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Sorpresi dalla Gioia. Leggere e incontrare C. S. Lewis

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Pubblichiamo, ringraziando BE edizioni, un pezzo  di Edoardo Rialti introduttivo al libro La vita di C.S. Lewis.

di Edoardo Rialti

Chi è C. S. Lewis? si domanda McGrath all’inizio di questa sua biografia. In un certo senso, come per ogni essere umano, tale domanda è destinata a restare ultimamente irrisolta. Come notava Oscar Wilde (irlandese a sua volta), “il mistero finale è sé stessi”, e, di conseguenza, anche chiunque altro. La ricchezza stessa dei dettagli, qualora non sia accompagnata da una profonda empatia  capacità d’immedesimazione, rischia, paradossalmente, di farci smarrire la persona oggetto del nostro interesse.

“Non c’è verità dove non c’è amore”scriveva Ludmilla Saraskina nella sua monumentale biografia di Solgenitsin, per poi lasciare la parola in merito al romanziere stesso, in un suo articolo su Pushkin: “Nel genio, come in ogni essere umano, tutto è unito, organico: il suo atteggiamento di fronte alla vita, i suoi lati luminosi accanto a quelli tenebrosi, le luci e le ombre della sua personalità, i suoi pensieri e le sue opinioni, i suoi successi artistici e i suoi fiaschi, e insieme a tutto questo il fatto che in ogni istante egli resta la stessa persona. La genialità non è un accessorio che si aggiunge a parte. Giudicare a spizzichi significa condannarsi a non capire l’essenza. Ma è ovvio che capire un fenomeno nella sua interezza è incomparabilmente più difficile.”

Lewis stesso mise in guardia da questo rischio quando aveva fatto borbottare – a uno dei pochi professori che tengono testa al diabolico istituto INCE in Quell’orribile forza – che “gli uomini non si possono studiare. Si può solo arrivare a conoscerli.” Un monito che è sempre bene tenere presente, nella critica letteraria e non solo.

Il vero incontro

Trattandosi di uno scrittore, un primo modo per cogliere qualcosa della sua personalità è forse quello di cercare, nella sua produzione letteraria, grandi e piccoli autoritratti. È una modalità che anche Lewis approvava e praticava come docente, proprio perché essa rispetta le intenzioni dell’artista e cerca di immedesimarsi con lo sguardo che questi rivolgeva alla realtà, e persino a sé stesso. Gli esempi più lampanti sono ovviamente l’autobiografia Sorpreso dalla Gioia (che pareva superba persino all’Hitchens di Dio non è grande), il protagonista del suo Le due vie del pellegrino, il C. S. Lewis stesso che compare in qualità di personaggio e narratore in Perelandra e ne Il Grande Divorzio, così come tre “ritratti dell’artista da vecchio”, il prof. Digory di Narnia, il prof. Dimble di Quell’orribile forza e, almeno in parte, Volpe, il tutore greco in A viso scoperto, il quale, seppure non costituisca un vero e proprio autoritratto, incarna certamente una dimensione del spirito di Lewis, oltre a essere uno dei tributi più commoventi e convincenti al mondo classico.C’è tuttavia un altro livello, più ampio, sfumato e certamente meno tracciabile, eppure ben più importante delle mere curiosità biografiche e persino metaletterarie – in cui ogni lettore di Lewis può a buon diritto sostenere di averlo già incontrato, e conosciuto. Mi riferisco alla misteriosa conversazione tra autore e lettore che avviene e si sviluppa nell’esperienza complessiva della lettura. È quanto notò Neil Gaiman, quando scoprì Narnia da ragazzo ed ebbe la netta impressione di una voce che gli si rivolgesse direttamente. Lewis stesso riteneva questo dialogo uno dei più importanti e fecondi nella vita di un uomo, una dimensione di effettiva comprensione che si dispiega nel tempo. Come spiegava il marziano Hrossa al suo prof. Ransom, “Un piacere è un piacere completo solo nel ricordo. Tu, Huomo, parli come se il piacere fosse una cosa e la memoria un’altra, invece sono tutt’uno. I séroni potrebbero spiegartelo meglio, ma non meglio di quanto potrei fare io con una poesia. Quello che tu chiami ricordo è l’ultima parte del piacere, come il crah è l’ultima parte di una poesia. Quando noi due ci siamo incontrati, l’incontro, in sé, è durato un attimo, è stato un nulla. Ora, nel nostro ricordo, sta diventando qualcosa. Ma noi ne sappiamo ancora pochissimo. Quello che sarà nel mio ricordo il giorno in cui io mi stenderò a terra per morire, e quello che opera e opererà dentro di me ogni giorno fino ad allora, questo è il vero incontro. L’altro è stato solo l’inizio. Tu dici che ci sono poeti nel tuo mondo. Non vi insegnano queste cose?”.

