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Spaesamento. A spasso per Expo 2015

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di Valerio Valentini

(fonte immagine)

Sul monitor di una delle sale principali del Padiglione Zero, dall’alto verso il basso in una pioggia ininterrotta, scorrono frutti e ortaggi di ogni tipo.

«No, non è Ninja Fruit»

Una volontaria in divisa si affanna nel tentativo di allontanare alcuni bambini assiepati attorno allo schermo: ci tracciano sopra dei segni invisibili con le dita, e si stupiscono che i vegetali non esplodano. Alle pareti della stanza sono incastonati dei contenitori, ognuno dei quali è riempito con vari tipi di legumi: la gente osserva, fa foto, cerca di dare un nome a tutti quei semi colorati.

La nostra attenzione – la mia e quella di Gabriele, un amico milanese che mi accompagna – è attirata però da un altro volontario. Avrà non meno di sessant’anni, piuttosto tarchiato, e con la sua mise sportiva, con la sua felpa bianca e blu, è già di per sé abbastanza comico. Il suo compito è quello di regolare il transito dei visitatori attraverso una sorta di piccola sfera sul cui soffitto vengono proiettati dei chicchi di mais, e lui ha tutta l’aria di voler assolvere con zelo l’incarico che gli è stato assegnato. Forse, addirittura, con un po’ troppo zelo, dal momento che non solo si sbraccia in maniera nervosa, ma lancia improperi contro chiunque indugi all’interno della sfera, magari interrogandosi sul suo significato, per più di qualche secondo:

«Diamoci una mossa, non è che possiamo stare qui in contemplazione. Possibile che si crea sempre tutta ‘sta fila? Se continuate così – e già si vede direttore del Padiglione – da domani la chiudiamo ‘sta cosa, e la facciamo finita una buona volta»

Questo, più o meno, è quello che dice. Più o meno, perché in realtà il tutto viene detto in un siciliano assai aspro, che suscita delle espressioni interdette sui volti di una comitiva di francesi.

Nell’atrio successivo è stato ricostruito uno scorcio artificiale di campagna, con un casolare diroccato e un piccolo campo arato: in molti ne calpestano le estremità, per capire se si tratta di terra vera. Un lungo corridoio, ai cui lati ci sono plastici di varie fattorie, fabbriche, città, conduce in quella che deve essere la riproduzione di una sala di contrattazione della borsa, con una intera parete costituita da decine di monitor su cui compaiono numeri e grafici, oltre a scritte del tipo: «Il mercato alimentare: realtà VS astrazione», oppure: «L’eccessiva volatilità dei prezzi minaccia la sicurezza alimentare». Dietro la parete, un enorme ammasso di finta frutta e di finta verdura al macero: una discarica sintetica, lugubre prodotto – stavolta pare chiaro il sotteso messaggio educativo – delle speculazioni finanziarie sul cibo e sui prodotti agricoli.

La vera Expo, però, sembra cominciare solo all’uscita del Padiglione Zero: è lì che si apre uno spazio indefinito, una scenografia frastornante. Il primo effetto che produce, la vista di questa serie sterminata di costruzioni dalle forme più varie, è lo stupore: tutto appare enorme, smisurato. Ma subito dopo arriva lo scoramento: a me e a Gabriele, almeno, arriva nel momento in cui, dopo un quarto d’ora che avanziamo lungo il vialone principale, osserviamo la cartina e ci accorgiamo che siamo ancora vicinissimi al punto di partenza. E ci accorgiamo, inoltre, che è del tutto impossibile ipotizzare un qualunque percorso ragionato della visita, anche a causa delle code interminabili che ci costringono ogni volta a cambiare programma. I cartelli indicano il tempo d’attesa: due ore per il Padiglione Italia, un’ora e quaranta per il Padiglione Francia, un’ora e dieci per quello giapponese. Nonostante l’apparente semplicità delle geometrie (una strada lunga intersecata da una più corta, secondo – si dice – il modello urbanistico romano), percepiamo ben presto un senso di disorientamento: il principio che sembra regolare tutto è quello dell’accumulo, della giustapposizione casuale, della contaminazione continua di forme, suoni e colori. Esaltante? Certo, se piace. Ma anche fastidioso.

