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Al confine del southern gothic: Sparklehorse, tra rock e letteratura

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Pubblichiamo, ringraziando editore e autore, un estratto dal libro di Liborio Conca Rock Lit, uscito per Jimenez.

Il mio regno per un cavallo

Un passo indietro, come si dice. E dunque è il pieno dell’estate 1995 quando nei negozi di dischi, ancora per qualche mese gli Unici Posti Dov’era Possibile Poterli Comprare, fa la sua comparsa un disco dalla copertina,  be’, piuttosto sinistra. Lo sfondo è un cielo azzurro sormontato da una grossa nuvola; in primo piano, invece, si staglia una maschera da clown appesa a un filo, con gli occhi accesi ma privi di pupille, il naso monco e una bocca deformata in quello che sembra il sorriso di un pazzoide. Non siamo dalle parti orrorifiche di Pennywise, il pagliaccio che dal 1986 tormenta gli incubi di chi ha letto It, il capolavoro di Stephen King. Se proprio vogliamo confrontarli, il clown sulla copertina di Vivadixiesubmarinetransmissionplot è un fratello minore, minimal, diversamente inquietante. Pennywise è l’Orrore, l’Incubo, la figura che compare sulla copertina del debutto degli Sparklehorse è la Sorpresa, il Grottesco. È il pagliaccio che scatta a molla dalla scatola, non quello che terrorizza i ragazzini di Derry lassù nel Maine, rappresentando l’incarnazione del male.

Se la copertina promette bene, l’interno è molto meglio. È una meraviglia. I primissimi versi sono un’eco shakespeariana, parafrasando il passaggio più celebre del Riccardo III, e non poteva essere altrimenti essendoci un cavallo di mezzo. A horse, a horse, my Kingdom for a horse. Lì nel Riccardo III il re d’Inghilterra, l’ultimo sovrano inglese che morirà in guerra, è rimasto ormai solo, disarcionato sul campo di battaglia, e implora un animale che possa portarlo lontano dalla morte, offrendo in cambio la sua corona. Nella Homecoming Queen degli Sparklehorse il re diventa una regina e il cavallo è ancora un simbolo di salvezza; in questo caso, il regno da scambiare con un cavallo è l’inesorabile trascorrere del tempo. Datemi un cavallo, sussurra la disfatta sovrana di Homecoming Queen, datemi un cavallo che possa galoppare lungo campi magnetici contro l’incombere del tempo (e prima del decadimento, un ultimo lampo di giovinezza, rappresentato da una scatola di stelle filanti, l’ultima, prima che anche le stelle siano consumate, corrotte[1]).

La ricchezza delle immagini usate da Mark Linkous non si ferma al primo pezzo e si ripete lungo tutto l’arco dell’album, giocando continuamente su un filo di stranezze equivoche, proprio come il clown sulla copertina. In Weird Sisters, una ballata dall’incedere tardo-grunge, ci sono una «brutta luna che sta sorgendo», visioni da incubo di una ragazza con i capelli in fiamme, lupi e una pioggia frammista a denti. Il titolo è ancora shakespeariano; il riferimento è alle streghe che compaiono nel Macbeth, portando nella tragedia, sin dal principio, una carica soprannaturale e di sortilegio[2]. Più avanti, un uomo si risveglia in un fosso, con le mani di metallo, circondato dagli spiriti; e ancora una giovane vedova, la più bella in città, dal sorriso troppo doloroso per essere guardato. Un bagaglio di personaggi e sovrapposizioni metaforiche che oscillano in una dimensione ancestrale e dark, essendo tuttavia inseriti in contesti reali, che parlano di sentimenti concreti, di speranze disilluse, o di sogni da poter ancora rincorrere.

Quello a cui Mark Linkous si richiama è un immaginario preciso, intessuto nella terra dove è nato e cresciuto, e nei romanzi e nei racconti della migliore tradizione degli stati meridionali. È il filone che la critica americana ha definito Southern Gothic, e se avessimo tra le mani un ipotetico albero genealogico di questo genere alle radici troveremo un uomo e una donna, William Faulkner e Flannery O’Connor, i due giganteschi scrittori che hanno raccontato il primo Novecento americano a partire dal Sud della nazione[3]. Ora, e questo ragionamento vale per tutte le classificazioni, l’ideale è di non intendere il discorso sul Southern Gothic in maniera rigida[4], perché, come è evidente, esistono differenze tanto all’interno dell’opera di un singolo scrittore quanto tra autori diversi, vissuti per di più a distanza di tempo l’uno dall’altro.