Ed è proprio questa sua intuizione a farmi prendere le mosse da una variazione sul tema, rispetto alla domanda di McGrath: chi è C. S. Lewis, per me?

Questo perché quanto egli affermò a proposito della casuale scoperta di George MacDonald sul banchino d’un rivenditore, io potrei sottoscriverlo parola per parola in riferimento a Lewis stesso: “Fu come se qualcuno mi trasportasse di là da un confine, o come fossi morto in un paese e non riuscissi a ricordare come fossi risorto in un altro. Perché, in un certo senso, il nuovo paese assomigliava esattamente al vecchio. Era come se la voce che i aveva chiamato dall’estremo limite del mondo risuonasse ora al mio fianco. Come se si trovasse nella stanza, dentro o dietro di me. se una volta mi aveva eluso da lontano, ora mi eludeva da vicino; qualcosa di troppo vicino per essere scorto, di troppo semplice per essere compreso, quest’ambito di conoscenza. Sembrava fosse stato sempre con me.

Non solo comprendevo benissimo la sua esperienza da bambino e adolescente, quando i versi di una poesia, o la copertina di un disco o un libretto di Wagner potevano “capovolgerti il cielo”, riesporti in un istante a un desiderio senza nome né confine, ma erano le sue stesse opere a evocarlo. Parafrasando quanto Nietzsche tributò a Schopenauer, “faccio parte di quei lettori di Lewis che, dopo averne letto la prima pagina, sanno con sicurezza che leggeranno e ascolteranno ogni parola da lui comunque detta. Subito si determinò in me fiducia in lui, fiducia che a tutt’oggi è la stessa di nove anni fa. Lo intendevo come se avesse scritto per me.”

Proprio per questo, mi è molto difficile, anzi praticamente impossibile, decidere cosa citare di Lewis. Certo, posso dire che la struttura della sua giornata lavorativa ideale, così come la dettaglia in Sorpreso dalla gioia, è diventata per una sorta di piccola regola umanistica privata:

Farei sempre colazione alle otto in punto, per poi sedermi alla scrivania alle nove, a leggere e scrivere sino all’una. Se, intorno alle undici, qualcuno mi portasse una buona tazza di caffè o di tè, tanto meglio. Quattro passi fuori casa non sarebbero lo stesso; perché nessuno ha mai voglia di bere da solo, e se al pub s’incontra un amico è probabile che la pausa superi i dieci minuti prestabiliti. Il pranzo sarebbe in tavola all’una precisa; e al massimo per le due mi troverei fuori casa. Ma, tranne in rare occasioni, no in compagnia d’un amico. Andare a spasso e conversare sono due grandi piaceri, ma è un errore associarli. Le nostri voci cancellano suoni e silenzi del mondo esterno; e poiché alla conversazione si associano quasi inevitabilmente le sigarette, allora addio natura, per lo meno per quanto riguarda uno dei nostri sensi. Il compagno ideale di passeggiata dovrebbe condividere il vostro amore per la campagna al punto che un’occhiata, una sosta, o al massimo un colpettino bastino ad assicurarvi che il vostro piacere è condiviso. Ritorno della passeggiata, e arrivo del tè, dovrebbero coincidere esattamente, e non più tardi delle quattro e un quarto. Il tè dovrebbe essere preso in solitudine. Perché mangiare e leggere sono due piaceri che si completano a meraviglia. Leggere la poesia a tavola sarebbe una bestemmia. Quello che ci vuole è un libro un po’ pettegolo e impersonale che fosse possibile aprire dappertutto. Alle cinque, si dovrebbe essere di nuovo al lavoro, e così fino alle sette.

