Daniele Franzella, L'homme armé, terracotta policroma e alpacca, 2013, 70 x 55 x 20. Collezione privata

Stefano Trucco nel Gran Bazar del XX secolo

“Il Gran Bazar del XX secolo”, romanzo di Stefano Trucco pubblicato da Aguaplano Libri, sarà presentato a Book Pride sabato 16 marzo alle 12 (sala Scerbanenco – Fabbrica del Vapore). A dialogare con l’autore ci sarà Luca Pantarotto, che qui lo intervista.
(Foto:”L’homme armé”, opera in terracotta policroma e alpacca di Daniele Franzella, sulla copertina del libro.)
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Stefano Trucco è un narratore a cui piace giocare. Con la Storia e con le storie, con la cultura pop, la letteratura e il cinema. È, per così dire, uno scrittore che si trova a suo agio negli spazi di confine, nell’esplorazione di quei territori grigi estesi lungo la linea divisoria, spesso sottilissima, posta a separare la strada percorsa dall’umanità dalle infinite deviazioni che si ramificano subito ai lati del sentiero, il modo in cui vanno le cose da tutti i modi possibili in cui sarebbero potute andare se appena appena una lieve vibrazione nella traiettoria degli eventi ne avesse spostato il corso anche solo un paio di millimetri più in là.

Per esempio, prendiamo 1958. Una storia dell’età atomica, un breve racconto pubblicato l’anno scorso da Intermezzi. Lì Trucco immagina un’Italia alternativa in cui il fascismo non c’è mai stato, risoltosi in burletta nel corso di una fallimentare Marcia su Roma finita nel nulla perché quel giorno pioveva troppo e il Re aveva mandato un cospicuo contingente di fanteria contro gli sbandati di Mussolini. Da lì in poi storia si modifica di conseguenza: alla fine della Seconda guerra mondiale, Mussolini è una specie di starlette che fa la bella vita in esilio tra salotti e crociere, il referendum per la democrazia non c’è mai stato e il paese è una monarchia parlamentare in pieno boom economico e tecnologico che, sotto il trono di Umberto II (sposatosi con Ingrid Bergman), è governata di volta in volta da destre nazionaliste e democristiane e sinistre socialiste, con nomi noti a ricoprire ruoli inediti. A narrare la storia in prima persona, Andrea Carcano, attore omosessuale, figlio di un potente uomo politico / agente segreto, uno di quelli che fanno la storia nell’ombra in quel labile confine che separa la diplomazia dal golpe, costretto dal padre ad accompagnarlo a Roma nel momento più grave dell’ennesima crisi governativa italiana, in una specie di riscrittura fantapolitica del “Sorpasso” di Dino Risi. E all’orizzonte, la bomba atomica, di cui tutto il mondo si sta dotando, mentre l’Italia che fa?

Riscrittura del passato, materiali popculturali shakerati e remixati, omaggi a padri celebri e un’inesausta attrazione per le pieghe nascoste della storia sono tutti ingredienti che ritornano anche nell’ultimo romanzo di Trucco, da poco in libreria per Aguaplano: Il Gran Bazar del XX secolo. Stavolta l’occhio del narratore si sposta più indietro ancora, per concentrarsi sulle ultime settimane di guerra, quando il fascismo è morto, la Repubblica di Salò è ormai del tutto screditata e lungo tutta Italia si respira un’aria ambigua, tra lo spaesamento per la fine di un mondo e le incerte conseguenze che necessariamente porterà con sé la nascita di un nuovo ordine. Lo zoom si restringe su Genova, tra la fine di marzo e il 25 aprile, per seguire le tracce di Anselmo Magnasco, giornalista mediocre, poeta dimenticabile, Uomo senza Qualità in procinto di vivere l’unica, la più grande e l’ultima avventura della sua vita: un percorso di rivelazione che lo porterà a scoprire l’esistenza, subito oltre la soglia del conoscibile, di orrori ben più spaventosi di quelli prodotti dalla guerra. Tanto spaventosi da rischiare di perdere la ragione.

Prima domanda, quella di rito: da dove nasce l’idea de Il Gran Bazar del XX secolo?

