Sorelle della luna

Pubblichiamo stamattina un racconto inedito di Jennifer Egan, vincitrice del Premio Pulitzer 2011 per la narrativa con il romanzo «Il tempo è un bastardo», e ringraziamo Matteo Colombo per la traduzione. Il racconto fa parte dello Speciale Jennifer Egan che trovate sul sito di minimum fax.

di Jennifer Egan

Silas ha la testa rotta. È successo ieri notte davanti al Limited, un locale all’angolo tra Geary e Powell Street. Nessuno di noi ha visto. Silas dice che la rissa è scoppiata per una donna, e che ha vinto lui. «Ma amico mio, se sei conciato da far schifo», dice l’irlandese ridendo, accartocciando le parole nel suo accento. Silas dice che dovevamo vedere l’altro.
Si sistema la fasciatura in testa e alza gli occhi verso le palme, che su Union Square spargono un rumore come di pioggia. Silas ha il fisico robusto di quei compagni di liceo che, lo sai, potrebbero sollevarti di peso e portarti in giro come una borsa. Ma la faccia è vecchia. Indossa un giaccone militare frusto, con le tasche sempre gonfie di cose. Una volta ha tirato fuori un ditale d’argento e me l’ha piazzato in mano senza dire una parola. Non può essere argento vero, ma io l’ho conservato lo stesso.
Mi pare che Silas abbia combattuto in Vietnam. Una volta ha detto: «È il 1974, e sono ancora vivo», come se stentasse a crederci.
«E dove sarebbe?» chiede l’irlandese, tutto spiritoso.  «Dov’è questo tizio con la faccia mezza spaccata?»
Angel e Liz si mettono a ridere, non so perché. «Dov’è questa donna per cui vi siete pestati?» vorrei chiedere io.
Silas fa spallucce, sorride. «Si è messo paura ed è scappato.»

***

San Francisco è nostra, ci abbiamo messo la firma sopra cento volte: SORELLE DELLA LUNA.  Sulle piastrelle lucide dentro lo Stockton Tunnel, lungo i fianchi di quegli edifici che sembrano blocchi di sale sui moli vuoti vicino all’Embarcadero. Con l’argento e un altro colore, di solito blu o rosso. A verniciare sono Angel e Liz. Io faccio da palo. Mentre loro spruzzano con le bombolette, io muoio di paura. Per calmarmi, mi dico che se arriva la polizia o qualcuno in macchina si ferma e si mette a gridarci contro, io prendo e me ne vado, mollo Angel e Liz come se non le avessi mai viste in vita mia. Dopo, quando la vernice è fresca e ce ne andiamo saltellando in punta di piedi, mi vergogno tantissimo, penso: E se loro lo scoprissero? Probabilmente mi scaricherebbero, che sarebbe anche peggio di farsi beccare. Perfino di andare in galera. Rimarrei sola nell’universo.
Quasi tutti attraversano Union Square diretti altrove. Segretarie, uomini d’affari. Il Parco, lo chiamiamo noi. Ma Silas, l’irlandese e gli altri sono sempre qui. Ogni tanto prendono il largo, poi ritornano. Union Square per loro è proprietà privata.
A vigilare sulla piazza come Dio è l’hotel St. Francis, con i suoi cinque ascensori di vetro che scivolano su e giù per la facciata lucida. Da fumati, io, Angel e Liz passiamo ore seduti sulle panchine a testa in su, aspettando che gli ascensori si allineino tutti in cima al palazzo. Su e giù, su e giù. Perfino alle cinque del mattino, si muovono. Il St. Francis non dorme mai.
Angel e Liz sono convinte che diventeranno famose, e io ci credo. Angel ha appena compiuto quindici anni. Io ho solo cinque mesi in meno, e Liz è più piccola di me, ma sono lo stesso la bimba del gruppo. Quando ci facciamo le canne in Union Square, ho ancora paura che ci vedano.