Così come posso ricordare di essermi recato in Addison’s Walk, la passeggiata dietro il Magdalen College dove egli ebbe un dialogo decisivo con J. R. R. Tolkien e Hugo Dyson su miti e fede, con l’emozione anche stavolta di un pellegrinaggio privato. Perché sotto quegli alberi, lungo il sentiero che costeggia il ruscello, era stato seminato così tanto che poi sarebbe sbocciato anche nella mia vita. Mi sono seduto sotto un tronco, e ho chiuso gli occhi.

Certamente, ci sono passaggi, personaggi, libri di Lewis che amo particolarmente, e i suoi saggi letterari hanno plasmato molte mie categorie critiche, ma in fondo il debito e l’ammirazione che provo va a un certo tono complessivo della sua scrittura, a un certo orizzonte del suo sguardo, che si comunica da mille dettagli e al tempo stesso li comprende e li supera tutti.Leggendolo, le cose che già conosci – non nella mera accezione di ciò che hai già compreso o sottoscritto, ma nel suo significato d’intuizione profonda, seppure confusa – ciò che già ami, la stoffa vera della vita si staglia in modo più intenso, chiaro e netto. Come scrisse ne I Quattro Amori, ogni grande amicizia sboccia quando si è sul punto di dire all’altro, in merito a qualche passione segreta, a qualche convinzione o esperienza intima e decisiva, “Come anche tu? E io che credevo di essere l’unico!” Questa stessa sorpresa e questo stesso conforto sono alla base dell’amicizia che Lewis ha stabilito con tanti suoi lettori nel corso degli anni.

Tuttavia, se fossi proprio costretto ad indicare alcune sue parole e immagini che mi siano rimaste nel cuore, e non potessi ripiegare sull’intero A viso scoperto, forse sceglierei questi tre passaggi. Il primo è tratto da Il problema della sofferenza:

Forse avrete notato che i libri che veramente amate sono legati insieme da un filo segreto; sapete benissimo qual è la caratteristica comune che ve li fa amare anche se non riuscite a tradurla in parole; ma la maggior parte dei vostri amici non la vede affatto e si chiede perché, se vi piace questo, vi piaccia anche quello. Ancora, forse vi siete trovati davanti a un paesaggio che sembrava incorporare quello che avete sempre cercato e poi vi siete girati verso l’amico al vostro fianco, ma alle prime parole tra voi si è aperta una voragine. E non è forse vero che le vostre amicizie più durevoli sono nate nel momento in cui finalmente avete incontrato un altro essere umano che avesse qualche sentore, sebbene vago ed incerto anche nei migliori amici, di quel qualcosa che desiderate sin dalla nascita e che cercate da sempre di trovare, di vedere e di sentire sotto il flusso di altri desideri ed in tutti i temporanei silenzi, tra tutte le passioni più forti, notte e giorno, anno dopo anno dall’infanzia alla vecchiaia? Non l’avete mai posseduto. Tutte le cose che hanno mai posseduto profondamente la vostra anima ne sono state solo degli indizi, barlumi allettanti, promesse mai completamente realizzate, echi che si spegnevano subito, appena vi arrivavano alle orecchie. Ma se questa cosa dovesse veramente manifestarsi, se mai dovesse sentirsi un’eco che non si spegnesse subito ma si espandesse nel suono stesso, voi lo sapreste; al di là di ogni possibilità di dubbio voi direste: ecco quella cosa per cui sono stato creato.

Il secondo invece si trova nell’ultima delle Lettere di Berlicche, quando il Paziente è ormai sfuggito alle grinfie di Malacoda:

Gli dèi sono cose insolite agli occhi mortali, eppure non lo sono. Egli non aveva la più debole idea fino ad allora del loro aspetto, e perfino dubitava della loro esistenza. Ma al primo vederli conobbe che li aveva sempre conosciuti e comprese la parte che ciascuno di loro aveva avuto per molte ore nella sua vita, mentre e gli si era creduto solo, tanto che ora poteva rivolgersi a loro, a ciascuno di loro, e chiedere, non: “Chi sei tu?”, ma: “Eri TU, dunque, per tutto il tempo?”. Tutto ciò che essi erano e ciò che dicevano in questo incontro risvegliava delle memorie. La confusa coscienza di amici che gli stavano intorno, che aveva ossessionato le sue solitudini fin dall’infanzia, trovava finalmente la spiegazione, quella musica che si percepiva al centro di ogni esperienza pura, e che sempre, all’ultimo momento, era sfuggita dalla memoria, si ritrovava ora finalmente.

