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Come una stanza distorta. La poesia di John Ashbery

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«Se vi può in qualche modo consolare, noi ammiriamo i primi libri di John Ashbery. / Se vi può in qualche modo consolare, non sentirete niente.»

Sono i due versi finali di una poesia magnifica di Ben Lerner (tratta da Le figure di Lichtenberg, Tlon, la poesia intera qui). Due versi che mi sono tornati in mente appena ho cominciato a leggere Autoritratto entro uno specchio convesso di John Ashbery (Bompiani, 2019, traduzione di Damiano Abeni). Il libro, un capolavoro, forse il più bello del poeta americano, di sicuro uno dei più significativi, uscì negli Usa nel 1975 e vinse tutto i premi che un poeta può vincere, con una singola pubblicazione, in America. Non è tra le primissime raccolte poetiche di Ashbery, perciò non so se, tra “i primi libri”, Lerner pensi anche a questo, ma avendo letto molto Lerner e conoscendo un pochino la poesia di Ashbery mi sento di azzardare che sì, anche questo libro è degno dell’ammirazione di quella poesia, del resto tutta quella raccolta di Lerner è permeata dall’influenza di Ashbery.

«[…] non qui non ieri nel passato / solo nella lacuna dell’oggi che colma se stessa / mentre il vuoto è suddiviso / nell’idea che ora sia / quando quell’ora è già passato»

Autoritratto entro uno specchio convesso esce nella nuova collana Capoversi di Bompiani (in ottima compagnia, si veda, ad esempio L’ultimo spegne la luce di Nicanor Parra) che si propone la pubblicazione, almeno per questi primi titoli, di grandi libri di poeti, mai tradotti, o tradotti poco, o di cui i libri sono perlopiù introvabili. La raccolta è tradotta splendidamente da Damiano Abeni (ormai il maggior traduttore di poesia dall’inglese americano all’italiano) ed è arricchita da uno scritto di Harold Bloom, tanto bello e intenso da giustificare già da solo il prezzo di copertina, peraltro molto ragionevole.

«[…] E così, nella nostra tenebra filtra la vita, / tenendo fede al patto. Ma che ne è / delle case in rovina, desolate in questo momento: / non è bello anche questo e meraviglioso? / Poiché dove una volta vi è stato un miraggio, deve esservi vita.[…]»

La poesia di Ashbery è spesso, a mio avviso, una finestra che si apre su un interno, che al suo interno ha un’altra finestra che spalanca un altro interno, e così via fino ad arrivare a un’ultima finestra che riporta alla prima; però in mezzo, tra una finestra e l’altra si ripropone la prima e alla decima ritorna la terza, la quinta incrocia l’ottava, come in labirinto fatto di stanze che riflettono, lasciano che i versi rimbalzino e trovino un cuore che sta tra la storia e il tempo, tra il viaggio onirico e la sostanza della pietra, tra il canto e il silenzio. Questo meccanismo immaginario è capace di creare un mondo luminoso e inafferrabile che mai del tutto si comprende. È l’incomprensibilità, l’inafferrabile senso profondo della parola, il segreto, il mistero dei versi di John Ashbery, il motivo per cui non si può fare a meno di leggerlo, per cui non possiamo smettere di leggerlo.

«[…] Perché s’accresce solo grazie ai frammenti. / Ogni sera usciamo a passeggio per vedere / come vanno i lavori del tempio. / Interessa in modo specifico osservare come / un pezzo viene aggiunto al precedente. / Per lo meno non è orrendo come / trovarsi all’ospedale a capire fino in fondo / cosa vuol dire starci. / Così si è tentati di non annoverare questa pagina / tra i frammenti delle nostre vite / proprio mentre il suo significato sta per coagularsi / nell’aria che ci circonda […]»

Autoritratto entro uno specchio convesso è, naturalmente, il dipinto del Parmigianino, conservato a Vienna. Il quadro è in dialogo costante con i testi del libro, ed è la scintilla da cui Ashbery parte. Man mano che il libro si compone (e si scompone) il poeta e il pittore, i versi e il quadro, si riconoscono; scrivendo, Ashbery, si mette nel quadro e lo reinventa, o – più semplicemente – trova il codice del dipinto, che è uno specchio nello specchio, un ritrovamento dell’uomo e della sua storia che passa dalla semplice osservazione di un oggetto al suo completo disvelamento, frantumandolo e ricostituendolo, così come fa il poeta mediante la lingua.