Mentre ancora cerchiamo di stabilire una tabella di marcia – la copia agghiacciante della Madunina alla nostra destra, in cima ad una rampa di cemento – ci ritroviamo a maledire, nello stesso istante, una musica martellante sempre più ossessiva. Cinquanta metri più avanti, sul lato opposto del Decumano, è l’ora dello spinning. In un piazzale sono collocate una trentina di cyclette: non tutte in forma le persone che le adoperano. «Pensate che a quest’ora gli altri stanno mangiando, e invece noi facciamo fitness. Perché noi vogliamo bene al nostro corpo», urla nel microfono l’istruttore, che pedala su una piattaforma rialzata.

Entriamo nel Padiglione della Corea del Sud (la risposta è sì: c’è anche quello della Corea del Nord, anzi della Repubblica Popolare Democratica di Corea: una misera stanzetta con qualche souvenir) che è proprio lì accanto. Molto accogliente, molto pulito, di una bianchezza abbagliante. Tra tutti i servizievoli operatori che incontreremo nell’arco dell’intera giornata, quelli del padiglione sudcoreano resteranno comunque servizievolissimi. Ci accompagnano a prendere posto in fondo alla fila, ci accolgono con un lieve inchino della testa, ci aiutano a passare da un salone all’altro scanzandoci le tendine. Sul volto rigorosamente sorridente di alcune hostess, impeccabili nel loro abbigliamento, si intravede già un principio di paresi. Oltre che per gli operatori, però, il padiglione sudcoreano merita di essere visitato per l’odore meraviglioso che promana da alcuni piccoli calderoni semichiusi, all’interno delle quali si intravedono delle strane brodaglie; e poi, soprattutto, per le mirabilie tecnologiche che vi sono esposte. Due robot, camminando avanti e indietro lungo dei binari, fanno ruotare dei monitor su cui si compongono e si scompongono delle immagini vagamente psichedeliche di frutti e ortaggi; su delle file di barattoli di latta rotanti vengono proiettate altre immagini di tronchi di uomini obesi che camminano, in perfetta sintonia con una musica orientale molto rilassante. A me che sono un profano di ogni cosa abbia a che fare con l’ingegneria e con l’elettronica, tutto ciò sembra pazzesco. Ma anche Gabriele, che studia al Politecnico, mi conferma che in effetti dietro alcuni di quei congegni c’è un funzionamento tutt’altro che banale.

E in fondo proprio la tecnologia, ce ne accorgiamo ben presto, è una componente essenziale dell’attrattiva di Expo. In quasi nessun padiglione si vedono le persone fermarsi a leggere i pannelli informativi, mentre è facilissimo ritrovarsi accalcati intorno, ad esempio, ad un cannocchiale che riconosce i simboli che si osservano su di un pannello appeso alla parete e propone, per ciascuno di quei simboli, una spiegazione interattiva. Ché del resto tutto, in questa Expo, è – o dice di essere – interattivo. È interattiva, ci viene spiegato, la grande rete metallica sospesa tra un piano e l’altro del padiglione brasiliano: ognuna delle innumerevoli vibrazioni prodotte dal passaggio dei visitatori, a quanto pare, si riverbera nelle sale interne, modificandone i suoni e la luce – e dire che, a guardarla dal basso, e guardando anche il comportamento della gente che ci corre sopra, cadendo e rialzandosi, e i bambini che costringono i genitori a ripetere il percorso ancora e ancora, sembrava un’installazione rubata ad un qualche parco divertimenti. Ed è interattivo, ovviamente, tutto quanto compare in ciascuno dei touch screen presenti, immancabilmente, in ogni angolo di ogni padiglione. In quello del Qatar, su dei piccoli schermi è possibile trascinare le ricette nei piatti, e assistere poi alla preparazione virtuale delle specialità culinarie del Paese. In quello degli Stati Uniti, grazie ad un enorme monitor, si riesce addirittura a scongiurare, in maniera ovviamente interattiva, le carestie che minacciano un piccolo villaggio: «This is a game about food security – continua a ripetere uno steward, con la sua voce meccanica, invitando tutti i visitatori a giocare – There are different food problems in the middle and different ways to solve them outside». Nell’area ricreativa del McDonald’s i touch screen sono appesi alle pareti esterne: in uno di essi è finalmente possibile giocare a Ninja Fruit.

E poi c’è l’acqua, ovviamente. Cascate d’acqua, giochi d’acqua, ruscelli d’acqua, scenografie con l’acqua: è difficile trovare un padiglione che vi rinunci. Tutto molto spettacolare, tutto molto eccessivo.

