Sovranità migrante

Questo pezzo è uscito su Alias il 31 gennaio scorso

di Domenico Pinto

Lo scrittore, già autore di Lager italiani e Lavorare uccide, radiografa il nostro Paese in quanto «laboratorio» della schiavitù nomade, orchestrando testimonianze sul campo (dalla Capitanata foggiana ai cantieri di Zapponeta) e innesti saggistici. Un libro, anche, contro la retorica dell’assistenza
«Ho visto ciò che tutti sanno e che tutti possono vedere. Semplici gesti di mani». Questa considerazione insieme spoglia e incontrastabile costituisce l’apertura di Servi – Il Paese sommerso dei clandestini al lavoro (Feltrinelli, Serie bianca, pp. 224, € 15,00), il diario di viaggio con cui Marco Rovelli sigilla – dopo Lager italiani (2006) e Lavorare uccide (2008) – il trittico in presa diretta sui dispositivi economici e politici che governano i più recenti mutamenti della nostra modernità. Dopo aver accompagnato, nel primo reportage narrativo, i flussi dei migranti espulsi dai polmoni dei Cpt, e aver analizzato le logiche sempre più sanguinarie della produzione e del profitto che istituiscono la cornice materiale delle morti sul lavoro, Rovelli incontra adesso da un capo all’altro dell’Italia le moltitudini di schiavi, le macchine muscolari create dalla nuova economia globale.
Abdelmalek Sayad parlava di «doppia assenza» per il sentimento di estraneazione del migrante, spaesamento che investe sia la memoria che la sussistenza: «né totalmente presente là dove è presente, né totalmente assente là dove è assente». Spinti dal disagio, dall’oppressione, dal mimetismo del desiderio verso il sogno dell’Occidente, scoprono presto l’impossibilità di esserci in una storia umana, alla scadenza di un visto acquistato contraendo, spesso, debiti inestinguibili. I migranti mutati in clandestini sperimentano una sorte che è la traduzione esatta di un quadro giuridico, grazie alle leggi bipartisan dell’aquila bicipite Turco-Napolitano e Bossi-Fini, un combinato che ne disciplina l’esistenza e che al contempo ne impedisce la presenza, lasciando esposti al ricatto, alla violenza, all’inappartenenza.
Rovelli va al cuore di questo problema facendo proprie alcune istanze che vengono dall’Etica di Badiou, come il rifiuto della retorica vittimaria, la logica del discorso che consente di parlare in vece della vittima, sostituendole il racconto di un’alterità corale: «si tratta di essere parlato – attraversato dalla voce delle vittime – ma questo significa raccontare la storia del mio corpo inciso dai colpi delle non-più-vittime […] Si tratta di raccontare, insieme alle storie che incontro, il mio sguardo attraversato da esse, raccontare il suo trapasso, le sue modificazioni: e per converso si tratta di non essere l’Uomo bianco e buono che si china sulla vittima, quella vittima che si offre a buon mercato alla pietà del salvatore». Si tratta, dunque, di modificazioni che passano per entrambi, autore e vittima, a un livello non più solo narrazionale ma anche politico. Qui non può non venire alla mente Walter Kempowski, che ha convertito l’incessante mormorio del carcere di Bautzen, dov’era anch’egli detenuto, nell’impulso guida del suo progetto letterario, fino a restituire il ronzio della Storia entro i dieci volumi di Ecoscandaglio, dove le voci sommerse delle moltitudini hanno trovato una loro sopravvivenza corale.

