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“T. Singer”, il romanzo definitivo di Dag Solstad

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Leggendo certe pagine dei romanzi di Solstad si riesce già a immaginare i brani che verranno inseriti nelle antologie scolastiche del futuro. Quando inventa una scena o un sentimento lo fa con una nettezza priva di dubbi: “Singer soffriva di una particolare forma di vergogna” è l’incipit, “che non lo affliggeva minimamente nella vita quotidiana, ma emergeva ogni tanto, come il ricordo di un malinteso imbarazzante, e lo costringeva a fermarsi, rigido come un palo, con un’espressione disperata sul viso che subito nascondeva dietro le mani, esclamando a gran voce: «No, no.»”

T. Singer comincia con un saggio di bravura: il trentacinquenne aspirante scrittore che ha scritto e riscritto una sola frase e che diventerà bibliotecario in una cittadina industriale nata nel nulla per la scommessa di un industriale visionario, ogni tanto, da sempre, si immobilizza al ricordo di una brutta figura che ha fatto da bambino: per compiacere un amico burlone, Singer aveva riso in modo “innaturale”, “la voce alta e forzata, la risata artificiosa”; non si era accorto che passava di là suo zio: “Questo aveva osservato lo zio, e il suo sbalordimento aveva riempito Singer d’imbarazzo, anzi di vergogna, per decenni”. Era stata “una risata tanto orribile e falsa. A voce troppo alta. Forzata. Sorpreso in flagranza di risata artificiosa. Un bambino. Sorpreso e denudato”.

Questo Pirandello norvegese scrive storie di disorientamento esistenziale – europee, scandinave, comiche, teatrali – che sembrerebbero monologhi o sceneggiature ma sono energici esperimenti sulla prosa e sul prosaico. L’ouverture sulla vergogna comincia a illustrarci il carattere di T. Singer, rispettato bibliotecario, protagonista di quel che Solstad considera il suo libro definitivo (è del 1999). “Singer prosperava a Notodden, e nel nuovo lavoro. Aveva quella che lui stesso avrebbe definito una vita bella e tranquilla, e soprattutto ritmica, ossia regolare”. Solstad viene spesso messo a confronto con Thomas Bernhard: nell’austriaco, un’analoga sensibilità al non senso della vita produce vortici sintattici ossessivi.; il norvegese ha un’anima di anarchico ma la veste da impiegato.

Con la sua prosa metodica finge di darla vinta al suo norvegese piccolo piccolo che cerca di reagire alla forza di gravità della vita rimanendo compassato. Ma Solstad mette alla prova i suoi protagonisti cacciandoli in destini paradossali. La trama di questo libro non va rivelata, per godere appieno del suo realismo, che sta anche nelle sorprese, ma diciamo che la svolta arriva con un classico “accadde qualcosa: Singer s’innamorò”. Quel che segue è tragico e Singer diventerà Giobbe. Ma al posto della trama si potrebbe anticipare un altro brano da antologia: “Può un uomo come Singer innamorarsi? Sì, può. Ma può, sotto l’influsso di questo innamoramento, trasferirsi in casa dell’amata per dormire nel suo letto e mangiare alla sua tavola, che ora condividono? Sì, può. Singer fece tutto questo, anche se non era consigliabile, e ci si potrebbe domandare come sia stato possibile, per un uomo come lui, farsi coinvolgere in quella spietata intimità…”

E più avanti, a chiudere questa indagine sull’amore, Solstad si chiede chi sia “questa Merete Sæthre che si corica ogni notte accanto al rimuginatore Singer? Sappiamo poco di lei, e non verremo a saperne molto di più. Non è lei la protagonista di questo romanzo… In questo particolare romanzo Merete Sæthre è subordinata a Singer, ha un ruolo secondario, e non per volontà di Singer ma dell’autore del romanzo stesso”. Che però deve ammettere che “a questo punto della storia potrebbe sembrare un enigma che Singer stesso sia il protagonista di un qualsivoglia romanzo, di qualunque livello; tuttavia possiamo svelare che questo enigma è precisamente il tema del romanzo che stiamo cercando di costruire”.

Con le loro trame semplici intarsiate di enigmi, questi libri sono carotaggi, discese nello scorrere degli eventi. Sarebbe una letteratura perfetta per la nostra epoca, se non fosse che invece ora l’angoscia porta molti a cercare scrittori saggi che spieghino tutto, che diano le ricette per vivere, e Solstad non è proprio il tipo.

Francesco Pacifico è nato a Roma nel 1977, dove vive. Ha pubblicato i romanzi Il caso Vittorio (minimum fax), Storia della mia purezza (Mondadori) e Class (Mondadori). Ha tradotto, tra gli altri, Kurt Vonnegut, Will Eisner, Dave Eggers, Rick Moody, Henry Miller. Scrive su Repubblica, Rolling Stone, Studio.
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