Se il primo elemento che ci colpisce è quella della tecnologia, il secondo è senz’altro quello dell’architettura. Ciò che sembra aver ispirato gli ideatori dei vari padiglioni, anche in questo caso, è un principio sfuggente che alcuni potrebbero chiamare fantasia, altri gusto per l’eccesso, altri ancora mancanza di senso del ridicolo. Accanto a certe idee stilisticamente interessanti e a soluzioni argutamente provocatorie, sono moltissime le trovate quantomeno discutibili, se non addirittura pacchiane. Qui, è chiaro, il gusto personale gioca una parte importante. Ma come definire, se non ridicola, l’idea di riprodurre un enorme cesto di vimini come corpo centrale del padiglione del Qatar? Gli Inglesi dicono di essersi lasciati ispirare dalla forma di un alveare, ma la loro costruzione, vista da fuori, suggerisce piuttosto l’idea di un ponteggio d’alluminio in un cantiere di lavori in corso. Davanti alla facciata del padiglione ecuadoregno sembra di stare per entrare in un immenso punto vendita di Desigual. E tuttavia, ad uno sguardo d’insieme, l’anarchica e sconclusionata accozzaglia di cose tra loro del tutto diverse può risultare affatto piacevole, appagante.

Se si passa all’analisi della funzionalità delle strutture, invece, le perplessità diventano inevitabilmente assai più considerevoli. I primi seri temporali – sempre che, ovviamente, tra maggio e ottobre, a Milano, possa davvero piovere – spiegheranno perché. Nel frattempo, alcune testimonianze di chi in Expo ci lavora possono comunque essere indicative. «Finora una sola volta è arrivato un acquazzone di una certa entità. Ed è stato il delirio. Alcuni dei padiglioni sono aperti sui lati: l’acqua entrava da tutte le parti, e si era costretti a spingerla fuori con degli scoponi».

Ora di pranzo. Dove mangiare?

«Se volete spendere poco, andate al Padiglione Coop e fatevi un panino», ci consiglia una hostess.

Noi annuiamo e ringraziamo per l’indicazione, ma ovviamente disobbediamo. Venire all’Expo per farsi una ciriola con la mortadella ci sembra assurdo. E allora: dove mangiare?

«Mangiamo spagnolo», propongo.

Una paella al ristorante del Padiglione Spagna costa 16 euro.

«Messicano?», rilancio.

L’unica cosa a un prezzo abbordabile sono i tacos di pollo. Solo che in ogni piatto ne mettono tre, di dimensioni infime. E capiamo subito che, per saziarci, ci vorrebbe un numero di tacos tale da rendere non più abbordabile l’operazione.

In realtà, la scelta è talmente sterminata da lasciare disorientati. Asiatico o europeo? Street food o ordinazione al tavolo? Alla fine ci ritroviamo nel Padiglione Eataly: che è nato come è nato (una chiamata diretta, senza gara d’appalto …) ma bisogna riconoscere che è una goduria dei sensi. Ad ogni regione è stato assegnato un piccolo ristorante che propone ricette tipiche, con cucine a vista ed esposizione dei prodotti. La calca è insostenibile, ci si muove a fatica: ma come sarebbe possibile il contrario?

Usciamo anche da Eataly a stomaco vuoto. E ormai sono quasi le tre. La svolta arriva per puro caso. Dietro il Padiglione Coca-Cola, in una piazzetta, c’è un’intera aerea dedicata alla Sicilia. Ci attirano sostanzialmente due cose: l’assoluta mancanza di fila – che già di per sé, a quest’ora e con questa fame, basterebbe a farci ingurgitare anche cavallette sott’olio – e l’aspetto incantevole di alcuni tranci di pizza con carne macinata, capperi e pomodorini secchi. Ma è girando per i vari stand, alla ricerca di arancini, che facciamo la scoperta più bella.

«Arancini non ne abbiamo. Ma se volete, ci sono le parancine»

«Parancine?»

La ragazza dietro al bancone ha occhi nerissimi, e ci mostra un vassoio contenente dei parallelepipedi impanati.