Una linea comune, però, è visibile e rintracciabile, e non si limita all’area geografica – che è pure parecchio estesa, andando dalla Georgia di Flannery O’Connor alla Virginia e al Mississippi di Faulkner, e più avanti al Tennessee di Cormac McCharty fino all’Alabama di Harper Lee[5] – ma risiede, in ordine sparso: nella spietatezza che pervade le storie di questi scrittori, nell’ambientazione, oscura e incombente di minacce, e in una natura spesso ostile (si pensi all’inondazione del fiume Mississippi raccontata da Faulkner nella prima parte di Le palme selvagge o alla vegetazione fitta e selvaggia descritta da Cormac McCharty in Suttree). Una natura recalcitrante, che mal si sottomette all’uomo, rappresentando assieme minaccia e libertà. Sul piano metafisico, infine, nelle storie Southern Gothic aleggia una massiccia presenza di mistero, che può assumere le sembianze “laiche” di un destino ineluttabile, oppure, non raramente, di echi religiosi, distorti da una ragguardevole dose di follia e di fanatismo, tracimante nella superstizione[6].

Per andare ulteriormente al cuore della faccenda, ecco come vedeva la questione Flannery O’Connor, che affrontò l’argomento nel saggio breve Aspetti del grottesco nella narrativa del Sud.

In queste opere grottesche, constatiamo che lo scrittore ha dato vita a un’esperienza che non siamo abituati a osservare ogni giorno, o che l’uomo ordinario non potrà mai vivere nella sua vita ordinaria. Constatiamo che le connessioni che ci aspetteremmo nel realismo di stampo comune sono state ignorate, che ci sono strani salti e lacune che chiunque fosse stato impegnato a descrivere usi e costumi non avrebbe certamente tralasciato. […] Un simile scrittore può produrre un grande naturalismo tragico perché, grazie alla sua responsabilità nei confronti delle cose che vede, è in grado di trascendere i limiti ristretti della sua visione. […] Non è necessario sottolineare che questa narrativa non può che risultare selvaggia, che quasi per necessità sarà violenta e comica, per via delle discrepanze che cerca di ricomporre[7].

In definitiva, suggerisce O’Connor, quella del grottesco meridionale è una poetica fondata su visioni strane e su elementi realistici che superano la loro essenza per evocare una dimensione trascendente, e dunque metafisica. Storie che possono terminare in vampate di salvezza o tragedia, conservando lungo il loro cammino aspetti surreali/grotteschi che sconfinano in un territorio oscuro, malmesso[8].

Mark Linkous, dal canto suo, non scriveva romanzi, ma le canzoni degli Sparklehorse sono intrise esattamente di questi elementi. Non a caso, in un pezzo apparso sul Telegraph negli anni Novanta, il critico inglese Neil McCormick scrisse che Linkous sembrava «essere uscito dalle pagine spazzate dal vento di un romanzo di Cormac McCarthy», o di immaginarlo persino come un «Faulkner con la Rickenbacker[9]». Se Linkous doveva fare musica, non poteva che creare quella musica, abbandonando le suggestioni metropolitane che aveva inseguito da ragazzo. Semplicemente, a volte, fuggire non serve.

Proprio così. Del resto, al di là dei testi, persino il nome dell’album d’esordio ha a che fare con questo immaginario grottesco e misterioso. Quando gli chiesero perché la scelta era caduta su un nome se non altro poco pratico come vivadixiesubmarinetransmissionplot, Linkous dovette raccontare un sogno davvero bislacco. Nel sogno c’era il generale Robert Edward Lee – originario proprio della Virginia, fu uno dei più importanti capi militari degli Stati Confederati del Sud durante la Guerra di Secessione – che possedeva un rozzo sottomarino. Dentro questo sottomarino c’era una band “oldschool” che suonava la sua musica, resa distorta dall’acqua, e Mark lì dentro, nel sottomarino del generale Grant, ad ascoltare.