Il terzo brano invece si trova in conclusione del suo saggio di critica letteraria Sulle storie:

Sarei considerato un tipo bizzarro se, in conclusione, suggerissi che proprio la tensione interna al cuore di ogni storia tra il tema e la trama costituisce dopo tutto la sua somiglianza principale con la vita? E se le storie falliscono, la vita non commette forse lo stesso errore? Nella vita reale qualcosa deve succedere, come nelle storie. È questo il problema. Noi miriamo a uno stato e troviamo solo una successione di eventi nei quali quello stato non si incarna mai del tutto. La grandiosa idea di trovare Atlantide che ci prende nel primo capitolo di una storia d’avventura è capace, una volta che il viaggio è iniziato, di scivolare nella mera sensazionalità. Ma ugualmente nella vita reale l’idea di un’avventura svanisce man mano che si presentano i dettagli giornalieri. Questo non perché l’asprezza del momento o il pericolo la mettano da parte. Altre grandi idee – tornare a casa, rivedere l’amata – eludono a loro volta il nostro abbraccio. Supponete pure che non ci sia delusione; persino così, beh, eccoci qui. Ma ora qualcosa deve succedere, e poi qualcos’altro ancora. Tutto quello che succede può essere piacevole: ma può mai una serie del genere incarnare quell’autentico stato dell’essere che desideriamo?

Tutto ciò risuona in me con una forza e una intensità che qualsivoglia commento o analisi non potranno mai spiegare pienamente. Una sottoscrizione che supera e non coincide affatto con l’adesione ideologica o fideistica. Non ho smesso di sentire tutta la forza e la bellezza contenuta in quelle affermazioni e in quelle immagini, anche quando mi sono sempre più allontanato dalla fede cristiana a cui Lewis stesso mi aveva riavvicinato da ragazzo. Persino adesso che, da un certo punto di vista, trovo molte delle posizioni di Lewis distanti o persino irricevibili, tanto da contestarle anche nella mia povera scrittura pubblica, ciò non ha minimamente intaccato la profondità della mia gratitudine, e l’ammirazione nel continuare a frequentarlo. Per la perplessità di amici e colleghi (atei e cristiani) mi diverto spesso ad affermare che, per quanto mi riguarda, Lewis spesso ha ragione anche quando ha torto. Non solo perché ti costringe sempre a pensare, ma anche perché anche nelle sue conclusioni che ho trovato più parziali o sbagliate, l’intensità della vita vera – la trama dei nostri affetti e impulsi più autentici – non è mai assente, o assurta a mero pretesto. Non c’è di che stupirsi, visto che Lewis stesso ha sempre saputo che l’amicizia non si basa sulla condivisione delle risposte, ma dalle domande, e sebbene negli Inklings come Tolkien e Williams egli respirasse il conforto d’una visione condivisa (al netto di molte e significative divergenze, che talvolta col tempo si acuirono) è anche vero che tra i suoi affetti e confidenti più cari vanno ricordati l’antroposofista Owen Barfield e un “buddista” omosessuale come “il primo amico” di dantesca memoria, Arthur Greeves. Anche laddove mi sono trovato in radicale disaccordo con lui, leggerlo, camminare con lui, guardare con lui, conversare con lui, mi ha sempre reso un uomo migliore. In freta dum fluvii current, dum montibus umbrae/ lustrabunt convexa, polus dum sidera pascet,/semper honosn omen quetuum laudesque manebunt,/ quae me cumquevocant terrae.

