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Squarci ed echi da Questa notte, Canzoniere di Velio Abati

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di Rossella Farnese

Un canzoniere dalla struttura unitaria debole, o meglio, intermittente, quello di Velio Abati: quarantasette componimenti, organizzati in sei sezioni, che si collocano programmaticamente sulla linea Petrarca-Saba scardinandola su altri fili della letteratura italiana, da Gozzano a Caproni, da Montale a Zanzotto. Come non pensare, leggendo la prima poesia, intitolata Campagna elettorale, a Le due strade della gozzaniana Via del rifugio (1907): «presse grano, verde e giallo/ giallo e verde» rimanda alle «bande verdi gialle d’innumeri ginestre». E sfogliando l’indice, la sezione L’ospite cerimonioso rinvia subito al Congedo del viaggiatore cerimonioso (1965) di Caproni, cui fa eco anche l’alba della sezione Albe, rese e del singolo componimento L’alba, ora, scende tarda, a mio avviso emblema e chiave di lettura del Canzoniere di Abati, edito da Manni nel gennaio 2018 (pp. 80, € 12,00).

L’alba, ora, scende tarda.
Nel sonno intermittente che chiama
alla fatica quotidiana, imprevisto
gorgoglia breve un gozzo, gratta l’imposta.
Perché qui antiche mattine?
Ma non è una festa. Il ritorno
è sempre falso se
non lo sostiene la mente.

Il sonno non è più completo. Forse
una voce, un grido, una corsa.
Abbi, ripeto la forza dell’attesa. Senti,
la luce presto squarcerà la piazza.

Una poesia sospesa, sensoriale e radicata nell’hic et nunc, come Alba di Caproni: l’attesa, il ritorno falso, il «sonno intermittente» come le deserte porte del tram che si aprono e chiudono in eterno, «qua» e «qui», l’imprevisto gorgoglìo breve del gozzo, di sapore montaliano, come il fragore sottile del bicchiere.

Una poesia posta nell’ultima sezione, omonima della raccolta, Questa notte, che si dipana lungo le due coordinate della “notte” e dell’“ora”, i due assi volutamente ambigui del Canzoniere: infatti comunemente l’espressione “questa notte” può indicare tanto la notte appena trascorsa quanto quella che arriverà. Ed è in quest’alone che si situa l’opera di Abati, tra albe e sonno incompleto, tra «oggi» e «di nuovo», tra «ormai» e «tuttora».

Una poesia, quindi, che vuole essere squarcio, luce improvvisa nella piazza, un «frantumo di tempo» e un «taglio che unisce l’oggetto e la finzione». Componimenti brevi, haiku materici come Le poesie dei mesi, secondo quella dichiarazione di poetica in conclusione della poesia Legàmi?, «Il tratto/ ti dice/ è già stile».

La cifra dello stile di Abati è, forse, la pluralità, ma prima ancora l’adesione alla res, scrive infatti in Interno: «È troppo facile riempirsi la bocca/ di rotonde parole […] Dei nomi che hanno perso la cosa».

Non solo brevitas, quindi, adatta alla mensilità, ma molteplici movenze ritmiche, dal distico al verso libero, dal sonetto alla ballata, dall’ottava rima al poemetto, adatto alla cronaca della campagna elettorale. E in ogni testo vibra asciutta e dantescamente aspra la concretezza delle cose, così in Per una tenzone: «La poesia è nello sterco, nell’intrico/ di coscienza chiara e angoscia mortale». Una poesia di «viole e sangui», musicale e letteraria, colta e colloquiale, toscaneggiante ed espressionistica come il denominale «s’ingialla» di sapore reboriano, o il neologismo dantesco «s’indìa» o l’onomatopeico «grìcoli» che allude alle dita che solleticano i bambini.

Un canzoniere che sta nella veglia, nell’attesa, nella rilkiana melodia delle cose, nella montaliana maglia rotta della rete, che ha la resistenza del fragile, l’evanescenza dell’alba, la stimmung della ginestra leopardiana, così in chiusura, in Aggiornamenti: «Irromperà/ lo squillo del picchio».

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