Ashbery quando scrive frattura, lascia crepe in cui chi legge può entrare fino a perdersi del tutto, per poi ritrovarsi in un piccolo frammento che sia un fiore, un gesto, un perduto momento.

«[…] Sono le rogne e i momenti difficili / a dirci se saremo conosciuti / e se il nostro fato potrà servire da esempio, come una stella. / Tutto il resto è attesa / di una lettera che non arriva mai, giorno dopo giorno, l’esasperazione che monta / finché alla fine la stracci senza sapere cos’è, / lasciando su un vassoio le due metà della busta. / Il messaggio era assennato, a quanto pare / dettato tanto tempo fa.»

Nel quadro del Parmigianino si vede una stanza distorta ed è dentro quella distorsione che John Ashbery prende dimora, con un linguaggio che non dà tregua, che avanza di cerchio in cerchio, che ti solleva da terra, ti cattura, ti costringe alla concentrazione estrema, non ti regala il conforto del breve; se la poesia accelera lo fa anche per 500 versi, per leggerli tutti bisogna avere paura, è necessario farsi coraggio, poi bisogna essere allenati alle pause, ai ritorni, ai rimandi, ai continui dentro e fuori, alle evocazioni. Bisogna, poi, entrare come fa il poeta in quell’autoritratto e stare in uno spazio convesso assecondando il ritmo e vivendo la sospensione di tempo che Ashbery crea.

Bloom scrive: «Ashbery va a caccia dell’anima, seguendo Parmigianino, e trova solo due entità disparate, una mano “grande abbastanza / da sfasciare la sfera”, e un vuoto ambiguo, una stanza senza recessi […] un pianeta come la nostra terra, in cui “non ci sono parole per la superficie, cioè, / nessuna parola per dire ciò che è in realtà.”» L’anima, il vuoto, di nuovo le stanze. L’attenzione, l’attraversamento della soglia, la rinuncia al valico per affrontarlo più avanti. La soglia si varca con lo sguardo, con il corpo e con la lingua; queste tre componenti insieme all’elemento tempo disegnano il volto nello specchio convesso del grande poeta e fondano la sua opera, il suo chiaroscuro, lo svelamento e la sottrazione allo sguardo, la materia e il sogno, la verità e l’immaginario. “il vero non appaga”, recita un verso. La realtà da sola non basta, ma serve ad Ashbery per essere reinventata in un mondo vagamente sopportabile, decisamente raccontabile. In quell’attrito tra onirico e reale scoppia la poesia di questo libro, che va via come un fiume in piena e lascia detriti pronti a sparire l’attimo dopo che li abbiamo fissati.

«[…] Quello che dovrebbe essere il vuoto assoluto di un sogno / si colma di continuo […]»

Così come si colma e si svuota il senso, così come non esiste il tempo ma solo l’attesa per un momento che al suo accadere sarà già passato. Ashbery scrive versi che ci piombano addosso con la certezza del saggio accademico e con la leggerezza della fiaba, la morale non è altro che la domanda continua che la poesia pone. Quando ci consigliano app per la cosiddetta realtà aumentata noi possiamo rispondere che leggiamo Ashbery, che “ammiriamo i primi libri di Asbery” e i successivi, e che, sì, come scrive Lerner “non sentirete niente”, perché avrete sentito tutto.

Gianni Montieriè nato a Giugliano nel 1971 e vive a Venezia. Ha pubblicato: Le cose imperfette (ottobre 2019 per Liberaria) Avremo cura (2014) e Futuro semplice (2010). Suoi testi sono inseriti nella rivista monografica Argo, nei numeri sulla morte (VIXI) e sull’acqua (H2O) e nel numero 19 della rivista Versodove; sue poesie sono incluse nel volume collettivo La disarmata, (2014). È tra i fondatori del laboratorio di scrittura Lo squero della parola. Scrive su Doppiozero, minima&moralia, Huffington Post, Rivista Undici e Il Napolista, tra le altre. È redattore della rivista bilingue THE FLR. È nel comitato scientifico del Festival dei matti.
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