Un pagano convertito, e un inguaribile romantico

Se invece variamo ancora sulla domanda di McGrath e ci domandiamo chi sia stato Lewis per il ‘900, allora è possibile rispondere con maggiore certezza e senza esitazioni. L’autore di Narnia e Berlicche è stato uno dei grandi protagonisti del dibattito culturale contemporaneo, in tutti i campi nei quali si è cimentata la sua riflessione e produzione. I suoi saggi di critico letterario “gentiluomo”- come lo definì una volta il professor Riccardo Bruscagli a chi scrive-segnano delle vere e proprie date spartiacque nella comprensione dell’allegoria e dell’immaginario medievale e rinascimentale. Le sue lezioni hanno plasmato una generazione di studiosi. Ma la stima accordata alla sua attività accademica – sempre percorsa da un estro narrativo che la rende affascinante come un racconto – è naturalmente soverchiata dall’ammirazione suscitata dai suoi romanzi fantastici e fantascientifici e dai suoi scritti di apologetica. Se spesso i suoi lavori critici restano appannaggio di (troppo) pochi esperti del settore, Narnia, Berlicche, Il cristianesimo così com’è hanno fatto di questo erudito coltissimo uno dei romanzieri più amati del ‘900 e di questo laico anglicano il pensatore cristiano più letto ed influente del nostro tempo. Due conquiste che non paiono affatto intaccate dal trascorrere del tempo. In questo senso egli appartiene alla storia della cultura contemporanea, al pari di Hannah Arendt o Borges, ben oltre gli steccati ideologici, e tocca tristemente constatare che talvolta chi lo ha difeso (magari impugnandolo come una spada) e chi l’ha attaccato si è parimenti basato su una sua riduzione, o fraintendimento (basti pensare alla vexata quaestio di chi contrappone Narnia al Signore degli Anelli di Tolkien, un accostamento criticamente male impostato visto che si tratta di due generi narrativi diversi, così come sarebbe sbagliato paragonare la Bella Addormentata all’Odissea, oppure all’accusa di sessimo, impugnata da un altro grande autore quale Philip Pullmann, che tuttavia legge Narnia stessa con molta miopia applicandole un trucchetto retrospettivo, e non considera affatto la ricca galleria di personaggi e protagonisti femminili lewisiani, da Jane Studdock – che forse è davvero il suo personaggio più ideologico – alla Signora Verde, e soprattutto la Regina Orual del suo capolavoro, A viso scoperto). Chi rimprovera il carattere didattico o “catechetico” della narrativa di Lewis spesso non coglie uno dei tratti fondamentali della sua immaginazione e sensibilità. Lo sguardo di Lewis è, mutuando una categoria che usava per distinguere diversi tipi di epica, “secondario”, non nell’accezione di inferiore o non-fondamentale, ma nel senso di sbocciare sempre fecondato da un’idea o un’immagine già esistente nella tradizione culturale, o da una provocazione dialettica.

Naturalmente, nessun’opera è davvero e assolutamente originale, ma c’è una profonda differenza tra il rapporto che corre tra il legendarium tolkieniano e Boewulf o l’Edda e invece Perelandra di Lewis e Il Paradiso Perduto, o tra Narnia e le opere di Spenser e MacDonald. La stessa sensibilità “secondaria” conta altri insigni rappresentanti, e ci ha dato le opere di Ovidio, Tasso, Nietzsche. Il fratello Warren scelse per la tomba di Lewis un detto quasi proverbiale del Re Lear, ma, forse, non c’è miglior epitaffio delle parole che Lewis usò per descrivere sé stesso: “Ho vissuto da pagano convertito in un mondo di puritani apostati.” Chiunque desideri conoscere Lewis può infatti trovarvi gli elementi costituivi della sua personalità – un cristianesimo che si innesta su un ceppo pagano, un coacervo immaginativo previo, e, battezzandolo, lo valorizza in una nuova prospettiva – e del suo modo di leggere e reagire all’ambiente sociale e culturale che lo circondava.

