building

Walter Tevis: la scrittura come cura

building

Pubblichiamo la prefazione di Goffredo Fofi a Solo il mimo canta al limitare del bosco, romanzo di Walter Tevis in libreria per minimum fax con una nota di Jonathan Lethem (traduzione di Roberta Rambelli) ringraziando l’autore e l’editore.

di Goffredo Fofi

Non sono pochi gli autori di romanzi di genere che hanno scritto per sfogare le loro nevrosi, la loro solitudine, la loro disperazione. La scrittura come analisi, come cura. Ne ricordo due tra i più amati maestri del noir, Cornell Woolrich e David Goodis, e, nella fantascienza, il più geniale e malato di tutti, Philip K. Dick.

Walter Tevis appartiene a questo gruppo, e lo ha mostrato in particolare nei racconti contenuti in Lontano da casa, dove ha spregiudicatamente – non è possibile pensare che lo facesse ingenuamente – confessato l’origine delle sue insicurezze ma anche della sua ispirazione: un edipo grande come una casa e di conseguenza una libido, come si diceva un tempo, mal fissata. La fantascienza gli ha permesso di dichiararli, con le mediazioni e i veli dell’immaginario, del futuribile, dell’estremo altrove e, nella confusione dei tempi storici, di vedersi coetaneo e amante della propria madre o di inventarsi femmina invece che maschio.

Sono più mediati gli ottimi romanzi nei quali sfogò la sua passione per il biliardo – un’arte insegnatagli da ragazzo, dopo una lunga malattia e un’estrema solitudine affettiva, da un amato coetaneo – e per gli scacchi. Al biliardo dedicò un romanzo, Lo spaccone, che ebbe la fortuna di essere trasposto nel 1961 nell’omonimo film, bellissimo ed «hemingwayano», diretto da Robert Rossen con Paul Newman e Jackie Gleason (allievo e rivale-maestro), mentre il suo seguito fu preso in mano da Scorsese (meno convincente, meno profondo e meno chiaro nel giudizio sulla società che va mostrando) nel Colore dei soldi, con Paul Newman e Tom Cruise (maestro e allievo).

Alla sua seconda passione dedicò invece La regina degli scacchi, che ha una protagonista dalla psicologia non meno complessa e malata degli «eroi» degli altri romanzi. Per restare al cinema, l’altro grande romanzo di fantascienza di Walter Tevis, L’uomo che cadde sulla Terra, fu tradotto in film da Nicholas Roeg ed ebbe come protagonista il cantante David Bowie, fisicamente perfetto per il ruolo di un fragile extraterrestre che si confronta con il perfido mondo degli umani dominato dal potere del denaro, dal capitale.

C’è chi, come me, preferisce a quel romanzo il meno noto Solo il mimo canta al limitare del bosco (1980) per il fondo di tenerezza che lo muove, per una difficoltà e una disperazione che ormai non appartengono solo ai più nevrotici fra i nostri simili, e per una sorta di lucidità «politica». Il mockingbird del titolo, il «mimo», è peraltro l’«uccello beffatore» cui si riferisce il titolo originale del Buio oltre la siepe di Harper Lee (To Kill a Mockingbird), che uscì nel 1960 e che Tevis non poteva ignorare, dal momento che il suo Mimo è di vent’anni dopo. In un’edizione mondadoriana del 1983 gli diedero un titolo davvero qualsiasi, Futuro in trance.

Walter Tevis non ha scritto molto, né nel genere né altrove, ma quel che ha scritto è certamente il frutto di lunghi pensamenti e, credo lo si possa affermare, di molte sofferenze, non soltanto fisiche. Attirato dalle droghe e dall’alcol (che affliggono molti suoi protagonisti), fisicamente e psichicamente fragile, proprio grazie a questo ha però visto giusto sui mali del mondo – a cominciare da quello cui apparteneva, gli Stati Uniti, dominati dall’arroganza e dalla manipolazione dei potenti e dall’ossessione del denaro e del successo – ed è noto che molti grandi scrittori, pensatori e profeti hanno avuto infanzie da malati, con molto tempo per pensare al senso della vita e alle sue incongruenze. Senza mai essere geniale, è tuttavia la sua onestà ad attrarci e talvolta a commuoverci.