***

È una settimana che parliamo di farci un acido. Io continuo a rimandare. Oggi finalmente lo compriamo, da un ragazzino col naso che cola e due occhi scuri e ansiosi. Sul lato opposto della strada ci sono i grandi magazzini I. Magnin, e a me viene la nausea al pensiero che dalle porte girevoli esca la mia matrigna coi pacchetti sottobraccio. Fa l’addetta acquisti per il reparto scarpe di Saks, e di pomeriggio le piace andare in giro a studiarsi la concorrenza.
Angel si appoggia contro un palma e col suo accento del sud chiede se l’acido è puro e quanto bisogna prenderne per andare fuori e quanto durerà. Si è legata la maglietta sul davanti scoprendo la pancia. Angel è arrivata l’anno scorso con il gruppo jazz di sua madre. Io la adoro. È una che va dove vuole, e il mondo non fa che prendere forma intorno a lei.
«Che ti guardi?» mi chiede Liz. Ha i capelli corti, ricci e neri, e due occhi azzurri sottili.
«Niente».
«Sì, invece», dice lei. «Sei sempre lì che guardi qualcosa».
«E allora?»
«E allora quand’è che ti decidi a fare qualcosa?» Lo dice come se stesse scherzando. A me si contorce lo stomaco. «Non lo so», rispondo. Lancio un’occhiata a Angel, che però sta parlando con lo spacciatore. Per fortuna non ci ha sentito.
Io e Liz guardiamo l’I. Magnin. Anche sua madre potrebbe tranquillamente uscire da un momento all’altro, ma a Liz non importa. Anzi, ho la sensazione che lei una cosa del genere la aspetti, un’occasione per dimostrare a Angel fin dove può arrivare.

***

Troviamo l’irlandese che fa l’elemosina in Powell Street. «Ce l’avresti qualche spicciolo? Va bene tutto, dal milione in giù» chiede a chiunque spalancando le braccia. L’irlandese ha un gran faccione biondo, i capelli mossi e gli occhi quasi viola. Davvero.
Una volta, dice, gli hanno dato un biglietto da mille. Un arabo è passato di lì e gliel’ha allungato. È successo prima che conoscessimo l’irlandese.
«Le mie fanciulle!» esclama, e tutte e tre riceviamo contemporaneamente la stretta di quelle braccia grandi. L’irlandese inspira tra i capelli di Angel, che sono castano scuro e le incorniciano i lati del viso come due ali. Angel è ancora vergine. In lei sembra una qualcosa di bellissimo, come una coppa di vetro preziosa che incredibilmente non si è ancora rotta.
Una volta, in Union Square, un ragazzo australiano l’ha presa per i capelli e glieli ha tirati indietro, sempre più indietro, finché sul collo di Angel non sono spuntati i tendini, e lei lì per lì si è messa a ridere, e anche lui, ma poi l’australiano si è sporto in avanti e l’ha baciata sulla bocca, e allora l’irlandese l’ha spinto via gridando: «Oh, pezzo di merda! Ma non lo vedi che è ancora una bambina?»
«Che regalini mi avete portato?» chiede ora l’irlandese.
Angel apre la bustina e gli mostra l’acido. Io mi guardo intorno per vedere se ci sono poliziotti e becco Liz che mi fissa, con una faccia come se le scappasse da ridere.
«Quand’è che condividiamo?» chiede l’irlandese, allungando il cappellino verso una signora in impermeabile verde che scuote la testa come a dirgli che certe cose non si fanno, ma poi lascia cadere una monetina da venticinque. L’irlandese potrebbe fare la vita che vuole, penso io, solo che ha scelto questa.
«Non ancora», risponde Angel. «C’è troppa luce».
«Stasera», dice Liz, sapendo perfettamente che io non ci sarò.
Angel la guarda storto. «E Tally?»
Io abbasso gli occhi, stupita e contenta che qualcuno si ricordi di me.
«Domani?» mi chiede Angel.
Non riesco a fare a meno di lasciar passare un istante, per prolungare la sensazione che tutti aspettino la mia risposta. Poi qualcuno che canta «Gimme Shelter» li distrae. Mi pento di non averlo detto prima.
«Domani va bene».