“Inguaribile romantico!” dice il cinico Lord Ferverstone di Mark Studdock in Quell’orribile forza. H. Carpenter fece notare che Lewis riecheggiava così il giudizio dispregiativo con cui anni prima era stato bollato dal collega Harry Weldon. Questo perché agli occhi di Lewis tale diagnosi sprezzante puntava l’indice su un tratto costitutivo che egli, invece, impugnava con esplicito orgoglio. Egli si sentiva tanto figlio, nel suo percorso spirituale, del Simposio di Platone (“è tutto in Platone!” esclama il prof. Digory quando la Terre delle Ombre cede il passo alla Vera Narnia) e del Preludio di Wordsworth. Non a caso il titolo di Sorpreso dalla Gioiaè tratto da una poesia del grande romantico inglese e il suo primo libro Le due vie del pellegrino – che è anche una dichiarazione di poetica, come spesso sono gli esordi – reca come sottotitolo an allegorical apology for christianity, reason, and romanticism. E allegoria, apologia, cristianesimo, ragione romanticismo sono davvero i poli dialettici fondamentali della sua riflessione della sua sensibilità. Non a caso, tra le grandi “immagini” che nel racconto scandiscono la storia collettiva dell’umanità quali messaggi privilegiati del Creatore, egli annoverava – ancora una volta – i miti pagani, l’amor cortese medievale e la “riscoperta” della Natura all’inizio dell’800. Molti estimatori e discepoli intellettuali di Lewis lo ammirano ed amano proprio in quanto difensor desiderii prima ancora che fidei, cantore del longing, lo struggimento, la senshucht (che è una dimensione più vasta di quella meramente religiosa).

Anche costoro, come lui, si sentono devoti del Fiore Blu scorto da Novalis. Come nota giustamente McGrath, Lewis ambiva a trovare una dimensione conoscitiva ed emotiva che salvasse sia Pallade che Demetra, le ragioni filosofiche di Volpe e le intuizioni mitiche del vecchio Sacerdote in A Viso scoperto, ed egli credette di trovarla nel cristianesimo. Ma anche chi in fondo parta da premesse contrarie o arrivi a conclusioni diverse sulla natura del desiderio umano, può comprendere bene la verità insita in questo “inguaribile” romanticismo, non solo come tratto decisivo per leggere Lewis iuxta propria principia, ma anche per collocarlo in quella che già Nietzsche definiva la “reazione romantica” accampata da alcuni intelletti poderosi al terremoto delle nuove implicazioni psicologiche, scientifiche e metafisiche. In tale prospettiva atea, se si sostituisse il nome Lewis (e, più ancora, quello di Chesterton) a Schopenauer nel seguente paragrafo di Umano, troppo umano, l’esito suscita comunque implicazioni suggestive: A volte compaiono spiriti…che evocano ancora una fase trascorsa dell’umanità: sono la prova che le nuove tendenze alle quali si oppongono non sono ancora forti abbastanza, che ad esse manca qualcosa, altrimenti offrirebbero a tali evocatori una migliore resistenza. Così, ad esempio, la riforma di Lutero dimostra che in quel secolo ogni moto di libertà dello spirito era ancora incerto, gracile, adolescente, e la scienza non poteva ancora sollevare il capo. L’intera Renaissance anzi appare come una primavera precoce, quasi subito ricancellata dalla neve. Ma, anche nel nostro secolo, la metafisica di Lewis ha dimostrato che neppur oggi lo spirito scientifico è vigoroso abbastanza: così nella dottrina di questo filosofo l’intera visione medievale e cristiana del mondo e dell’uomo, nonostante l’ormai da tempo avvenuta distruzione di tutti i dogmi cristiani, ha potuto ancora una volta celebrare la propria resurrezione. In tale dottrina risuona molta scienza, ma non è questa a predominare, bensì il vecchio e ben noto «bisogno metafisico». Senza dubbio uno dei maggiori e inestimabili vantaggi che ricaviamo da Lewis è che egli costringe il nostro modo di sentire a tornare momentaneamente a più antiche e potenti concezioni del mondo e dell’uomo, alle quali altrimenti nessun sentiero ci condurrebbe tanto facilmente. II guadagno per la storia e la giustizia è grandissimo: credo che oggi, senza l’aiuto di Lewis, a nessuno riuscirebbe così facile render giustizia al cristianesimo – Il che sarebbe impossibile soprattutto se lo si volesse fare partendo dal terreno del cristianesimo ancora esistente.

Non è certamente un caso se, nel suo discorso inaugurale come professore di letteratura medievale e rinascimentale a Cambridge, Lewis sostenne che la vera cesura e il “Grande Divorzio” concettuale a suo giudizio, non andassero cercati tra Medioevo e Rinascimento –appunto – e neppure tra età classica e medievale, ma tra tutte queste fasi della storia e della cultura e il mondo moderno e contemporaneo. Ed egli non aveva dubbio da quale parte schierarsi. Il modello cosmico antico e medievale poteva essere sbagliato tecnicamente, ma non nelle sue più vasti implicazioni filosofiche ed esistenziali. In esso egli vedeva una parziale ma veritiera mappa del cosmo estetico e morale nel quale, come diceva il Paolo di Tarso degli Atti, “viviamo, ci muoviamo ed esistiamo”.