È anche lui un continuatore dell’opera demistificatrice degli Orwell, degli Huxley e degli Zamjatin, come gli altri grandi della fantascienza, Vonnegut e Ballard in testa, ma anche Wyndham, Matheson, Sheckley, Silverberg, Christopher, Simak e tutti quelli che seppero partire dalle tre grandi opere dei primi – 1984, Il mondo nuovo e Noi – condividendone le analisi, le preoccupazioni, le paure. A tutto questo Tevis ha aggiunto di suo una particolare forma di delicatezza, di malinconia, di dolore. Solo il mimo canta al limitare del bosco è un racconto al futuro, ma parla anche del passato da cui è nato, su cui Tevis dà informazioni asciutte e chiare e niente affatto banali.

Tutto parte dalla Morte del Petrolio, «quando la benzina era diventata più cara del whisky, e quasi tutti se ne stavano a casa»; è allora che si cominciarono a costruire i robot, «in nome di un cieco amore per la tecnologia». L’azione del romanzo ha luogo in un mondo in cui la tecnica ha avuto il sopravvento e sembra andare avanti per conto suo, dominando malamente i comportamenti dei robot come degli umani; senza più guide forti, una società allo sbando viene retta da imposizioni che sembrano portare all’estremo alcune tendenze che già ora, nel nostro presente, sono in atto da tempo, ma con una tipica accelerazione che la fantascienza aveva previsto, basata su nuove e più radicali mutazioni. La linea di tendenza oggi rimane però la stessa di quando il romanzo venne scritto e pubblicato.

Due leggi sovrastano e indirizzano i comportamenti umani, e vengono chiamate diritto alla Privacy e all’Individualismo – di fatto l’imposizione della solitudine e di norme a cui è impossibile sfuggire, secondo parametri che risalgono, per quel che Tevis ce ne fa capire, a una visione autoritaria e centralizzatrice di stampo religioso, tipica del più truce protestantismo wasp. Le droghe sono la forma iperlegale dei condizionamenti, sono modi di dimenticare più che di dimenticarsi, e il suicidio, consentito e favorito, individuale o di gruppo, è una pratica propagandata e comune. In quel che resta di un contesto le cui radici sono profonde – e hanno per noi e forse anche per Tevis un nome preciso, capitalismo – gli uomini hanno finito per contare meno dei robot, ma non si può certo dire che i robot, in particolare quelli più elaborati, siano felici.

Il tormento di uno dei tre protagonisti del romanzo, il robot Spofforth, è duplice: avere dei sentimenti (è stato costruito avendo come modello un cervello umano) ma non avere un sesso e non poter dunque fare l’amore e procreare; non potersi uccidere, perché quando tenta di farlo quest’impulso è frenato dai condizionamenti inseriti nella macchina che egli è: potrà morire solo quando sarà morto l’ultimo degli umani. Spofforth sa di appartenere a una specie che è una «parodia dell’umanità».

Il secondo personaggio, Bentley, è un umano inquieto e sofferente, ricercante, che a tratti ha nostalgia della sua «vita passata di autentico figlio del mondo moderno»:

volevo, agognavo i miei sopor e la mia marijuana e le altre droghe che facevano fiorire la mente, e la mia Serenità Chimica e l’esperienza televisiva e le preghiere ai «Direttori», qualunque cosa fossero, e il sonno dolce e drogato nella mia stanzetta di permoplastica, ad aria condizionata, silenziosa, protetta dalla confusione, dai desideri, dalle inquietudini e dalla disperazione di cui era fatta la mia nuova vita. Non volevo vivere più con la realtà; era un peso troppo grande. Un peso doloroso, opprimente.

(A questo quadro sembra mancare solo il computer, solo internet, solo la «rete».)

