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Specchi, fantasmi, clandestini

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Pubblichiamo un estratto da Fallire. Storia con fantasmi, l’ultimo romanzo di Beppe Sebaste, ringraziando l’autore.

di Beppe Sebaste

Nel film Mirrors il malinconico Kiefer Sutherland fa il guardiano notturno dei resti di un lussuoso grande magazzino di Manhattan distrutto da un incendio. Intatto da allora, è tenuto chiuso e sigillato in attesa che si risolva la diatriba con l’assicurazione. Nell’immenso spazio buio e bruciacchiato, abitato da manichini semi liquefatti e muri tappezzati di specchi, il nuovo guardiano notturno si aggira a sorvegliarne le macerie con una torcia a pile (non c’è più elettricità). Già così è inquietante. Finché sulle superfici degli specchi scopre impronte di mani e polpastrelli, dita che premono il vetro, ma dallinterno, da dietro. Per questo fanno rizzare i capelli.

Gli specchi sono animati, fanno quello che vogliono, riflettono indipendentemente dalla cosiddetta realtà, o meglio: qualcuno, un’entità dietro di essi, cambia le regole dell’ottica e della fisica. Non accade solo in questo «labirinto di specchi» (era il titolo della traduzione francese del magnifico Mein Name sei Gantenbein di Max Frisch), ma anche altrove, fuori dal grande magazzino.

Ora, gli specchi sono ovunque. La città riluce di superfici riflettenti, tutte le case ne sono pervase. Ma improvvisamente non sei tu a guardarli, sono gli specchi a guardare te. Non serve dire «sono solo vetro su argento», per sdrammatizzare. Non è nemmeno possibile confidare a qualcuno che i colpevoli di certi efferati delitti sono loro, «gli specchi», nessuno ti crederà, neanche chi ti ama. A meno che non ne faccia direttamente l’esperienza – ma in questo caso non potrà più raccontarlo.

Quando ti accorgi che la tua immagine allo specchio non esegue più i tuoi stessi movimenti, il gelo ti paralizza i nervi e il cervello. Ti sposti, ma la tua immagine allo specchio resta ferma a guardarti con espressione malevola. Se però la tua immagine riflessa si taglia, sei tu a sanguinare e a essere ferito. Se si squarcia la gola con una lametta, sei tu a morire.

Gli specchi sono finestre da un altro mondo. Quello che è rinchiuso dall’altra parte può essere sofferente e malvagio, e spinge per uscire. Chi si traveste da immagine riflessa è un demone che soffre la solitudine più estrema e profonda, forse la sofferenza più arcaica: essere chiusi e sigillati dietro uno specchio, senza possibilità di comunicazione con gli altri, con nessun altro, salvo impadronendosi del loro riflesso per distruggere la loro intoccabile vita.

Vedere i volti degli altri che si chinano verso di te senza vederti, che si avvicinano fino a deformare il proprio volto per eccesso di prossimità, di primo piano, appiattito sulla superficie dello specchio; vederli mentre vedono solo se stessi e poi si allontanano muti, ignari e incuranti dei tuoi inudibili richiami. Dall’altra parte dello specchio, come un pesce in un acquario invisibile.

Più che invisibile.

Per sempre, non esistere più al mondo.

Avevi letto tutto quello che avevi trovato sul terrorismo politico di sinistra, le Brigate Rosse, Prima linea etc. Ti eri chiesto: ma se uno mentre è in clandestinità incontra l’amore (era successo), per cosa o per chi continua a giocare all’esercito e alla rivoluzione? Non si dovrebbe letteralmente squagliare, come un gelato al sole, l’insensatezza del suo copione – le azioni, le pistole, gli astratti ideali, gli obiettivi, la tensione, le riunioni verbose che programmano gelide violenze, l’adrenalina e le albe con le armi in pugno? Quando si incontra l’amore non si realizza già una rivoluzione a cui arrendersi?

Forse i brigatisti erano i primi a essere terrorizzati, e quindi impotenti, come i personaggi dei peggiori film horror presi dalla paralisi, e che invece di abbandonare la casa infestata dai demoni scendono in cantina al richiamo delle loro voci, la torcia elettrica in mano per farsi vedere meglio. Terrorizzati di se stessi e delle proprie decisioni, sono prigionieri di un’idea astratta che li mantiene a distanze siderali dalla verità del vivere e morire, dalla corposa anima del mondo.

In un altro film una giovane terrorista chiama la madre da una cabina telefonica: è come l’incontro delle ombre nel regno dei morti, quando Ulisse vuole abbracciare la madre ma lei non ha corpo. Qui al contrario l’ombra è la figlia, il suo regno è l’inferno insediatosi nella realtà, una prigione di lucida determinazione, la decisione di dipendere da un dovere che giustifica ogni strappo, ogni rovesciamento dell’ordine naturale dell’esistenza: abbandonare chi si ama, sparare ai nemici (dopo avere eletto delle persone a nemici), sparare ai testimoni e ai traditori (anche agli amici); nascondersi, fingere, essere costantemente in allerta, difendere se stessi a qualsiasi costo; non sapere più chi sei tu e chi sono gli altri, e ciononostante confermare te stesso fino alla più rigida e assoluta intransigenza.

I terroristi di ogni tempo sono esseri piombati in un film dell’orrore da cui non riescono più a uscire, e a cui danno realtà e consistenza credendoci. Sono fantasmi dietro uno specchio, che uccidono e parlano tra loro, parlano e ricaricano le armi, vivono in perpetuo allarme, recitano ruoli, parlano, uccidono e ricaricano le armi e così via, in una vita finta e male interpretata.

Anche quando incontrano l’amore e tutta la pazzesca finzione dovrebbe evaporare, restano inchiodati al loro presente come farfalle. Tutto quello che fanno è senza referente, grottescamente astratto e sconnesso, tenuto insieme dall’armatura arrugginita di un ego (di un’idea) che non possono più togliersi. Come i tossici, pur di non riconoscere di aver sciupato la vita molti scelgono di rovinarla del tutto buttandosi a capofitto nel dolore, dentro e oltre lo specchio.

Specchiarsi in quella ostinazione era un orrore che ci riguardava tutti.

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