Ovviamente dalla lettura adolescenziale di H.P. Lovecraft, della sua prima vera antologia, I mostri all’angolo della strada, curata nel 1966 da Fruttero e Lucentini. Una lettura serale spaventosa, che mi rendeva intollerabile l’idea di scendere dal letto la mattina, nella certezza che due tentacoli mostruosi sarebbero usciti ad afferrarmi le caviglie per strapparmi alla mia famiglia nel casermone popolare modernista anni ‘60 in cui vivevo, a Genova nel quartiere Quezzi, e trascinarmi sotto il letto in un vuoto cosmico popolato di orrori innominabili… Il rapporto con il Nevrotico di Providence poi è rimasto stabile, anche se con il tempo è cambiato. Anni fa lessi il primo libro di Michel Houellebecq, il famoso saggio su Lovecraft intitolato Contro il mondo, contro la vita. Lì a un certo punto Houellebecq fa un’ipotesi interessante. I protagonisti dei racconti di Lovecraft sono tutti gentiluomini del New England esangui e già abbastanza problematici per conto proprio, un po’ come il loro autore, che poi, messi di fronte agli orrori degli Dei Oscuri, non potevano che accartocciarsi del tutto su se stessi e impazzire: ecco, Houllebecq si chiedeva se altri caratteri, un po’ più forti e centrati, non avrebbero potuto reagire diversamente. Inoltre volevo giocare con l’idea di paragonare gli orrori della fantasia di Lovecraft, calibrati sulle ossessioni e i pregiudizi degli USA del primo Novecento, con gli orrori reali del tempo di guerra. Perciò l’idea era di immaginare un protagonista diverso e una realtà diversa su cui far interagire quell’immaginario potentissimo, una realtà di orrori ben documentati e ancora ricordati, come appunto la Seconda Guerra Mondiale e quell’imbarazzante accrocco che fu la Repubblica Sociale Italiana.

E così hai deciso di trapiantare Lovecraft a Genova nelle ultime settimane di disastro bellico e vedere cosa sarebbe successo. Del resto non è la prima volta che giochi con la storia italiana: l’anno scorso hai pubblicato per Intermezzi un racconto dal titolo 1958. Una storia dell’età atomica, in cui immagini che in quell’anno l’Italia sia diventata per la prima volta una potenza nucleare.

Ho sempre letto più storia che narrativa e uno dei difetti della cultura letteraria odierna mi pare la monocultura del romanzo, che porta all’esclusione, dal panorama di interessi del lettore medio, della storiografia e della saggistica in genere (filosofia, sociologia, critica), come se non fossero letteratura anch’esse. Poi la storia mi interessa non solo e non tanto per quanto possa insegnarci sul presente ma proprio come gossip, come desiderio di sapere cos’era successo e a chi, recupero di nomi famosi dimenticati e modernità invecchiate: la banale constatazione che le cose vecchie un tempo erano nuove fiammanti. Inoltre sono sempre più convinto del fatto che, per l’Europa (ma non solo) di oggi, il periodo delle guerre mondiali e dei totalitarismi, dal 1914 al 1945, con Hitler, il Nazismo e l’Olocausto al centro, sia un po’ il nostro Far West, l’equivalente di un’epica nazionale in cui si possono ambientare le storie e testare i caratteri e affermare o negare i valori. Un set di personaggi e situazioni noti anche al lettore/spettatore meno informato, suscettibili di essere declinati in tutti i modi, tragico, comico, assurdo, elegiaco, romantico, fantastico, politico, proprio come il genere Western per gli Usa del XX secolo. In un contesto del genere lo scenario ideale per la storia che volevo raccontare era proprio il periodo di Salò: un regime nato morto, che non può fare altro che reagire con la violenza tanto è disperatamente debole e screditato fin dalla sua proclamazione, figurarsi poi negli ultimi giorni, quando ormai tutti sanno come andranno a finire le cose malgrado le deliranti fantasie di super-armi tedesche.

Restiamo sul fascismo. Qualche mese fa hai scritto una recensione a M. Il figlio del secolo di Antonio Scurati, in cui noti una cosa interessante: la completa assenza, nella narrativa italiana del secondo Novecento, di un “romanzo balzachiano”, cioè “un tipo di romanzo i cui argomenti fossero il potere e l’ambizione (politica ma non solo) e i loro rapporti con la società, o più in generale un romanzo al cui centro fossero protagonisti che volevano qualcosa e agivano per ottenerlo, con tutte le conseguenze, buone e cattive, del caso”. Non si può certo dire che Anselmo Magnasco, il protagonista del tuo romanzo, sia il personaggio più adatto a colmare questa lacuna, non trovi?