***

A cantare era un tizio di nome Fleece, che io non conosco. Cioè, l’ho già visto, è nel gruppetto dell’irlandese e di Silas e degli altri che stanno lì al Parco. Angel dice che sono tutti sulla trentina, anche se sembrano più vecchi e fanno i giovani, almeno davanti a noi. Ci sono anche delle donne, con gli occhi rossi e il trucco pesante, e quasi tutte fanno cagnara e sembrano felici, ma quando si mettono in tiro hanno i buchi nelle calze, o come minimo una smagliatura. A loro non stiamo simpatiche, specialmente Angel.
Angel mi dà da reggere la bustina con l’acido mentre accende una canna. In fondo al Parco vedo tre poliziotti che camminano. Quasi sento il cigolio degli stivali. Copro la bustina con la mano. Su un’altra panchina vedo Silas. La fasciatura è già sporca.
«Tally ha paura», dice Liz. Mi sta fissando, e negli occhi ha la solita espressione, come se la risata che nascondono stesse per esplodere.
Gli altri si girano a guardarmi, e il mio cuore accelera. «Non è vero».
Negli occhi di Angel vedo un lampo di gelo. La gente spaventata la mette di malumore, come se le ricordasse qualcosa che vuole dimenticare. «Paura di che?» dice.
«Non ho paura».
Sull’altro lato della piazza, Silas si sistema la fasciatura sopra gli occhi. Dov’è la donna per cui ha fatto a botte? mi chiedo. Perché non è qui con lui?
«Non so», dice Liz. «Di cos’è che hai paura, Tally?»
La guardo dritto in faccia. Negli occhi ha un luccichio di sfida, ma oltre a quello qualcos’altro, come se avesse paura anche lei. Penso che mi detesti. Siamo amiche, però mi detesta.
L’irlandese fa tiri rumorosissimi, come se la canna fosse un tubo che lo collega all’ultimo briciolo d’ossigeno rimasto sulla terra. Quando soffia fuori il fumo, la faccia gli sbianca.
«Di cosa ha paura, dici?» chiede, ridendo piano. «Cazzo, il mondo è terrificante».

 ***

Quella sera, a casa, non riesco a mangiare. Sono troppo magra, sembro una bambina anche se ho quattordici anni. Angel adora mangiare, e io lo so che è così che ti vengono le forme, ma mi sembra di avere il corpo troppo piccolo. Dentro, più di tanto non può starci.
«A scuola com’è andata?» mi chiede la matrigna.
«Bene».
«E dopo dove sei stata?»
«Con Angel e gli altri. In giro». Nessuno sembra notare il mio accento meridionale.
Papà alza la testa. «In giro a fare?»
«I compiti».
«Hanno biologia insieme», gli spiega la matrigna.
Al di là del tavolo, i gemelli si mettono a piagnucolare. Quando lei si china sulle loro testoline, il viso di mio padre si addolcisce, lo vedo perfino da sotto la barba.  I gemelli hanno tre anni, e i capelli rossi chiari. Domani la maglietta me la lego anch’io, come Angel. Chissenefrega se ho la pancia bianca.
«Domani», dico, «dormo a casa di Angel».
Papà pulisce la purea di mele dalla bocca dei bambini. Non capisco se sta per dirmi di no o se è solo distratto. «Domani e sabato», aggiungo, per sicurezza.

