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Spira Mirabilis, ispirata celebrazione del genere umano

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In Spira Mirabilis Massimo D’Anolfi e Martina Parenti propongono una forma-documentario di dichiarata matrice filosofica. Quattro variazioni su un tema: l’immortalità. Il tema sottende le storie, stabilisce un ponte narrativo, ma ad affiorare con forza, in questa spirale di pensiero, è la magia di un umanesimo resistente ed esemplare.

Presentato in anteprima al festival di Venezia, dove è stato in corsa per il Leone d’oro, Spira Mirabilis esce oggi, 22 settembre, nelle sale italiane, distribuito da I Wonder Pictures.

D’Anolfi e Parenti adottano un metodo induttivo: partono dall’esperienza sensibile, dal singolo caso particolare, dalla materia grezza: una zolla di terra, una lastra di pietra, una lamina di metallo, la lente di un microscopio per ampliare ed elevare progressivamente la visione. Addizionando gradualmente nuclei narrativi scolpiscono l’opera. Un passo alla volta, un tassello alla volta scopriamo l’universalità di ogni “ciclo operativo”, fino a ottenere un affresco completo, che attesta e giustifica la funzionalità di ciascun quadro all’interno dell’insieme.

Abbiamo Leola One Feather e Moses Brings Plenty, una donna sacra e un capo spirituale, e la loro piccola comunità di indiani lakota, da secoli resistenti a una società che li vuole annientare. Seguiamo il processo di trasformazione di colossali pezzi di pietra che il lavoro imperituro di tecnici e restauratori trasformerà in statue, quelle del Duomo di Milano. Assistiamo all’opera certosina di Felix Rohner e Sabina Schärer, due artigiani svizzeri che fabbricano sofisticati strumenti musicali simili a dischi volanti. E poi c’è Shin Kubota, uno scienziato-cantante giapponese che studia ossessivamente il ciclo vitale della Turritopsis nutricula, una minuscola medusa biologicamente immortale.

Ciascuna di queste storie rappresenta uno degli elementi tradizionali dell’origine del mondo: il fuoco, la terra, l’aria e l’acqua. Infine ascoltiamo e vediamo L’etere, rappresentato da  Marina Vlady, che dentro un cinema fantasma ci accompagna alla scoperta di questi mondi narrando L’immortale di Borges.

Lo scopo, meglio il pretesto, di Spira Mirabilis, è dichiarato, raccontare l’immortalità; il legame tra le storie è evidenziato. Inoltre, il titolo del film rimanda a un ulteriore concetto, la spirale logaritmica lungamente studiata da Jakob Bernoulli. La spirale logaritmica, detta anche «spirale meravigliosa», è quella il cui raggio cresce ruotando e si distingue dalla spirale archimedea le cui spire, ruotando, mantengono la medesima larghezza. Ci sono molti esempi di spirale logaritmica in natura: per esempio nella struttura geometrica di alcune piante o nella tipica forma concentrica di certe conchiglie.

Spira Mirabilis è un film di svelamento, di scoperta. Ogni storia avanza per aggiunta progressiva di elementi e dettagli, al contempo, ogni storia dialoga con le altre in un montaggio alternato; il finale tirerà le fila per tutte.

D’Anolfi e Parenti avevano già diretto L’infinita fabbrica del Duomo (che della Spirale anticipa e approfondisce la storia delle statue), Materia oscura, Il castello e I promessi sposi. Il loro quinto lungometraggio documentario colpisce per l’eleganza visiva e per la ritualità compositiva. Come le storie che contiene, il film porta in sé le tracce del suo farsi: il maneggiare, il modellare, l’immettere, il perfezionare. Ed è nella silenziosa, lieve e ironica elaborazione delle storie gradualmente rivelate e consegnate allo sguardo dello spettatore che il film riesce a distinguersi per originalità e fascino.

«Noi crediamo che ci sia una minoranza resistente in questo mondo, ma anche all’interno di ciascuno di noi. Una minoranza resistente che può aspirare a fare cose migliori».

In questa dichiarazione degli autori sta la natura immanente del loro sguardo e dei loro intenti. L’ideale di progresso in Spira Mirabilis nasce dal salvaguardare (gli indiani americani), dal rigenerare (il restauro delle statue), dal valorizzare (l’arte applicata gli strumenti musicali), dallo scoprire (gli studi sulla medusa). L’uomo ha tutte le facoltà per rendere la terra un posto migliore, e dunque mirabile: l’immortalità sta nel gesto quotidiano finalizzato alla costruzione, nell’applicazione metodica, nello svolgimento di un compito che richiede cura e specificità, volontà e dedizione, ostinazione e desiderio.

Non vi è spazio per l’effimero e per la tecnologia in Spira mirabilis, le coordinate sono novecentesche, materiche, laiche e del tutto umaniste, in questo senso il film può essere interpretato anche come un poema morale. La bellezza risiede nella scoperta della freschezza originaria e immaginosa del fare. Solo così, il risultato sarà stupefacente. È nella realizzazione delle cose (piccole, ma in fondo grandi) e nella riappropriazione di un diverso rapporto con la materia – analogico, tattile, finito – che è possibile dare senso al tempo e al nostro abitare questo mondo.

Antonia Conti è nata a Livorno nel 1980. Si è laureata in Storia e critica del cinema all’Università di Pisa con una tesi sull’adattamento cinematografico di opere letterarie. Dal 2010 vive a Roma, dove lavora in ambito editoriale.
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