mangiato anche una pera. Io non ho mai mangiato frutta. Mi ha sempre fatto schifo la frutta. Ho comprato i succhi di frutta. Non ho mai bevuto i succhi di frutta

– 15:00: disegno. Mi prendo un’ora per disegnare

– 16:30: il corso di filosofia on line

– 18:00: La protezione civile

–  19:00: Qualche telefonata

–  20.:30: Cena. Un bicchiere di vino

– 21: 30: Un film

– 00:00: Camomilla e vado a dormire

 

L’unica persona con la quale ho parlato dal vivo, negli ultimi cinquanta giorni, è stata la cassiera della Coop. “35 € e 40” “buona giornata” “il resto”. E il tabaccaio. Ma solo i primi giorni, poi ho iniziato a comprare le sigarette al distributore. Ho praticamente visto tutte le lezioni di storia di Alessandro Barbero che ci sono su Youtube.

Anche accendere la televisione alle 18 per ascoltare la Protezione Civile, è un appuntamento per me. So cosa devo fare e questo mi tiene con i piedi per terra.

Dovevo spostare la mente. Ogni cosa che guardavo in casa mi ricordava momenti del passato, momenti di un altro presente che all’improvviso era scomparso. E fare i conti con questa scomparsa non è stato facile. Ad esempio ho sofferto molto nel dover chiamare i miei genitori e raccontargli tutto. Erano state mie scelte. La scelta di partire, di cambiare città, di andare a convivere., e sapevo che anche la fine della mia relazione era una mia responsabilità. Ecco, dire alla mia famiglia “sì, ho sbagliato”, è stato difficile. Perché in quel momento tutto cambiava davvero senso e questo nuovo senso diventava reale.

Per questo, per tanti giorni la priorità è stata non pensare a quello che stava succedendo. Avere la giornata programmata e piena per non pensare.

Tutte le mie entrate si sono bloccate. Riesco a pagare l’affitto grazie a qualcosa che avevo messo da parte. Ma non so se a giugno dovrò lasciare questa casa. E anche questo non lo avevo programmato.

Sarà così o vedremo cosa succederà dopo. Dovrò capire come restare a Bologna senza poter fare il mio lavoro, dovrò vedere come si evolve il tutto per quanto riguarda la vita dei locali, della musica, degli eventi culturali. Quando ci penso mi rendo conto che molte realtà culturali, molti locali legati alla musica dal vivo, molti festival, rischiano di sparire.

Di non farcela.

Qualche giorno fa ho sentito Giovanni. Ci siamo conosciuti qui. Mi ha detto: “se dovesse restare tutto bloccato, verrai a lavorare da me come barman”. Anziché caricarmi delle sue preoccupazioni, si stava preoccupando per me. E io ho pensato a quanto poco tempo serva per volersi bene.

Ricordo il secondo giorno della quarantena. Ho spostato tutti i mobili e poi li ho rimessi al loro posto. Il divano non poteva stare sotto la finestra, il tavolo nel mezzo della stanza, senza senso. Avevo come la sensazione che le cose mi tirassero, trascinando la mia attenzione. Ogni oggetto sembrava dirmi “te la ricordi quella sera? Te lo ricordi questo?”.

E poi intorno a me avevo la percezione che alcune cose continuavano a muoversi. Ad esempio, il 2 aprile mio nipote ha compiuto un anno e io non ero lì. Ha imparato a camminare in quarantena e io l’ho visto in video.

La prima cosa che voglio fare quando sarà possibile uscire è andare in piazza Maggiore, sedermi e guardare intorno, stare lì, tutto il pomeriggio a guardare quello che succede.

Ho pianto. Ascoltavo musica e piangevo. Ho pianto per la solitudine. La solitudine è un’esperienza nuova. Sin da piccolo sono sempre stato con altri, sempre stato fuori. Non ho mai passato del tempo in casa. Avevo sempre cose da fare fuori.

E questo mi ha cambiato.

Non ero abituato a parlare da solo, a parlare con me.

In questo periodo ho dovuto farlo.

Il giorno più difficile è stato il 14 di Aprile, il giorno in cui è morto Mirko Bertuccioli, il cantante dei Camillas.

Ci conoscevamo da tempo e sapevo che era ricoverato da qualche settimana in terapia intensiva per via del Covid. Ricordo che quando ho saputo che era morto la sofferenza per lui ha fatto come da canale per far uscire nuovamente anche la mia. Proprio quel giorno mi è venuto in mente di raccontare questa storia che sembra sospesa. Perché le cose continuano a succedere, si muovono. Nuove abitudini appaiono all’orizzonte, nuove idee, nuove relazioni, nuovi stati d’animo con i quali dobbiamo imparare a vivere, che dobbiamo imparare a raccontare.  Nonostante tutto.

Aggiungi un commento