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Songs Of Leonard Cohen compie cinquant’anni

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“Leonard Cohen è una delle persone in cui, per qualche istante, mi sarebbe piaciuto trasformarmi” (Bob Dylan)

Sono davvero pochi coloro che nella propria arte hanno raggiunto l’eccellenza toccata da Leonard Cohen nella scrittura di testi poetici per canzoni. E se tra i tanti album mitologici che nel 2017 hanno compiuto cinquant’anni – Sgt. Pepper’s dei Beatles, Forever Changes dei Love, i debutti di Jimi Hendrix, Pink Floyd, Doors, Velvet Underground – scelgo di celebrare Songs Of Leonard Cohen è perché in quel primo album la scrittura era già così limpida e imperfettibile che,se anche la carriera di Cohen si fosse chiusa lì, gli avrebbe garantito un posto tra gli immortali della musica. Poi sarebbero venute Bird On A Wire, Famous Blue Raincot, Chelsea Hotel, Hallelujah e tante altre canzoni senza le quali il dialogo con noi stessi sarebbe stato molto più confuso e balbuziente, ma in Songs Of Leonard Cohen c’era già tutto il firmamento poetico del canadese, uno scrigno di bellezza nel quale, così recita l’adagio popolare, qualsiasi altro autore sarebbe entrato portando in dono il proprio canzoniere per avere in cambio un solo verso.

Quando il disco uscì, nel dicembre del 1967, Leonard Cohen aveva già pubblicato due romanzi e quattro raccolte di poesie. Soltanto l’anno precedente Judy Collins aveva interpretato una sua canzone, Suzanne, nel disco In My Life. Si trattava di una canzone ispirata alla ballerina Suzanne Verdal, che viveva con il marito, lo scultore Armand Vaillancourt, nella casa lungo il fiume St. Lawrence dove Cohen era solito recarsi per chiacchierare e bere tè. Ascoltata la versione di Judy Collins, lo scopritore di talenti John Hammond convinse Cohen a raggiungerlo alla Columbia per preparare il suo primo album, dove a Suzanne si sarebbero affiancate altre nove composizioni capaci di dare alla sconfitta e al dolore una luce nuova e rivelatoria. Con l’aiuto del produttore John Simon e dei musicisti Chester Crill, Chris Darrow, Solomon Feldthouse e David Lindley del gruppo Kaleidoscope, nacque Songs Of Leonard Cohen e nulla fu più uguale a prima, nella storia della musica folk e nella vita di chi ascoltò il disco. Tutto cambiò anche per Cohen, alle prese con una fobia crescente per l’imponderabile contenuto delle sue stesse frasi, tanto che la scrittura breve di un testo di canzone, che poteva beneficiare di una struttura strofa-ritornello e del supporto di un accompagnamento musicale, gli sembrò improvvisamente il modo migliore per calibrare il potere delle sue parole, misurarlo e decifrarlo innanzitutto a se stesso. È significativo che dopo quel primo album non scrisse più narrativa, ma molti altri album. Il più grande cantautore di tutti i tempi non aveva mai pensato di diventare un cantautore e questo è solo uno dei paradossi della sua grandezza.

L’album si apre proprio con Suzanne e con quell’arpeggio di chitarra che ha la forza di schiudere un intero mondo, fatto di figure ai margini, disperati, mezzi matti e perdutamente innamorati, un arpeggio la cui magia non si dissolve al ripetuto ascolto ma resta immutata negli anni; prosegue con Master Song, Winter Lady, The Stranger Song, Sisters Of Mercy, So Long, Marianne, Hey, That’s No Way To Say Goodbye, Stories Of The Street, Teachers, One Of UsCannot Be Wrong.

Sin dalla prima volta che Songs Of Leonard Cohen ha preso posto nel mio giradischi sono rimasto affascinato soprattutto da tre di queste canzoni:

1) Master Song, brano dalle atmosfere torbide, pieno di oscure metafore su un rapporto a tre che si avventura nei territori di conflitto preferiti da Cohen – forza/debolezza, amore/odio, santità/peccato –con alcuni versi indimenticabili: “you wrap up his tired face in your hair/and he hands you the apple core/then he touches your lips now so suddenly bare/of all the kisses we put on some time before (tu avvolgi la sua faccia stanca nei tuoi capelli/e lui ti porge un torsolo di mela/poi ti tocca le labbra improvvisamente spoglie/di tutti i baci che ci siamo dati tempo fa”); “your love is some dust in an old man’s cough/who is tapping his foot to a tune (il tuo amore è solo polvere nella tosse di un vecchio uomo/che tiene il tempo di una canzone col piede)”.

2) One Of UsCannot Be Wrong, una delle mie canzoni preferite dell’intero universo coheniano, l’ineluttabilità del mal d’amore raccontata attraverso le tragiche figure del dottore, del santo e dell’eschimese, tutte ugualmente fallite nel tentativo di guarire l’inguaribile, cantate con un’ironia che dona retroattivamente una luce beffarda a tutto il lavoro: “I lit a thin green candle, to make you jealous of me/but the room just filled up with mosquitos (ho acceso una sottile candela verde, per renderti gelosa di me/ma la stanza si è riempita di zanzare)”.