***

Passiamo tutta la giornata a casa di Angel, immerse nei preparativi. Sua madre è andata in Messico con il gruppo in cui suona il violino, e tornerà solo tra un mese. Candele, incenso in polvere preso al Mystic Eye sulla Broadway, una scatola di colori a tempera, fogli di carta color crema, i dischi dei Pink Floyd impilati accanto allo stereo,  e quelli di David Bowie, e di Todd Rundgren, e ovviamente «Help Me», la nuova hit di Joni Mitchell, che veneriamo.
Angel abita a sei isolati da Union Square, in un grande appartamento a sud di Market Street dove praticamente non ci sono pareti. Appesa al soffitto sopra il suo letto c’è una piramide di carta stagnola. Per tutto il giorno controlliamo la piazza per vedere se spunta l’irlandese, che però è sparito.
Al tramonto cominciamo senza di lui. Candele sui davanzali, tappeto bianco passato con l’aspirapolvere. Tagliamo le pastiglie con un coltello, e ciascuna di noi prende un terzo di tutte e tre, in modo che la dose sia la stessa. Io sono terrorizzata. Mi sembra sbagliato che una cosa così piccola possa avere un effetto così grande. Ma sento che Liz mi sta fissando, aspetta che faccia un passo falso, e allora deglutisco in silenzio.
Poi aspettiamo. Angel si mette a fare yoga, inarca la schiena appoggiando i palmi sul pavimento con le braccia piegate. Mai visto nessuno di così snodato. I capelli le ricadono dalla testa in un’ondata di nero, come se potessero macchiare il tappeto. Liz non le stacca gli occhi di dosso.
Quando l’acido comincia a fare effetto, ci stendiamo tutti quanti sull’enorme letto a baldacchino di sua madre, Angel nel mezzo. Lei ci prende la mano, una ciascuna. Angel ha una di quelle pelli che si abbronzano in un attimo, e delle vene bellissime, tutte serpeggianti. Sento il sangue che le scorre dentro. Cominciamo a muoverci le mani davanti al viso e le vediamo lasciare delle scie. Sento il calore di Angel accanto a me e penso che mai vorrò altrettanto bene a qualcuno, che senza Angel io scomparirei.

***

La città di notte è piena di luci e acqua e di colline come mucchi di sabbia. Le risaliamo con fatica. Tram vuoti passano ciondolando. Il cielo è un foglio di carta nera tutto pieno di forellini. I marciapiedi di Chinatown odorano di sale e carne umana. Sono le tre del mattino. Sopra di noi scivolano aerei come strani pesci. Market Street, una pozzanghera fumante a ogni marciapiede. Avanziamo per i vicoli, e i nostri occhi impazziti fabbricano diamanti con le schegge di vetro che ricoprono strade e marciapiedi. Nulla ci sfiora. Fluttuiamo sotto i lampioni arancioni. Mio padre, i gemelli, tutto ciò che non è Angel e Liz e me svanisce nel nulla, come anni fa svaniva la notte quando la mia vera madre mi rimboccava le coperte.
Nel tunnel della Broadway tiro fuori le bombolette. «Faccio io», grido, quasi senza fiato. Angel e Liz sono troppo fatte per mettercisi. Abbiamo il verde e l’argento. Ne impugno una per mano, le scuoto e mi metto a spruzzare grandi lettere arrotondate, come mascelle pronte a inghiottirmi. Respiro i fumi della vernice, che sanno di miele. Puntini di vernice fresca mi si posano in faccia e sulle ciglia e lì rimangono. Dietro di noi rimbalza il traffico, ma stasera non m’importa. Non m’importa. A metà dell’opera mi volto verso e Angel e Liz e grido: «Ecco, ecco!» e loro fanno sì con la testa tutte eccitate, come se già sapessero, e allora io mi metto a piangere. Ci abbracciamo nel tunnel della Broadway. «Ecco», singhiozzo, aggrappandomi a Angel e a Liz, alle loro spalle tiepide. Sento che piangono anche loro, e penso: sarà così per sempre. D’ora in avanti, niente potrà più dividerci.
Sembra passino ore, prima che mi accorga di avere ancora in mano le bombolette di vernice e finisca il lavoro. SORELLE DELLA LUNA.
Risplende.

***

Torniamo verso Union Square, ed ecco l’irlandese che tiene banco con un paio di ubriaconi e tale Pamela, una ragazza che mi hanno detto fare la prostituta. Stanotte l’irlandese sembra diverso: ha due grandi maniche da bucaniere che si agitano come vele al vento. È imponente. Mentre ci avviciniamo, sbattendo gli occhi nella luce liquefatta, lo stupore per la sua grandezza ci investe. È un grande uomo, l’irlandese. Siamo fortunate a conoscerlo.