Non necessariamente uno si sente in grado di scrivere quel che vorrebbe leggere. Del resto, un romanzo con protagonisti sottoeducati ma sovraeccitati e sovramuscolati  l’ho già scritto, Fight Night. Qui volevo esplorare un’altra figura tipica della nostra realtà e della nostra narrativa “seria”, in cui troppo spesso i protagonisti sono intellettuali di vario genere (o, peggio ancora, ‘inetti alla vita’): un tipico intellettuale italiano del tipo meno simpatico, un cinico puttaniere, opportunista in politica anche se troppo pigro per essere un vero arrivista, culturalmente arretrato a parte il suo amore per il cinema, e in linea generale ‘intensamente mediocre’ – insomma, un personaggio che Lovecraft (che del resto non amava gli italiani) non avrebbe apprezzato per niente. Però scopriamo che Magnasco è anche una vittima, capace di fare del male ma a cui è stato anche fatto del male. Così lo costringo a affrontare orrori innominabili armato solo del suo sarcasmo, dei suoi sogni lucidi e, a un certo punto, di una Walther P.38.
Poi c’è un’altra cosa, che si ricollega a quanto detto prima sul periodo 1914-1945 come nostra “epica western”. Quando leggiamo di quei tempi, sapendo come è andata a finire, ci identifichiamo facilmente con le vittime e i dissidenti. Non abbiamo di solito molti dubbi su cosa avremmo fatto noi né tantomeno su come giudicare chi fece le scelte che fece. Io invece ho seri dubbi su quel che avrei fatto o non fatto, se sarei stato vittima o carnefice o complice o spettatore (il tema dominante dei prossimi anni, mi sa). Anselmo non deve solo affrontare Cthulhu e il Necronomicon, ma anche il fatto che i suoi due migliori amici sono su fronti opposti: Gabriele Ferrari è un ufficiale delle Brigate Nere e Giovanni Benedetti un partigiano dei GAP, i Gruppi d’Azione Patriottica, che negli ultimi giorni convulsi prima della Liberazione lo costringono a uscire dalla zona grigia e fare delle scelte. Del resto, se hai una Walther P.38 nella tasca non puoi tirarti indietro, no?

C’è un aspetto del tuo romanzo che mi ha colpito più degli altri: la scelta di dare vita a una storia perfettamente lovecraftiana in un mondo in cui Lovecraft sembra non essere mai esistito. Nessuno lo nomina mai né sembra conoscerlo. In compenso le mitologie create da Lovecraft sono più che reali: c’è il Necronomicon, c’è Cthulhu, i Grandi Antichi, i Mi-Go, Nyarlathotep. E poi ovviamente c’è Magnasco, che su Lovecraft è modellato in tutto e per tutto.

Lovecraft venne tradotto in Italia per la prima volta verso la fine degli anni Cinquanta. Prima è legittimo pensare che non lo conoscesse nessuno: delle riviste pulp americane si traducevano i gialli, non certo l’horror. A un certo punto Magnasco si imbatte in un mucchio di riviste dove Lovecraft pubblicava – Weird Tales, Astounding Stories – ma trova i titoli ridicoli e non le sfoglia nemmeno. HPL compare solo in epigrafe insieme a Galeazzo Ciano.
Del resto, Anselmo Magnasco è per certi aspetti Lovecraft: fisicamente è identico e come lui è un rampollo della buona borghesia diventato improvvisamente povero e facile preda dell’orrore. Poi, certo, è un reazionario italiano post-Risorgimentale e para-D’Annunziano che frequenta bordelli, cosa che il povero Howard Philip dubito molto facesse. Si imbatte nel mondo del Necronomicon, della Grande Razza e degli Dei Oscuri del tutto autonomamente e non avendo letto i racconti non sa veramente come comportarsi, malgrado il futuro continui a mandargli segnali che non sa codificare, così che finisce per andare a pezzi psichicamente per poi rimettersi insieme alla bell’e meglio.
E poi ho pensato bene di riallacciarmi a una tradizione nuova o almeno rimodernata (perché a suo modo c’è sempre stata), cioè la letteratura di fandom, le continuazioni più o meno autorizzate dei classici della cultura di massa e non solo. In fondo la mia vera base letteraria sono certi romanzi di fantascienza e affini degli anni Quaranta-Settanta, più un certo numero di gialli. Non ho letto narrativa ‘seria’ prima dei trent’anni.

E infatti Il Gran Bazar del XX secolo fa della mescolanza di generi, stili e soluzioni narrative la sua cifra caratteristica. La trama horror e il romanzo storico si intrecciano l’una all’altro confondendo e annebbiando i propri rispettivi confini, ma all’interno di questa struttura generale c’è anche altro: episodi quasi da sit-com, situazioni pirandelliane da teatro grottesco in chiave weird, innesti documentari, persino un omaggio al radiodramma. Un intervistatore più bravo di me, schiarendosi la gola, ti chiederebbe qualcosa del tipo: “Forse con questa scelta intendevi rispecchiare nel tuo racconto la complessità del reale?”. Io invece ti chiedo: “Non hai paura che questa scelta finisca per compromettere l’atmosfera della storia che vuoi raccontare?”.