3) So Long, Marianne, naturalmente, una delle ballate più note dell’autore. Si tratta di un sublime addio ad uno dei grandi amori della sua vita, la modella norvegese Marianne Ihlen, conosciuta sull’isola di Hydra nel 1960, anche se un definitivo commiato non si è mai consumato, se nell’estate del 2016, alla notizia delle gravi condizioni di salute di Marianne, Cohen le scrisse una lettera poi resa pubblica, promettendole di raggiungerla di lì a poco. “Marianne, è arrivato il tempo in cui siamo entrambi molto vecchi e i nostri corpi cadono a pezzi. Penso che ti seguirò molto presto. Ti sono così vicino che se allungassi la tua mano toccheresti la mia”. Cohen è morto il 7 novembre 2016, appena tre mesi dopo Marianne.
Ricordo quando vidi Leonard Cohen dal vivo a Lucca nel 2008, al suo ritorno su un palcoscenico italiano dopo una lunghissima assenza. Il pubblico seguì tutto il concerto educatamente seduto, quando partì So Long, Marianne, però, accadde qualcosa, una subdola scarica elettrica attraversò la platea e molti, soprattutto signori e signore piuttosto in là con gli anni, si misero in piedi sopra le sedie e, occhi chiusi e braccia al cielo, accompagnarono il ritornello con un assurdo trasporto. Mi chiesi cosa volesse dire per loro abbandonarsi in quel modo cantando “it’s time that we began to laugh and cry, and cry and laugh about it all again (è ora di cominciare a ridere e piangere, e piangere e ridere di tutto ancora una volta)”. Più passa il tempo, mi risposi, e più si riescono a meritare i versi di Leonard Cohen, che poco rivelano a chi non ha esperienze di ferite, di suture e di lunghe e spesso infinite cicatrizzazioni.

Songs Of Leonard Cohenè un disco per aspiranti suicidi, per amanti traditi e per traditori, totalmente dissonante rispetto al clima dell’epoca in cui è stato pubblicato, in perfetto controtempo con il flower power e l’estate dell’amore. Non è un caso che negli Stati Uniti non ebbe nell’immediato lo stesso successo che gli tributò l’Europa, continente delle principali ispirazioni di Cohen, l’esistenzialismo e gli chansonnier d’oltralpe, Brel e Ferré su tutti, con le loro giacche e i dolcevita scuri, l’intransigente simbiosi di vita e arte, e la pericolosa attrazione per gli abissi dell’animo umano.
Se c’è una caratteristica che non sempre fa rima con canzone – specie con quella americana degli anni Sessanta – ma che in Cohen non è mai mancata, è il rigore. Non esiste sbavatura in cinque decenni di musica, men che meno c’è qualcosa di irregolare, impreciso e difforme da uno splendido rigore formale in Songs Of Leonard Cohen, che dimostra l’esistenza di una via alla bellezza fatta di severità e serietà, di una glaciale ironia sapientemente mascherata. Nick Cave, Stuart Staples, Jeff Buckley, Bill Callahan, Will Oldham, David Pajo, Antony Hegarty sono solo i primi che mi vengono in mente tra i tanti autori che non sono saliti indenni sulla tower of song. E poi quel figlio a cui Cohen non ha fatto in tempo a rivolgere nemmeno una parola, Kurt Cobain: l’icona degli anni Novanta confessava di ascoltarlo quando si sentiva giù in cerca di un’impossibile terapia e cantava di volere addirittura reincarnarsi in lui in una delle sue canzoni più famose: “give me a Leonard Cohen afterworld/so I can sigh eternally (dammi un aldilà alla Leonard Cohen/così che io possa sospirare in eterno)”.

Si parla spesso a sproposito di poesia in riferimento agli autori di canzoni, e il risultato che si ottiene è un levarsi di mugugni, disapprovazioni e proteste. Non è poesia, è il refrain dei detrattori del valore letterario del testo di una canzone. Non è un poeta, è stato ripetuto allo sfinimento allorché l’Accademia di Svezia ha deciso di premiare con il Nobel Bob Dylan. Ma ogni volta arriva anche il momento in cui immediatamente tutte le proteste si zittiscono e i mugugni diventano espressioni di ammirazione: accade quando qualcuno fa il nome di Leonard Cohen.

Perché ha liberato ogni altro autore di canzoni dalla responsabilità di dimostrare di essere anche un poeta. Perché ha detto tutto quello che ognuno sognerebbe di dire riguardo l’amore e l’odio in un unico assoluto verso. Perché ha costruito la sua torre della canzone senza costruire al contempo un personaggio, facendosi beffe del culto della personalità con una smorfia sardonica. Per questo e molto altro la musica e la letteratura devono un enorme grazie a Leonard Cohen e al suo primo indimenticabile album.

Pierluigi Lucadei, marchigiano, è nato a San Benedetto del Tronto nel 1976. Giornalista, critico musicale e scrittore, collabora con «Il Mucchio Selvaggio», ilmascalzone.it e «Rivista Undici». Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Cadillac» e «Achab». Ha pubblicato «Ascolti d’autore» (Galaad, 2014) e «Letture d’autore» (Galaad, 2016).
Commenti
2 Commenti a “Songs Of Leonard Cohen compie cinquant’anni”
  1. Fede scrive:

    Complimenti, un articolo bellissimo, come meritava Cohen

  2. Salvatore scrive:

    Pierluigi, hai tratteggiato Leonard Cohen in maniera coinvolgente e appassionata, oltre che da profondo conoscitore. Mi hai emozionato. Grazie

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