E con persino maggiore convinzione egli difendeva appunto il nietzscheano“bisogno metafisico del cuore umano” che a quell’”autentico stato dell’essere” anelava. Come è costretto ad ammettere il diavolo Berlicche, per l’uomo che veda Dio, “tutti i piaceri del senso, o del cuore, o dell’intelletto, perfino i piaceri della stessa virtù, sembrano ora al confronto, non diversi di come apparirebbero le quasi nauseanti attrazioni di una sgualdrina truccata a colui che si senta dire che la sua fidanzata, la donna che aveva veramente amato per tutta la vita e che aveva creduta morta, è lì, ora, alla porta.” Dal punto di vista di Lewis, la vera battaglia si giocava a questo livello. Egli credeva fermamente nell’esistenza di quel primo amore, dell’unico Ospite misterioso che potesse salire e sedere sull’arturiano Seggio Periglioso. Ma il già citato “Eri tu, dunque, per tutto il tempo?” per Lewis esprimeva anche una radicale e appassionata difesa di “tutto il tempo”, di tutte “le più profonde simpatie e i più profondi impulsi” della vita di ciascuno. E questa grandezza d’animo (nel senso aristotelico del termine), questa valorizzazione per ciò che tutti e ciascuno portano nel cuore, percorre la sua scrittura, comunicando un gusto per la vita, per la ricchezza delle sue sfumature e dei suoi dettagli, dal leggere con la febbre in una giornata di pioggia, guardando il mare ad addentrarsi in un bosco d’autunno, dal ridere con gli amici al pub al piangere una persona scomparsa, illuminato da una profonda saggezza e acuito da uno sfaccettato senso dell’umorismo.

Il Lewis di McGrath

La seguente biografia del teologo e apologeta McGrath, irlandese come Lewis,e come lui docente ad Oxford, non può naturalmente sostituire né alcuni lavori precedenti come Gli Inklings di Carpenter, il Jack di Sayer o il Narnia e oltre di Howard, veri e propri capolavori d’immedesimazione. Persino laddove ripercorra gli eventi narrati in Sorpreso dalla Gioia, McGrath talvolta zoppica o si rivela alquanto miope, seguendo a fatica un elemento fondamentale come “il battesimo dell’immaginazione” di Lewis, dal primo incontro col norreno Balder alla riscoperta di Cristo come “vero mito”. Il calore dell’amicizia che Lewis sapeva dispiegare e che ne fecero il vero focolare intorno a cui si radunavano personalità così diverse come O. Barfield, C. Williams, G. Matthew e J. R. R. R. Tolkien. – “Era una mattina di sole” raccontava Tolkien, “ e il gelso del boschetto che si vedeva dalla finestra splendeva come oro fulvo contro il ciel blu cobalto pare essergli stranamente remoto” e Lewis a sua volta descrisse quell’occasione, nella quale si respira l’essenza impalpabile di tanti affetti: “immagina un salotto al primo piano con le finestre che guardano a nord sul boschetto del Magdalen College, un lunedì mattina di sole, in periodo di vacanza, alle dieci circa io e il professore, entrambi seduti sul divano, accendemmo le pipe e stendemmo le gambe. Williams, nella poltrona davanti a noi, getto la sigaretta nel camino, prese una fila di quei foglietti molto piccoli sui quali scrive abitualmente – e cominciò…”