Lungo gli Appalachi

«In questo tour ho accumulato una pila di libri alta più di un metro. Quando inizio a scrivere una canzone, spesso la prima frase del testo è tratta da un libro», spiegò Linkous in un’intervista al Washington Post[10]. Il tour in questione era quello di dreamt for light years in the belly of a mountain, uscito nel 2006, a cinque anni di distanza dal precedente, forse l’album più pop degli Sparklehorse[11]. Nel 1997, invece, a un magazine inglese chiamato Bucketful of Brains – tanto per restare in tema di immagini strane – Mark aveva buttato lì alcuni dei suoi libri preferiti, e c’è ben poco di sorprendente nello scoprire che sono tutti riconducibili alla narrativa del Sud.

Ci sono Cormac McCharty, di cui Linkous cita Suttree e Child of God, e due autori di racconti, Pinckney Benedict e Breece D’J Pancake. Benedict, inedito in Italia, originario della Virginia Occidentale, è uno scrittore di storie sulla scia di Flannery O’Connor. In particolare, Mark amava il romanzo Dogs of God. Dopo la morte di Linkous, il bassista Colin Greenwood rilasciò a nome dei Radiohead una dichiarazione in sua memoria: gli Sparklehorse avevano aperto i concerti dei Radiohead durante il tour di ok computer [12], e tra le altre cose Greenwood ricorda come Mark, con «una voce dolce da gentiluomo del Sud», gli aveva fatto scoprire la «musica di Daniel Johnston[13] e le opere dello scrittore virginiano Pinckney Benedict».

Alla rivista Bucketful of Brains Linkous raccontò che a un certo punto decise di cercare il nome di Benedict sull’elenco telefonico e di chiamarlo. Con sua sorpresa, lo scrittore rispose; Linkous gli disse che aveva letto tutti i suoi libri, e dopo aver chiacchierato un po’ di letteratura gli chiese di fargli qualche nome interessante, perché aveva bisogno di “roba nuova da leggere[14]”. Fu proprio Benedict, in questa telefonata, a suggerirgli Breece D’J Pancake, che divenne uno dei suoi autori preferiti. Linkous non dovette faticare molto per seguire il consiglio di Benedict. Pancake, originario anche lui della Virginia Occidentale, era autore di un’unica raccolta di racconti, The Stories of Breece D’J Pancake[15], uscita postuma nel 1983. Quattro anni prima, nonostante l’attenzione crescente che la critica gli stava riservando, era morto suicida a ventisette anni.

Le storie di Pancake, pura narrativa del Sud, non potevano non piacere al fondatore degli Sparklehorse. La manciata di racconti che ci ha lasciato sono percorsi da paesaggi rurali, animali selvatici, da una malinconia sotterranea che pervade le trame, da miniere che sventrano il territorio, dalla lotta tra l’aspirazione alla salvezza e la ferocia della vita. In un’intervista al giornale inglese Record Collector, Linkous disse che si sentiva «più influenzato da scrittori del Sud come Breece D’J Pancake o Cormac McCarthy che da ogni altro tipo di musica».

Allarghiamo il campo, osservando gli Stati Uniti in una scala 1:450.000. Gli oceani ai lati, e nell’entroterra del vasto continente fiumi, terre sconfinate, deserti. Spine dorsali: a Ovest la Sierra Nevada e le Montagne Rocciose, che si allungano dal Canada fino al New Mexico. A Est, partendo ancora dal Canada fino ad arrivare in Alabama e Georgia, sorge la catena degli Appalachi, la più antica degli Stati Uniti, una lunga distesa punteggiata di segherie fumanti, miniere di carbone, città industriali e ponti in ferro, in un’alternanza di cime brulle, prive di vegetazione, e foreste verdeggianti di querce, betulle e aceri.