***

L’irlandese raccoglie Angel tra le sue braccia. «Mia adorata», dice. «È tutta la notte che ti aspetto». E le stampa un bacio sulle labbra, un lungo, profondo bacio al quale inizialmente Angel sembra resistere. Poi, come sempre, si rilassa. Sento un dolore piccolo e appuntito, come una scheggia di vetro nel cuore. Ma non sono sorpresa. Prima o poi doveva succedere, penso. Prima o poi ce l’aspettavamo.
Angel e l’irlandese si staccano e si guardano. Liz se ne sta impalata vicino a loro. Pamela si alza e se ne va, sparendo tra le ombre. Io mi siedo sulla panchina con gli ubriaconi e mi metto a guardare la cima dell’hotel St. Francis.
«Tu sei fatta», dice l’irlandese a Angel. «Strafattissima».
«E tu, che non hai più le pupille?» dice lei.
L’irlandese ride. Ride e continua a a ridere, spalancando la bocca come se dentro potesse entrarci il mondo. Vivrà anche per strada, l’irlandese, però i denti ce li ha bianchi. «Ci vediamo in paradiso», dice.
Sulla facciata dell’hotel St. Francis, gli ascensori di vetro si muovono. Due arrivano in cima, e altri due salgono lentamente fino a raggiungerli. Rimangono sospesi lì, tutti e quattro, e io trattengo il respiro mentre il quinto si avvicina, ipnotizzando gli altri perché non si muovano finché non arriva anche lui. Rimanendo perfettamente immobile, spingo con gli occhi l’ultimo ascensore verso l’alto, fino a quando non raggiunge la cima, e infine eccoli, in fila perfetta, tutti e cinque.
Mi giro per farli vedere a Angel e Liz, ma loro non ci sono più. Le vedo allontanarsi con l’Irlandese, Angel in mezzo, Liz aggrappata al suo braccio come se la notte potesse dividerle. È Liz a voltarsi verso di me. I nostri sguardi si incrociano, e io la sento come se stesse parlando a voce alta, capisco tutto alla perfezione. Se mi sbrigo, immediatamente, posso ancora impedirle di vincere. Ma è un pensiero che mi stanca. Non mi muovo. Liz si gira dall’altra parte. Ho l’impressione che i suoi passi siano saltelli, ma resto dove sono.
Nel buio, loro si trasformano in fantasmi e svaniscono. Comincio a battere i denti. È finita. Angel se n’è andata, credo, e mi metto a piangere. Ha preso e se n’è andata, così.
Poi sento un fischio nelle orecchie. Sembra il suono del tempo che passa, degli anni che sfrecciano velocissimi, e di colpo sono molto più grande, una donna adulta che ripensa a quand’è stata ragazzina in Union Square. E allora mi rendo conto che, se anche a Angel non dovessi mai più venire in mente, a un certo punto mi alzerò comunque, e comunque prenderò l’autobus verso casa.
Gli ubriaconi si sono addormentati. Il mio orologio di Topolino fa le 5. Noto qualcuno che attraversa la piazza. È Silas, con la fasciatura sporca ancora in testa. Gli lancio un urlo.
Viene verso di me lentamente, come se camminare gli facesse male. Mi si siede accanto. A lungo rimaniamo seduti senza parlare. Poi gli chiedo: «Davvero c’era di mezzo una donna?»
Silas scuote la testa. «È stata solo una rissa», risponde. «L’ennesima rissa idiota».
Allungo le gambe unendo le scarpe da ginnastica davanti a me. Sono macchiate, ma ancora bianche. «Ho fame», dico.
«Anch’io», dice Silas. «Ma è tutto chiuso». E poi: «Me ne vado da San Francisco».
«Per andare dove?»
«In South Carolina. Mio fratello ha un negozio. Ci siamo sentiti oggi».
«E perché?»