Anche la natura certamente complessa dell’amore per la “Gioia” che l’avrebbe effettivamente “sorpreso” fino ad un inatteso matrimonio, quello con “Joy”– gli Dei hanno il senso dell’umorismo – Davidman, esce forse troppo ridimensionata dalle pagine di McGrath. Certo, si trattò di un amore ben poco “a prima vista” e che nella sua fase inziale, sottolinea giustamente MacGrah, va letto anche nel più ampio contesto della generosità con cui Lewis incoraggiava e sosteneva diverse scrittrici. Tuttavia il suo lavoro offre anche i notevolipregi di un inquadramento storico molto ampio e dettagliato, ad esempio sull’importanza del background irlandese nella vita di Lewis (molto lo considerano erroneamente uno scrittore inglese, al pari di Chesterton o Greene) e al tempo stesso la sua alterità o eccentricità rispetto a modelli intellettuali più tipici come Yeats oJoyce. Lo stesso dicasi per gli anni di formazione ad Oxford e per una maggiore messa a fuoco di questioni e snodi davvero importanti, come l’impatto solo apparentemente superficiale della Prima Guerra Mondiale (che segnò tutta una generazione ed ebbe una ricaduta immaginativa molto diversa in Ungaretti o Tolkien), ei rapporti ambivalenti verso una figura complessa come suo padre, Albert Lewis, o verso la signora Moore, madre surrogata e, nei primi anni della loro vita insieme, amante.Parimenti interessante è la proposta di una diversa cronologia e datazione per la conversione di Lewis prima al teismo e infine al Cristianesimo. Un altro pregio è quello di comprendere assai meglio il contesto in cui nacque e si sviluppò la fama di Lewis come apologeta cristiano, cosa che gli otterrà l’ascolto e la stima di migliaia di lettori ma anche molti dolori, invidie e incomprensioni. Non solo ripercorriamo il sostegno e l’incoraggiamento costante che Lewis manifestò per Il Signore degli Anelli di Tolkien- tanto da spendersi per candidarlo al premio Nobel del 1961- ma scopriamo anche quanto Tolkien stesso si sia impegnato per fargli ottenere- e accettare- la rinomata cattedra di letteratura medievale e rinascimentale a Cambridge.Risulta molto interessante il raffronto tra gli scritti di Otto sul “Numinoso” e la loro ricaduta nell’opera di Lewis, soprattutto nel tratteggiare il personaggio del Leone Aslan (sebbene poi l’espressione infelice “strategia” tradisca o possa far pensare a una strumentalità che era ben lungi dall’orizzonte morale e immaginativo lewisiano) così come la sottolineatura che “l’amore di Lewis per la letteratura non è da porre sullo sfondo della sua conversione, ma è anzi parte integrante della scoperta dell’attrattiva razionale e immaginativa del cristianesimo”, un’intuizione che McGrath tenta di leggere in rapporto con la generale crisi della modernità post-bellica e la ricerca, da parte di molti intellettuali, d’una nuova unità immaginativa e conoscitiva, una philosophia perennis, un “immagine scartata” appunto.

Un grande albero

Questa prefazione si apriva con Oscar Wilde, ed è sempre a Wilde che ricorre in conclusione. La celebre tesi sostenuta nel Critico come artista e ormai passata pressoché a proverbio, ossia che ogni critica costituisca un’autobiografia, contiene talvolta una doppia verità. I nostri giudizi non solo svelano molto dell’uomo che siamo, ma possono rivelarsi anche le parole più adatte perché gli altri ci descrivano a loro volta. soprattutto quando stiamo cercando di comunicare le nostre impressioni più profonde su qualcosa che amiamo. Io stesso ho spesso usato le parole di Lewis per raccontare cosa egli abbia voluto dire per me. Non solo stato il solo. Per lo stesso motivo, nell’introduzione alla ricca raccolta di tributi Remembering C. S. Lewis, James Como lo descrive con le stesse parole che Lewis tributava al suo amato Edmund Spenser: “La sua opera ricorda qualcosa che si sviluppa e cresce, come un albero che abbia i rami in cielo e le radici all’inferno. E in mezzo a questi due estremi c’è tutta la molteplicità dell’esistenza umana. Leggerlo significa crescere in salute mentale.”

Una ricchezza e un piacere cui tutti i suoi lettori,atei, pagani e convertiti, possono attingere. Purché partecipino della sua stessa magnanimità. In un dialogo che può farsi sempre più vero incontro, come ci insegnava l’Hrossa di Malacandra.

Commenti
Un commento a “Sorpresi dalla Gioia. Leggere e incontrare C. S. Lewis”
  1. Mario Rossi scrive:

    Caro sig. Rialti, ci ha messo il cuore. Grazie.

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