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Space Opera, sopravvissuti e senzienti

di Alberta Aureli

Se l’universo pullula di alieni, dove sono finiti tutti quanti? Così nel 1950 il paradosso di Enrico Fermi escludeva la possibile presenza di vite aliene all’essere umano nell’universo. E se da un lato la logica schiacciante del se ci sono, dove sono ha messo in pace molti, molti altri non riescono a rassegnarsi a questa solitudine spaziale. Infinite ipotesi accreditano compagni di vita stravaganti, persi in qualche galassia, irraggiungibili e struggenti. Esistono, sostengono i fan della vita intergalattica, ma per qualche motivo (troppo lontani, forse, nel tempo e nello spazio) non possono comunicare con noi, né noi con loro, non captiamo i segnali, non riceviamo le onde radio.

I segnali ci sono eccome. È che tanti, la maggior parte, gli scienziati in prima linea, le prove si rifiutano di accettarle. Una volta un compagno di scuola m’ha invitata a vedere gli alberi del parco di notte chiedendomi se riuscivo a leggere l’alone di luce argentata attorno alle folte chiome. Io la vedevo e no, ma era quella la prova, secondo il mio amico, che non siamo soli, che qualcuno o qualcosa con sembianze misteriose e poco riconoscibili è già tra noi.

Per Catherynne M. Valente, narratrice onnisciente del turbolento Space Opera (21lettere, 2020), non solo l’universo brulica di vita in ogni dove, ma Enrico Fermi e il suo paradosso possono essere liquidati nel loro pessimismo come l’espressione di un’educazione troppo rigida: “C’era una volta su un piccolo suscettibile pianeta acquoso chiamato Terra, in un piccolo suscettibile paese acquoso chiamato Italia, un placido gentiluomo piuttosto di bell’aspetto di nome Enrico Fermi, nato all’interno di una famiglia tanto iperprotettiva da farlo sentire in dovere di inventare la bomba atomica.” La vita non è complicata, non è pretenziosa, non è unica, e il destino non entra mai in gioco. La vita vuole essere. Non può̀ proprio sopportare di non essere. Siamo solo all’inizio di Space Opera, ma siamo già dentro alla scrittura iperbolica dell’autrice che ci trascinerà in orbita dove tutto è finzione, dove il Dio assoluto è il paradosso, e dove tutto, mascherato e allucinato, non farà altro che riportarci sulla Terra. Ma vediamo come.

In un ignoto spazio profondo e in un futuro vicino ma imprecisato, alla fine di una lunga guerra dove le specie intergalattiche (centomila mondi) hanno combattuto per il diritto a essere riconosciute senzienti (Le Guerre della Senzienza), è stata concessa una tregua pacifica e, per evitare ulteriori, inutili, truculenze, è stato stabilito che alle battaglie fosse sostituito un più moderno talent canoro (Il gran premio Metagalattico). L’umanità, che fino a quel momento ha vissuto all’oscuro delle altre vite, viene invitata a partecipare al talent dove dovrà dimostrare di essere senziente per non essere eliminata dalla civiltà galattica. Ad assicurare la sopravvivenza non è la vittoria, basta non classificarsi ultimi. Solo gli ultimi infatti saranno eliminati dalla galassia. Nell’eventualità̀ che una specie candidata arrivi ultima, il relativo sistema solare dovrà̀ essere discretamente messo in quarantena per un periodo non inferiore a cinquantamila anni.

Serve qualcuno a rappresentare la Terra e il messo intergalattico, nelle spoglie dell’Uccello Esca, convoca il gruppo glam-rock Decibel Jones (un cantante rock inglese sfacciatamente ispirato a David Bowie tanto che il seguito di Space Opera si chiamerà Space Oddity) e gli Absolute Zeros, scelti tra altri come i Kraftwerk e le Spice Girls.

Una volta costruita la struttura del mondo fantastico in cui i personaggi si muovono e partecipano, sempre e comunque per sopravvivere, la narrazione allegorica di Catherynne Valente si libera in giochi di parole e rimandi piuttosto spericolati che però non si fermano mai al divertissement linguistico ma spingono il lettore sul precipizio del paradosso umano. Che si tratti di stabilire chi è abbastanza sensibile per poter sopravvivere o che si tratti di esibirsi per essere giudicati e vincere, (anche se per vincere basta non perdere) Space Opera gioca con i generi della fantascienza già dal titolo e non mette in scena una morale netta, piuttosto ha il pregio di disorientare, ricostruendo pezzo per pezzo la percezione della realtà allucinata. Negando ogni pretesa di centralità non sono gli uomini sulla Terra a dover accettare la presenza di altre specie, sono gli uomini sulla Terra a dover dimostrare di essere sufficientemente sensibili per partecipare alla pluralità delle forme galattiche. A questo ribaltamento ne seguono altri e il gioco di Space Opera finisce per cancellare tutte le rotte stabilite del potere e del pregiudizio.

Accostato fin dalla data d’uscita al romanzo di fantascienza umoristica di Douglas Adams, Guida galattica per gli autostoppisti, Space Opera ha trovato la sua ispirazione iniziale nell’Eurovision Song Contest. In un’intervista Catherynne Valente ha raccontato che guardando lo show in televisione nel 2016 ha iniziato a pensare all’assurdità di competere in un concorso canoro per la vittoria del proprio Paese in abiti da sera glitterati e stravaganti. Il pensiero successivo è stato come sarebbe diventato il mondo se le nazioni avessero preso a sfidarsi cantando piuttosto che continuare a farsi la guerra. La sintesi di questa ispirazione è stata più comica che politica e infatti, Catherynne aggiunge che Space Opera è un libro eccentrico, che lei stessa non aveva in programma di scrivere ma che non ha potuto farne a meno, perché alcune storie arrivano prepotenti, e pretendono di essere raccontate.

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