«Mi sono rotto», dice. «Alla fine mi sono rotto».
So che dovrei dire qualcosa, ma non so cosa. «È simpatico?» chiedo. «Tuo fratello».
Silas fa un sorrisetto, e io vedo in lui la parte bambina, quell’aria da monelli che hanno i maschi. «È il bastardo più bastardo che conosco».
«E l’irlandese?» chiedo. «Non ti mancheranno, l’irlandese e gli altri?»
«L’irlandese è un uomo morto».
Lo guardo.
«Credimi», insiste. «Tra vent’anni, di lui non si ricorderà nessuno».
Vent’anni. Tra vent’anni io ne avrei trentaquattro, l’età della mia matrigna. Sarebbe stato 1994. E di colpo penso che ha ragione Silas: l’irlandese è morto. E anche Angel, e forse perfino Liz. Il loro momento perfetto, l’unico, è questo. E se li porterà via. Ma Silas è sempre rimasto in disparte.
Mi infilo una mano in tasca e trovo il ditale. Lo tiro fuori. «Me l’hai regalato tu», gli dico.
Silas guarda il ditale come se non l’avesse mai visto. Poi dice: «Quello è argento vero».
Forse lo rivuole per venderselo, per il viaggio in South Carolina. Lascio il ditale sul palmo della mano, così che Silas, se lo vuole, possa prenderlo. Ma lui non lo fa. Entrambi fissiamo il ditale. «Grazie», gli dico.
Ci appoggiamo allo schienale della panchina. L’acido mi sta scendendo. Ho la sensazione di avere dentro il petto delle piume, un uccello che si sveglia e si liscia contro le mie costole. Gli ascensori salgono e scendono, come dei segnali.
«Sempre lì a guardare», dice Silas fissandomi. «Con quegli occhioni sempre in movimento».
Annuisco imbarazzata. «Però non faccio mai niente», dico. E all’improvviso capisco, capisco perché Angel mi ha abbandonato.
Silas aggrotta la fronte. «Sì, invece. Tu osservi», dice, «e sarà questo a salvarti».
Scrollo le spalle. Ma più rimaniamo seduti lì, più mi rendo conto che ha ragione lui: io, quello che faccio, è osservare. Sono come Silas, credo. Tra vent’anni sarò ancora viva.
Un lato del cielo si sta rischiarando, come se qualcuno avesse sollevato il coperchio. Lo osservo, cercando di intravedere il giorno che arriva, eppure non ci riesco. Di colpo il cielo è tutto illuminato.
«Chissà come sarà la gente nel 1994», dico.
Silas ci pensa su. «Tra vent’anni? Probabilmente di nuovo come noi».
«Come me e te?» chiedo delusa.
«Ebbene sì», dice Silas con un ghigno beffardo. «Tutti a desiderare di esserci stati fin dall’inizio».
Guardo la bandana azzurra che porta legata intorno a un polso, i suoi jeans strappati e il giaccone militare con un teschio dei Grateful Dead su una tasca. Quando avrò trentaquattro anni, questa notte mi sembrerà lontana un milione di anni, penso – l’hotel St. Francis e il rumore di pioggia delle palme, Silas con la testa fasciata – e questo mi fa capire che tutto ciò che sta accadendo ora è prezioso, e che un giorno mi riterrò fortunata a esserci stata.
«Io dell’irlandese mi ricorderò», dico ad alta voce. «Mi ricorderò di tutti. Tra vent’anni».
Silas mi guarda incuriosito. Poi mi sfiora il viso, seguendo la linea dello zigomo sinistro fin quasi all’orecchio. Il suo dito è caldo e ruvido, e per un attimo penso che a Silas la mia pelle debba sembrare morbida. Poi lui si guarda la vernice sul polpastrello, e sorride. Me la fa vedere. «Argento», dice.

(c) Jennifer Egan, per gentile concessione dell’autrice
Tutti i diritti riservati

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