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Su Sonno giapponese di Gabriele Galloni

di Ilaria Palomba

Sonno giapponese di Gabriele Galloni (Italic Pequod, 2019) è una galleria di spettri. Si tratta di quarantuno racconti brevissimi, sul modello delle Finzioni di Borges, in cui l’autore viaggia per mondi altri, dalla superficie lunare ai campi d’argento di Saturno, passando per un Messico immaginario in cui si tramanda un’oscena tradizione e per una Moby Dick imbalsamata e pensante.
Ve ne sono alcuni di carattere psicoanalitico, quello su Edipo, per esempio, in cui il mito è capovolto: Edipo divenuto cieco non riesce più a dare un nome agli oggetti, si muove per la stanza tastando le pareti, qualcuno gli rimprovera di aver dato avvio alla psicoanalisi e, contestualmente, alla malattia mentale. Edipo è annoiato dalla psicoanalisi, preferiva la compagnia della Sfinge, ma si sottopone a lunghi ed estenuanti convegni in cui viene, per giunta, preso in giro per via di Giocasta. Dunque tenta il suicidio ma sbaglia tecnica, invece che il collo lega i piedi e genera il primo lapsus della storia.
Un altro, sempre con tematiche mitologiche e psicoanalitiche, illustra le disavventure di due ragazzi affetti da progeria, si tratta di una storia d’amore in cui però lui è convinto che lei sia un’allucinazione prodotta dalla sua solitudine, e grande sarà la delusione nel riconoscerla reale tanto quanto sé.
«Il ragazzo, che in un’altra vita era stato un verso del poeta Lafourgue e in un’altra Alyona Ivanovna di Delitto e Castigo, è convinto che la ragazza sia un’allucinazione prodotta dalla sua condizione di esule, dalla solitudine.»
I racconti, tutti senza titolo, potrebbero essere considerati visioni, prose liriche, frammenti di altrove scansionati sotto il vaglio di una penna consapevole e già matura.
Il titolo Sonno giapponese prende spunto da uno dei racconti: la storia di un uomo che ai suoi ospiti offre diverse varianti di sonno; tra cui, appunto, il sonno giapponese, snob e austero.
Numerosi i richiami religiosi che lasciano supporre una profonda fascinazione verso il cristianesimo, le sue radici e deviazioni. Di volta in volta i riferimenti mitologici e religiosi subiscono uno smottamento, vengono capovolti e riutilizzati come mera immaginazione, evocazione del fantastico e del tremendo.
«Gli angeli sono i soli amici che ho.
Prima di andare a letto mi faccio raccontare la favola di Sodoma; di ciò che successe realmente quando Lot offrì in concubinaggio le sue figlie al posto degli angeli. Delle frasi oscene gridate dagli abitanti della città all’indirizzo loro, degli angeli. All’indirizzo stesso di Dio.
Volevano farselo, Dio, prima della distruzione.
E chiedo delle altre Città della Pianura; scivolo sotto le coperte.
Parlatemi di Zeboim. Di come si usava in quella città appendere per le natiche i figli disobbedienti e lasciarli per tre notti di pioggia nelle mani dei vicini; parlatemi delle colline che digradavano verso il mare. Dei fuochi accesi di notte – i fuochi che gli uomini stanchi di deserto scambiavano per le stelle del cielo e credendole vicine impazzivano.»
Se dovessimo scegliere di collocare la prosa di Galloni tra la poesia e la narrativa probabilmente potremmo parlare di narrativa oracolare, termine che potrebbe apparire eccessivo ma ben riflette certe intuizioni a metà tra il resoconto narrativo e l’epifania lirica.
Tra i riferimenti letterari si è citato Borges e, direi, tutta la tradizione del realismo magico sudamericano, ma anche in parte il Parise dei Sillabari e, in ultimo, ma non per importanza, Frederick Rolfe e il suo libro Stories Toto told me: breve Decamerone ambientato nelle campagne laziali (una specie di arcadia felice tra sacro e profano, cielo e terra, Dio e il diavolo).
La frammentarietà è una scelta espressiva: dire di meno per lasciare nel lettore suggestioni più che messaggi.
La morte è sempre presente nei testi di Galloni, tema-tabù con cui si era già confrontato attraverso la silloge poetica In che luce cadranno (RPLibri). In questi racconti, più che l’evento del morire, s’intravedono luoghi che potrebbero rappresentare un al di là; la morte in sé è un evento irrilevante, è ciò che la precede o la segue la massima avventura umana.
Galloni vuole raccontare il limite, il confine; e poi superarlo, impresa difficile, perché su molti temi sembra già essere stato detto tutto ma lui sa trasportare il lettore nei luoghi dell’inconscio dove la veridicità è meno importante del valore simbolico ed evocativo delle immagini; sia nel caso della prosa lirica che del monologo visionario, c’è una tensione a superare la linea che separa e definisce le cose: luce/buio, vita/morte, medesimezza/alterità.

Commenti
Un commento a “Su Sonno giapponese di Gabriele Galloni”
  1. Luigi scrive:

    Un piccolo grande libro,

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