«Parancine, sì. Sono degli arancini di patate, con guanciale di maiale, tuma siciliana, farina di tumminia …»

Dal bagliore che illumina lo sguardo di Gabriele, capisco che anche lui ha smesso di ragionare all’ascolto delle parole guanciale di maiale. Non serve altro per farci decidere di provare. In cinque minuti ne mangiamo quattro a testa, pagandone la metà perché la cameriera resta incantata dal nostro entusiasmo e continua a darcene «un po’ per assaggiare». E intanto lo chef che li ha preparati, giovanissimo, anche lui compiaciuto dal successo delle sue parancine, prende a raccontarci le peculiarità dei vari ingredienti: del sapore della tuma, un formaggio pecorino stagionato in grotta, dell’alto valore proteico della tumminia, un grano che matura in appena tre mesi e a cui originariamente si ricorreva quando falliva la semina del grano tradizionale. E mentre spiega, lo chef, continua a tagliare tuma e a offrirci parancine. In un quarto d’ora ci arrendiamo. Felici.

«Vi va di fare un selfie?»

Ci fermano, poco dopo, due ragazze davanti al ristorante spagnolo. Ci sorridono. Io e Gabriele ci guardiamo, basiti. È ovvio che accettiamo. Le due ragazze ci invitano a scattare la foto col nostro smartphone, e a pubblicarla su Twitter con il tag del loro padiglione.

«Sapete, è in corso una sfida tra i vari padiglioni su chi riesce a ottenere più visibilità sui social network. Così ci date una mano»

Le due ragazze sono chiaramente italiane.

«Ma voi cosa ci guadagnate?»

«Nulla. È che ormai ci sentiamo coinvolte. Mi raccomando, i tag!»

«Certo. Non mancheremo»

Il padiglione del Turkmenistan, non c’è dubbio, deve essere visitato. Appena entrati, a darci il benvenuto troviamo la gigantografia di un uomo sulla cinquantina, distinto, vestito con giacca e cravatta. Nel salone principale, decine di libri dedicati interamente allo stesso simpatico figuro, che alterna pose ieratiche – stringe mani, parla ai microfoni, brandisce spade – ad atteggiamenti più rilassati, persino ridanciani. In altri libri lo si ritrae a cavallo. Ora che osserviamo bene, l’intero padiglione è pieno ritratti di quest’individuo insieme a dei cavalli. Un rapido controllo su internet svela l’arcano: si tratta di Gurbanguly Berdimuhammedow, il presidente del Turkmenistan. A giudicare dalla curiosità che suscita nei visitatori del padiglione, non tarderà a diventare un mito.

Se i modi con cui il Turkmenistan ha scelto di sfruttare la visibilità offerta da Expo per celebrare le proprie bellezze – ivi compresa, evidentemente, quella di Gurbanguly Berdimuhammedow – possono sembrare discutibili, va detto che un certo intento di promozione turistica è presente in ogni padiglione. Niente di male, si dirà, e a ragione. Solo che in alcuni casi la strategia diventa un po’ troppo sfacciata: o, quantomeno, si manifesta con toni appena eccessivi.

«Dai, ripetiamolo tutti insieme: Mecklenburg-Vorpommern. Più forte: Mecklenburg-Vorpommern»
Sono le cinque del pomeriggio, il caldo è fastidiosissimo e ci troviamo a passare davanti al padiglione tedesco. Non si può non prendere un bicchiere di birra. Mezzo litro a sei euro: ma tant’è. Seduti su delle strane panchine, che assomigliano a dei risciò senza ruote e pedali, assistiamo ad un concerto di tre barbuti musicisti – basso, chitarra e clarinetto – in un costume popolare la cui origine ci è ignota. Il repertorio folk impegnato e la pronuncia sedicente inglese del cantante rendono il quadro ancor più surreale. Ma non tanto surreale quanto quello che si configura immediatamente dopo. Non appena l’esibizione dei tre barbuti musicisti ha termine, si materializzano sul palco due invasati con un microfono in mano. Avranno trent’anni: lui alto, magro, scattante; lei appesantita dai chili di troppo e da una minigonna rossa che la costringe ad avanzare come un pinguino. E cominciano a parlare dello splendore del Mecklenburg-Vorpommern.
«Noi Italiani – spiega lui – non la conosciamo, questa regione. Ma proprio il loro non essere famosi ha permesso ai luoghi del Mecklenburg-Vorpommern di conservarsi intatti nella loro purezza. Foreste bellissime, natura incontaminata, scenari mozzafiato …»

«Ma prima di tutto – finge di interromperlo lei, neppure sforzandosi di nascondere che sarà almeno la trentesima volta che la scenetta si ripete – per visitare questa splendida regione, dobbiamo almeno imparare a pronunciarne il nome. Su, forza, tutti insieme: Mecklenburg-Vorpommern. Più forte: Mecklenburg-Vorpommern»

Nel momento in cui la tipa scende dal palco per far urlare, ai malcapitati che si ritrova a tiro, «Mecklenburg-Vorpommern» nel microfono, decidiamo che è il momento di fuggire.

