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L’università, tra marketing e baronia

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Nella foto i migranti bloccati sugli scogli a Ventimiglia da quasi venti giorni. Indossano la maglietta di Reunion, offerta loro dai gruppi arrivati da Bologna per sostenere il presidio. #labuonauniversità

di Cecilia Ghidotti e Paolo La Valle

Provo nei confronti dell’università nella quale ho studiato sentimenti ambivalenti: da un lato riconosco di aver ricevuto un’istruzione ottima ad un costo irrisorio se confrontato con quello di altri paesi europei (Regno Unito, ad esempio) e addirittura ridicolo se comparato con quello delle università statunitensi. Nello stesso tempo sono consapevole di aver dato molto al mio ateneo, soprattutto negli anni del dottorato di ricerca, e di aver ricevuto in cambio pochissimo.

Problema tuo, dal momento che hai potuto permetterti un dottorato senza borsa, dirà qualcuno. Problema di molti, a giudicare quanti siamo ad aver optato per questa scelta, probabilmente viziati dall’ottima istruzione di cui sopra e dalla convinzione che non tutte le scelte possono essere ricondotte a motivazioni di carattere economico (d’altro canto vogliamo finalmente esaurire l’eredità dei baby boomers che ancora ci mantengono?)

Proprio per via di questa ambivalenza ho accolto con un certo distacco la notizia di Reunion, “il primo raduno mondiale dei laureati dell’Università di Bologna”. Che l’Unibo in tempi di finanziamenti magrissimi tenti di sperimentare modalità alternative di fare cassa non mi turba granché. Certo la retorica dell’evento su cui sono state modellate sia la preparazione che l’iniziativa stessa, tutte incentrate sull’idea del talento da dispiegare – una specie di Repubblica delle Idee in salsa universitaria, ibridata con Eataly ed Expo – mi sembra, tra le tante direzioni possibili, la meno felice. Il programma di Reunion ha visto anche la proclamazione in piazza dei dottori di ricerca, d’altro canto è ormai alcuni anni che il rettore ha introdotto questa modalità di riconoscimento pubblico della conclusione del dottorato. Se la cerimonia andasse a segnare un ingresso nella comunità accademica probabilmente sarebbe sensato prendervi parte, dal momento che sancisce per la maggior parte di noi l’uscita dal mondo accademico non credo ci sia molto da celebrare.

Qualche giorno fa ho visto alcune foto del centro di Bologna pronto per la tre giorni: ritraevano grandi pannelli appesi lungo il Pavaglione, il portico che da piazza Maggiore arriva all’Archiginnasio. I pannelli riproponevano immagini familiari a chiunque abbia studiato a Bologna e conosca un minimo la storia della città. Si trattava di fotografie del 1977-78: assemblee, manifestazioni, scontri, i cortei dopo l’omicidio di Lorusso (tante mani tese ad invocare la P38), automobili rovesciate (due) in quella che mi pare di riconoscere come via Zamboni, Dario Fo in piazza VIII agosto al termine del convegno di settembre. A lato delle immagini spiccano ben visibili i loghi di Reunion e dell’Università.

Io non so chi abbia scelto di esporre quelle immagini, e non ho visto nemmeno il resto del repertorio iconografico dispiegato per l’occasione, ma credo che ci troviamo di fronte ad un piccolo capolavoro di rimozione e integrazione dal momento che mi sembra palese che ciò che le foto esposte lungo il Pavaglione tacciono, o meglio, riescono a riassorbire completamente, è l’elemento del conflitto. Gli studenti che scendevano in piazza avevano dei nemici, rappresentati da quella stessa istituzione che ora li integra nel proprio patrimonio turistico-memoriale. Le foto di Reunion presentano Bologna come città aperta e tollerante, in grado di accogliere e metabolizzare il conflitto e di disinnescarlo. Come? Trasformandolo in nostalgia. È una mirabile strategia di marketing, ma racconta una storia che è falsa. O meglio è solo una delle possibili modalità in cui è possibile raccontare la storia ed è sicuramente la storia della parte che ha vinto. Se si guarda alle attuali politiche dell’ateneo degli ultimi anni non si può non notare come la tendenza sia stata quella di ridurre ogni forma di conflitto o dissenso, scegliendo contemporaneamente di celebrarlo come patrimonio turistico.

I divieti di dimora e gli arresti domiciliari dati a diversi studenti che hanno attuato proteste contro l’Università di Bologna non dipendono né dal rettore, né dalle persone che lo circondano, bensì dalla prefettura. Tuttavia la mancanza di una presa di responsabilità, da parte di questi soggetti, è evidente. Diverso è il discorso delle sanzioni disciplinari date ad altri studenti, commutate dall’università stessa, senza che mai un commento arrivasse dalle alte sfere accademiche. D’altronde è un provvedimento che l’amministrazione universitaria può mettere in atto, visto che il rettore uscente ha esplicitato nel nuovo codice etico che “l’università richiede a tutti i componenti della comunità di rispettare il nome e il prestigio dell’istituzione” (art. 15, comma 1). Una pretesa peraltro valida anche per l’utilizzo dei social network (comma 4). Guai a mettere un “mi piace” alle pagine sbagliate! Ora il problema è che il dissenso ha reso Bologna una città con una storia, anche pesante da affrontare, di cui sarebbe bene discutere. Questa storia è però trasformata in feticcio e, nel momento in cui il dissenso diventa reale, deve essere allontanato con determinazione, in silenzio per giunta, al fine di non turbare la quiete. Che spazio rimane per quel dissenso che fino a non molto tempo fa sembrava coinvolgere chiunque in maniera trasversale?

Non è una domanda da rivolgere al rettore vecchio o quello nuovo, ma a tutti gli altri. A chi ha partecipato alla proclamazione dei dottori di ricerca; a chi ha accolto con entusiasmo le parole di Eco, che quando va all’estero si dice favorevole ad un’università d’élite e che ama provocare sostenendo che i social network (twitter in particolare) hanno dato la parola agli imbecilli (non si potrebbe dire lo stesso a proposito del romanzo commerciale?) e a chi è rimasto tutti questi anni in università, da ricercatore o da docente, assistendo inerme a pratiche clientelari, nepotismo, intimidazioni, abusi di potere, codici etici, sciattezza. Questo è il quadro con cui tutti quelli che stanno in università sono obbligati a confrontarsi. Se ne parla ampiamente nei corridoi, negli studi e a volte in qualche articolo di giornale. Ma è una strategia che non dà risultati, da troppo tempo ormai. Sarebbe il caso di discuterne in maniera esplicita e possibilmente collettiva, anche solo per affrontare quella solitudine che in università regna sovrana.

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