Malgrado il suo fascino, la regione degli Appalachi è economicamente una delle aree più depresse degli Stati Uniti, certificata da una speranza di vita più bassa rispetto al resto della nazione. Per oltre un secolo, quest’area ha coperto due terzi della produzione americana di carbone. Nel febbraio del 1968, pochi mesi prima di essere assassinato, Robert Kennedy visitò la regione durante la campagna elettorale. In un celebre discorso dal Kentucky, disse:

Le conseguenze più catastrofiche e durature del carbone derivano dall’estrazione tramite distruzione delle cime montuose. Se gli americani potessero vedere ciò che ho visto io dal cielo e da terra durante i miei numerosi viaggi nei bacini carboniferi del Kentucky e West Virginia, ovvero montagne spianate, comunità devastate, economia distrutta e vite rovinate, nel Paese ci sarebbe una rivoluzione.

Negli anni il contesto non migliorò. Kennedy venne assassinato, e non c’è stata nessuna rivoluzione.

Sia il padre di Mark Linkous, Frederick, che John, il nonno, erano stati impiegati nelle  miniere di carbone, e anche sua madre, Gloria, lavorava in fabbrica[16]. Da quelle parti, come raccontava Mark, esistevano «persone che si muovono raramente, che nascono e muoiono lì[17]». Le vite sono scandite dal lavoro, spesso massacrante, pagato con salari bassi. Persino gli amori sono pervasi da una certa radicalità folle; anche nel campo dei sentimenti, come insegnano i romanzi di Faulkner, infuria una lotta demoniaca. Quando Linkous decise di tornare in Virginia, dopo le avventure a Est (New York) e Ovest (Los Angeles), si stabilì a Richmond. «Ho rinunciato a voler essere una pop star e sono tornato a casa per fare solo musica fantastica, senza curarmi di tutto il resto», dirà nel 1999. La vita da metropoli non era la vita di Mark Linkous: «Mi piacerebbe uscire con degli agricoltori invece che con i musicisti».

D’altro canto, basta leggere le storie di Breece D’J Pancake, e scorrere l’incipit del primo racconto, Trilobiti, per arrivare a questa frase: «Sono nato qui e non ho mai voluto andarmene davvero». Sulla copertina della prima edizione americana del libro sono ritratte le baracche in legno e lamiere lungo i sentieri che portano alle cime degli Appalachi, le montagne dominanti sull’orizzonte, incombenti sul cielo e velate dalla nebbia. La depressione economica di questa regione e l’antica cultura dei suoi abitanti sono lo strato su cui si innestano le storie di Pancake. I bar scalcinati, le luci fioche che illuminano debolmente le case perse nella campagna, la notte che incombe fitta di stelle.

Ancora sul finire degli anni Settanta, quando sono ambientate queste storie, la contee della zona erano immerse in un liquido amniotico, ancestrale, tanto che se in cielo compariva un’ombra oscura tra le fronde degli alberi si poteva pensare a uno pterodattilo prima che a un aeroplano, come scrive Pancake in un racconto. L’industria mineraria lascia sconquassi fin dentro il corpo. I polmoni sanguinano. La gente è di poche parole, e dai metodi, come dire, spicci[18]. I figli tentano di sottrarsi al destino dei padri e dei nonni.

Attribuendo un significato diverso al concetto di Fuga, se Linkous aveva avuto la musica, Pancake ebbe la letteratura, lo studio che inseguì fino a ottenere una borsa di studio all’Università di Charlottesville, in Virginia, proprio dove il «Faulkner con la Rickenbacker» aveva trascorso l’infanzia. Come Mark, anche Breece, da “gentiluomo del Sud”, aveva una certa predisposizione alla bottiglia; e anche lui fu travolto da due episodi traumatici. Prima la morte del padre e poi quella di un amico fraterno, in un incidente stradale. Tutto questo dolore confluisce nelle sue storie. Ancora dal racconto Trilobiti, le ultime righe:

Mi restano solo il letto del torrente e gli animali di pietra che colleziono. Sbatto le palpebre e respiro. Mio padre è una nuvola color kaki tra i cespugli di canne e Ginny nient’altro che un odore amaro tra i rovi di more su per il crinale.

Di rimando, gli Sparklehorse in Rainmaker:

All you’ve got to do is look in the sky and wish
You might see his face in the clouds or relaxing in a spirit ditch[19].