Servi è stato costruito con la volontà di ridare una voce a chi ne è per statuto privo, orchestrando una forte varietà di esiti espressivi, dallo studio di registrazione dell’indiretto libero ai numerosi innesti saggistici e soprattutto dialogici: di voce in voce è tale intreccio che attiva nel lettore quell’«immaginazione compassionevole» senza la quale per la Nussbaum non è possibile percepire la minaccia storica su cui è protesa la Kreatur, riconsegnandola così al linguaggio e allo spazio retorico degli oppressori. Strappare una fascia di sovranità in cui per sempre, alla tirannia, sia sottratta la voce, iscrivendola nel proprio corpo, questa la direzione di scrittura di Rovelli, scampando alle grandi narrazioni che stringono il nostro destino.
Il viaggio di Rovelli è un’irruzione nello stato di clandestinità, nel profondo del recinto di diritto che annulla le persone e le rende disponibili alla soggezione: «Sempre di soggetti si tratta, ma con la differenza di una preposizione: non più soggetti di diritto. Solo soggetti a (al diritto, a un padrone)». Dalla Capitanata foggiana a Cassibile, da Catania alla Piana di Gioia Tauro – si fossero lette prima di Rosarno le pagine del libro che antivedono la «caccia al negro», in una Calabria che pure è stata terra di decisive battaglie agrarie (oggi chi ricorda più la strage di Fragalà?) –, dai cantieri del Nord a Zapponeta, su tutti i clandestini si riversa la necessità di manodopera sottopagata, schiantata. E benché per alcuni aspetti il nostro sia neoschiavismo di contenimento, di retroguardia, è innegabile invece il ruolo d’avanguardia svolto dall’Italia nello sfruttamento degli immigrati, sino a farli divenire la vera pietra angolare dell’economia del paese. Dalle campagne e dalle belle città – come voleva un canto della Resistenza – si fanno incontro kickboxers monroviani, biologi, intellettuali trotzkisti, carpentieri, ex lottatori professionisti, di ciascuno il viaggiatore registra le voci come al magnetofono, sans papier bengalesi, murid senegalesi, migranti dell’Est, ciascuno qui per dinamiche epocali e irreversibili delle quali non v’è che da prendere atto, e che magari, vivaddio, cambieranno la struttura cellulare della società in cui viviamo. Kwame Antwi Julius Francis, El Habadij Ababa, Affun Yeboa Eric: viene composto con precisione un regesto dell’inesistente. È una storia dell’ombra quella che Rovelli tenta, e spesso proprio con le ombre si svolgono i dialoghi più lancinanti, con i morti di quel che un tempo si definiva esercito industriale di riserva, concetto ora incarnatosi più addentro, più spietatamente, nella vita dei migranti.
Percorrendo il libro si trovano anche stralci lucidissimi dedicati a Castelvolturno, «luogo simbolo, in quanto una di quelle cittadelle etniche segregate, città oscure e clandestine, dove a esercitare il controllo sono criminalità e caporalato e funzionano come serbatoi di manodopera strumentali alla vastissima economia del paese»; a Castelvolturno come a molte altre enclave extraterritoriali che esercitano una signoria su territori e persone, dove volendo si potrebbe battere moneta propria, tanto il tempo è franato nelle zone più crude del conflitto e della lotta, più animale, brutale, consanguinea, poiché si sa che il legame stabilito tra coloro che sul piano sociale sono radicalmente separati è in senso irrazionale perfetto. È la schiavitù normale che parla, quella di centinaia di migliaia di unità produttive, cruciali per amministrare i nostri affetti, nel caso delle badanti, per muovere mille rotismi della nostra economia, per colmare le tavole di cipolle di Tropea, vino di Cirò, arance rosse di Sicilia, di carciofi di Paestum, pomodori di San Marzano, persone che insieme a molti italiani precipitano nel carnaio della morte sul lavoro, in fabbrica, nelle piccole aziende, durante la realizzazione dei bibelot delle grandi opere pubbliche. Scrive ancora Rovelli: «Questo dunque è il da farsi. Consentire che il clandestino esca dall’ombra in cui è cacciato, consentirgli di acquisire una forma, un contorno definito. Farlo uscire dai campi, dai luoghi d’eccezione in cui la persona scompare in un gorgo che annulla in quanto persona, quei campi che prendono corpo e luogo nei Cpt – e aprirgli un campo di possibilità, un campo aperto dal possesso di diritti, che nel loro intrecciarsi formano la figura di un’esistenza che oggi gli è negata».

Aggiungi un commento