Un’altra citazione è opportuno fare, sulle «cause del declino della popolazione », per insistere sull’intelligenza del nostro autore; anche se sappiamo che la popolazione del pianeta aumenta e non diminuisce, non è detto che in futuro l’ipotesi avanzata da Tevis non possa vincere. Essa è in ogni caso molto utile a comprendere il fondo teorico su cui è costruito il romanzo.

Le cause sono:

1. paura della sovrappopolazione
2. perfezionamento delle tecniche di sterilizzazione
3. scomparsa della famiglia
4. diffusione dell’interesse per le esperienze «interiori»
5. perdita dell’interesse per i bambini
6. desiderio generalizzato di evitare le responsabilità.

Il romanzo è diviso in capitoli che alternano le storie (e i punti di vista) di Spofforth e di Bentley: le prime vengo­no narrate in terza persona, oggettive perché non è facile entrare nella testa di un robot; le seconde in prima persona (e Bentley è ovviamente l’alter ego dell’autore). Si aggiunge più tardi un’altra voce, quella di Mary Lou, una sorta di ultima donna che sa ragionare e sa scegliere. Intelligente, volitiva e anarcoide, apprezza la virtù – da tutti aborrita – della disubbidienza.

L’irrequieto Bentley impara a leggere, su mandato di Spofforth, a partire (trovata curiosa, da cinefilo) dalle didascalie dei film muti e arriva a leggere la Bibbia per una piccola comunità di sopravvissuti piuttosto ottusi e fondamentalisti. «Quando era morta l’arte di leggere, era morta anche la storia», dice questo erede del Montag di Ray Bradbury (Gli anni della fenice, del 1953, più noto come Fahrenheit 451). Leggere vuol dire ragionare, interrogarsi, capire (ma oggi, per i più, vuole ancora dire questo?).

L’aspetto forse più conturbante del romanzo di Tevis è nelle riflessioni teologiche che egli attribuisce al suo protagonista a partire dalla lettura della Bibbia. «Nessuno degli ingegneri» che hanno costruito i robot e il mondo in cui si è costretti a vivere «credeva che esistesse un dio», e Bentley (cioè Tevis) propende a pensare che all’origine della vita e della Terra ci sia un dio sadico e crudele, anche se diversa è la sua considerazione di Gesù che «sembra sapesse cose che gli altri non sapevano, e non fosse affatto uno sciocco come le persone di Via col vento» – che è il libro tra quelli letti da Bentley che secondo lui ha i personaggi più idioti! – «e neppure ambizioso e spietato, come i presidenti americani» di cui ha letto le azioni. (Per Mary Lou, «quello che hanno tutti in testa è un filmetto scadente».)

Allontanato da Mary Lou, Bentley sperimenta il carcere, l’amicizia di un uomo e di un gatto, l’evasione, l’amorosa scoperta di quel che resta della natura, la vita in una comunità umana appartata e sopravvissuta ma non meno condizionata da quella metropolitana, un amore infelice, il dialogo con un autobus pensante e fedele. Parallelamente, Mary Lou sperimenta l’amore impossibile con Spofforth, ma non può dimenticare quello concreto con Bentley. Ed è proprio insieme a lui che riuscirà a dare al robot una via di fuga dall’immortalità cui è condannato.

Ai discendenti di Bentley e Mary Lou sarà invece demandato un futuro ancora più difficile, in un mondo in cui i robot ripetono meccanicamente e sempre peggio quel che gli hanno insegnato uomini irresponsabili. Il centro di tutto è una poesia, che Bentley e Mary Lou imparano ad amare perché esprime quello che essi pensano. Si tratta di alcuni famosi versi di Eliot, più volte ricordati nel romanzo e che troviamo declamati anche da Marlon Brando-Kurtz in Apocalypse Now di Coppola, un anno prima che questo libro venisse dato alle stampe.

Certamente Tevis li conosceva da tempo, e forse è da lì che è nata l’ispirazione del suo romanzo. Parlano di «uomini vuoti», di «uomini impagliati». E concludono:

È così che il mondo finisce
è così che il mondo finisce
è così che il mondo finisce non con uno schianto ma con un gemito.

© minimum fax 2015

I commenti sono chiusi.