E lo scenario del video di Rainmaker sembra proprio uno spin-off delle storie di Pancake, con i fumi e le nubi che incombono sugli alberi a ridosso delle montagne, l’acqua limacciosa del fiume, i camion pesanti sulle strade sconnesse: su tutto questo, si agitano le maschere care all’immaginario da cartone animato grottesco di Mark Linkous[20].

Conosciamo il finale di questa storia. Pancake si uccise ai piedi di un albero da frutta[21]. Il sei marzo 2010, con quel colpo di pistola a Knoxville, il destino legò Linkous e Breece D’J Pancake anche nella morte. Ma la tristezza della letteratura e delle canzoni del Sud non cresce sul niente, e così, come in una tragedia faulkneriana, il sette marzo 2016, esattamente sei anni e un giorno dopo la morte di Mark, se ne andrà anche Teresa Ann, la vedova di Linkous, per un violento attacco d’asma.

Una delle canzoni più belle degli Sparklehorse inizia con un dolce arpeggio di chitarra.

Sometimes I get so sad
Sometimes you just make me mad[22]

E poi, due volte, nel ritornello:

It’s a sad and beautiful world
It’s a sad and beautiful world

…Dove Mark Linkous aveva preso queste parole, sul mondo triste e bello, da un film di Jim Jarmush del 1986, Down By Law: Roberto (Roberto Benigni) e Zack (Tom Waits), due galeotti, si incontrano in un deposito abbandonato di bevande, nella notte vuota, e iniziano a ripetersi, come in una filastrocca, It’s a sad and beautiful world.

Nell’ultima strofa della canzone, Mark:

Sometimes days go speeding past
Sometimes this one seems like the last[23].

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[1] The last box of sparklers. Nelle prime due strofe dell’album Mark Linkous utilizza le due parole che compongono il nome della sua band, SparkleHorse, infilando una citazione da Shakespeare e inventando una metafora incantevole.

[2] Dal Macbeth: The weird sisters, hand in hand, Posters of the sea and land, Thus do go about, about: Thrice to thine and thrice to mine And thrice again, to make up nine. Peace! the charm’s wound up.

[3] Limitarsi a citare pochi libri di William Faulkner (1897-1962) è difficile e irriguardoso. C’è L’urlo e il furore, ovviamente, e Luce d’agosto e Assalonne! Assalonne! e Mentre morivo e Le palme selvagge e i racconti. Vinse il premio Nobel per la Letteratura nel 1949. Lo stesso discorso vale per Flannery O’Connor, considerata una delle più grandi scrittrici americane, sia nella forma breve del racconto che nei romanzi, come La saggezza nel sangue.

[4] O perlomeno questo è il mio modesto suggerimento.

[5] Sia Cormac McCharty che Harper Lee sono considerati autori del sottogenere Southern Gothic; proprio in ragione dell’avvertimento di cui sopra (sul non considerare queste classificazioni a mo’ di un monolite), varie liste possono includere anche Edgar Allan Poe, Tennessee Williams, i primi racconti di Truman Capote (per quanto riguarda A sangue freddo, ad esempio, sia detto a titolo personale, sono parecchio combattuto se considerarlo o meno un libro Southern Gothic).

[6] La tentazione di allargare a tutti i Sud del mondo i tratti quintessenziali appena citati è invitante, ma direi che non è questa,  ehm, la sede opportuna.

[7] Flannery O’Connor, Nel territorio del diavolo, minimum fax 2010, traduzione di Ottavio Fatica.

[8] Sul finire di questo capitolo l’ingombrante presenza di Flannery O’Connor in questo immaginario apparirà più chiara.

[9] Chissà se Mark ebbe mai modo di leggere quest’articolo… Non credo possa esistere un apprezzamento più fico di «Faulkner con la Rickenbacker». Ad ogni modo McCormick la sapeva lunga, e già nel 1996 aveva capito come funzionava: il pezzo si intitolava Too good to be famous.

[10] Nello stesso pezzo, l’autore dell’intervista ironizza scrivendo che se le fan di Tom Jones gettavano le mutande al loro beniamino, i fan di Linkous «lanciano letteratura».