Cos’altro resta da raccontare? Ah già, il nutrire il pianeta. Che dire del modo in cui il tema centrale intorno a cui sarebbe sorto Expo 2015 viene affrontato all’interno della fiera? Diciamo che l’illusione di trovare stimoli interessanti svanisce pochi minuti dopo aver varcato i cancelli d’entrata. E forse, guardando a certe trovate moralistiche, di un didascalismo farlocco e urticante al tempo stesso, viene da pensare che sia un bene. Ci si rassegna ben presto, insomma, a considerare quella spesa tra i padiglioni milanesi come una giornata di puro svago. Un po’ centro commerciale, un po’ villaggio vacanze: è un tipo di frenesia che, a chi l’apprezza, Expo permette senz’altro di godere. Un modo come un altro per appagare la smania di vedere un posto che è indispensabile vedere, di sentirsi nel vivo di un qualcosa di grandioso e ineffabile, qualcosa che sta accadendo ora. Quanto al kitsch che plasma la forma di Expo (e di cui l’Albero della Vita, che si accende alle otto di sera sulle note di L’ombelico del mondo è la sintesi più perfetta), esso pare essere l’inevitabile, per certi versi sacrosanto involucro di contenuti che rivelano tutta la loro tragica vuotezza proprio laddove tentano di spacciare il loro presunto valore etico, le loro ridicole velleità educative. Biodiversità, tradizione e innovazione, sostenibilità: non c’è padiglione in cui non si ricorra a questi slogan, ma sono davvero pochi i posti in cui si abbia la possibilità di riflettere su simili tematiche con un minimo di serietà. E quei pochi non fanno che rendere ancora più insopportabile la fuffa che pervade tutto il resto.

Il padiglione svizzero si compone di quattro torri, all’interno delle quali è possibile trovare acqua, sale, caffè e mele, e portare via tutto ciò che si vuole: man mano che le scorte si riducono, però, i piani più alti delle torri vengono chiusi, fino a che le risorse disponibili non saranno terminate. Nel padiglione di Slow Food – e forse padiglione è eccessivo, perché in effetti si tratta di tre piccole costruzioni in legno, all’estremità est del Decumano, di fronte ai gabinetti – alcuni pannelli mostrano, sul recto e sul verso, modi diversi di fare cose simili, ma con effetti opposti. È un modo efficace – magari semplicistico, certo, ma efficace – di spiegare che ci sono una pesca, un’agricoltura, un consumo e dei metodi di irrigazione sostenibili, anche a livello intensivo, e una pesca, un’agricoltura, un consumo e dei metodi di irrigazione assolutamente scriteriati, che sono quelli praticati oggi in maniera pressoché esclusiva. Delle tre casupole, una è dedicata soltanto ad ospitare dibattiti e incontri, ogni giorno diversi (nel padiglione statunitense, per dire, su un maxischermo che accoglie i visitatori all’entrata, c’è il faccione sorridente di Obama che pontifica sul valore del cibo e sui meriti di Expo. Il sermone dura pochi minuti: dissolvenza al nero, e ricomincia).

Alle otto e mezza, nell’area denominata Intesa Sanpaolo Waterstone, c’è l’esibizione dei Piano Twelve. Dodici pianisti italiani suonano contemporaneamente pezzi di musica classica e contemporanea. Ci si siede per terra, entrano i musicisti. Dal vicino padiglione polacco, giunge musica techno.

«Smetterà», sussurra qualcuno.

Non smette. I pianisti si guardano tra loro, un po’ imbarazzati. Qualche attimo di incertezza, poi partono con Bach. In sottofondo la techno polacca, imperterrita.

Commenti
3 Commenti a “Spaesamento. A spasso per Expo 2015”
  1. SoloUnaTraccia scrive:

    Grazie.
    E’ l’ennesima riprova di come risparmiare il proprio tempo.
    Sulla scala Kàkaton, l’espò totalizza un 100.
    Come le migliaia di posti di lavoro che svaniranno il giorno seguente alla sua fine. Mai troppo presto.

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  1. […] un articolo pubblicato su minima&moralia il 16 giugno […]



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