[11] Per una di quelle mie note personali. Ci sono canzoni che hanno una presa emozionale più netta di altre, e spiegarne la ragione non è facile perché ci sono in ballo varie eventualità. Può trattarsi di percezioni sonore (suoni che ti riportano all’infanzia), del ricordo di qualcosa di dolce o doloroso, delle parole del testo e di come le parole del testo vengono cantate e del significato che hanno. Shade and Honey, una delle canzoni di dreamt for light years in the belly of a mountain, è tutto questo. I could look in your face / For a thousand years / It’s like a civil war /Of pain and of cheer, canta Linkous. E poi, Possa La Tua Ombra Essere Dolce.

[12] Una traccia della vicinanza tra le due band vive nella splendida cover di Wish You Were Here, cantata dagli Sparklehorse con Thom Yorke.

[13] Diverso da qualsiasi altro cantautore americano, Daniel Johnston nacque come autore di canzoni semplicissime – incise su nastro con il solo suono di un organo – mantenendo questa cifra compositiva per quasi tutta la sua carriera. Una delle eccezioni è l’album fear yourself, prodotto da Mark Linkous. Leggenda vuole che i due si conobbero grazie alle rispettive madri: pare che fossero entrambe dalla parrucchiera, una accanto all’altra, e a un certo punto venne fuori che i due figli maschi erano nella musica. «Dobbiamo farli incontrare». Mi piace immaginare che sia andata proprio così.

[14] Una cosa indubbiamente cool e americana. Se un cantautore di talento come Mark Linkous desidera parlare con uno dei suoi scrittori preferiti, alza la cornetta (nel 1997 andava ancora così, ma ci siamo capiti) e lo chiama. E quello risponde. Nessuno se la tira.

[15] In Italia sono usciti per la prima volta per ISBN, nel 2005, con il titolo Trilobiti, nella traduzione di Ivan Tassi: nel 2016 sono stati ritradotti da minimum fax in una nuova edizione, tradotti da Cristiana Mennella.

[16] Lo racconta lo stesso Mark in un’intevista con Alexander Laurence, uscita su The Portable Infinite.

[17] Sempre nella stessa intervista. Quando si sente parlare – soprattutto a ridosso di elezioni che possono portare alla presidenza USA zotici del Texas o multimiliardari trash – di “America profonda” (o di “pancia dell’America” in una formulazione più popular), tutto lascia pensare che il riferimento sia a zone come questa.

[18] «Mio nonno aveva un mulo che non voleva tirare un carro carico di carbone, così gli diede un pugno sul muso. L’animale cadde morto. Ma era un uomo anche molto generoso (sic)». Intervista a Mark Linkous per The Hook.

[19] “Tutto quello che devi fare guardare i cielo è sperare / Potresti vedere la sua faccia tra le nuvole, o mentre si rilassa in un fossato di spiriti”.

[20] La ricchezza delle canzoni degli Sparklehorse giunse anche alle orecchie di Sua Maestà David Lynch, che lavorò con Mark Linkous e Danger Mouse all’album dark night of the soul. Lynch curò le foto che accompagnarono il disco – un’opera dalla storia discografica tormentata, frutto di un conto aperto tra Danger Mouse e i piani alti della EMI – e prestò addirittura la sua voce in Stars Eyes (I Can’t Catch It). Danger Mouse ha raccontato che durante la collaborazione con Lynch vide Mark felice come mai lo aveva visto.

[21] Una canzone di vivadixiesubmarinetransmissionplot si intitola Tears on Fresh Fruit. We’re just trying to be free / Of our bodies

Our stomachs full of liquor / And our lungs / Full of water.

[22] “A volte mi sento così triste /A volte mi fai arrabbiare”.

[23] “A volte i giorni passano velocemente / A volte questo sembra l’ultimo”.

Liborio Conca è nato in provincia di Bari nell’agosto del 1983. Vive a Roma. Collabora con diverse riviste; ha curato per anni la rubrica Re: Books per Il Mucchio Selvaggio. Nel 2018 è uscito il suo primo libro, Rock Lit. Redattore di minima&moralia.
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