La prima che hai detto. Viviamo in una epoca di critica neo-normativa in cui si specifica in dettaglio come vadano scritti i romanzi, allo stesso modo in cui un tempo si pretendevano le unità aristoteliche a teatro. Del resto, non sono nemmeno regole insensate: se usate con criterio funzionano. Ma il feedback fra romanzo e realtà resta inaggirabile. So bene che non puoi chiudere il mondo in un romanzo, che dalla realtà si deve selezionare arbitrariamente una storia che abbia un senso – specie poi se è una storia con mostri cosmici morti che attendono sognando nella città perduta in fondo all’abisso, mentre nel frattempo gli Alleati avanzano su per la penisola e i partigiani si preparano all’insurrezione. La realtà però è fatta proprio di quella  sovrapposizione di azioni parallele, mood e sentimenti.
Per esempio, un manifesto che vidi mentre già stavo scrivendo il romanzo dà l’esatta idea di quel che ho provato a fare. Era un manifesto incorniciato in un ristorante di Currò, in provincia di Cuneo: l’annuncio della Sagra del Bue Grasso nel novembre del 1945. Si promettono divertimento e orchestre da ballo. Al cinema verrà proiettato l’ultimo successo di Erminio Macario, L’innocente Casimiro, con Lea Padovani e un giovane Alberto Sordi. Prima del film, però, sarà proiettato un “interessantissimo documentario” sui “lugubri campi di concentramento tedeschi”. Insomma, solo pochi mesi prima ci si sparava fra compaesani e la terra era corsa da eserciti stranieri; oggi invece si torna a far festa, si balla e c’è il carrello dei bolliti, e l’innocente comicità di Macario si affianca, nello stesso cinema con le sedie di legno, a Auschwitz e Buchenwald. Non ho idea di cosa pensassero i contadini e sensali di bestiame in quel novembre del 1945 e di quale teoria estetica o morale possa tenere insieme le due cose, ma a quanto pare loro ci riuscivano e l’idea sarebbe di prendere atto della cosa.

Un’altra domanda che mi chiedevo, leggendoti. Ti conosco ormai da diversi anni e so che secondo te uno dei difetti della narrativa italiana recente è la sua eccessiva tendenza a ricalcare modelli americani: ecco, ma allora l’idea di “rifare” Lovecraft a Genova in che rapporto è con questa tua posizione?

Il fatto è che per la mia generazione (e per le due o tre successive, direi) la cultura americana era l’unica che contasse, in letteratura come al cinema, in musica come nei fumetti – con rare eccezioni. Se ho cominciato a leggere narrativa ‘non di genere” solo dopo i 30 anni, quella italiana (a parte Eco, Morselli e Arbasino) è venuta solo dopo i 40. E così penso a queste fulgide anime americane intrappolate in corpi e biografie italiane che, oggi, cercano disperatamente di descrivere una vita italiana di cui non gliene potrebbe fregare di meno secondo modelli americani, considerati superiori solo in quanto americani. Un gioco  che, guarda caso, spesso non funziona. La mia idea è che dove abbiamo una tradizione letteraria italiana funzionante dovremmo riallacciarci anche a quella, tipo leggere meno Raymond Carver e più Mario Soldati, che con Carver tra l’altro condivide alcuni temi e affinità. In compenso, dove quella tradizione non ce l’abbiamo o è debole allora è giusto prendere esempio, sempre tenendo conto della necessità di riadattare quella tradizione al nostro clima. Per esempio i giallisti ci sono riusciti benissimo, altri generi un po’ meno o per niente. Ci sono cose che hanno solo gli americani e che sono il loro vero contributo alla cultura mondiale (i Federalist Papers, Ralph Waldo Emerson, Broadway, il Western, il jazz), cose che non hanno paralleli italiani. Fra queste, decisamente, Lovecraft.
Poi io non ho cercato di rifare lo stile di HPL. Semmai ho provato a mettere insieme uno stile anni Trenta formato dal cinema, ma indubbiamente italiano – dove invece di ‘jazz’ bisognava dire ‘ritmi sincopati’ ma era quella cosa lì.

Ecco, il cinema degli anni Trenta. Il tuo romanzo ha uno dei suoi punti di forza proprio nella presenza costante di materiali pop di vario genere: film, canzoni, oggetti, libri e autori dimenticati. A modo suo tutto il libro diventa così una specie di Gran Bazar del XX secolo, no?

Appunto. Nel bene come nel male: la grande menzogna dei nostri anni nerd è stata, come ha giustamente detto Violetta Bellocchio, “imparate a memoria un’interminabile fila di cazzate, e il mondo sarà vostro”. Io, come quasi tutti, ci ho creduto e, per quanto stia da anni cercando di cambiare il mio arredamento mentale, il repertorio pop lo conosco bene. E se vuoi rifare la vita, come si diceva sopra, non solo devi sovrapporre gli stili e le atmosfere, ma ricordare che siamo tutti costruiti dai nostri riferimenti culturali e che bisogna metterceli, quei riferimenti, perché non c’è nulla di più artificiale dell’uomo messo a nudo. Senza dimenticare che, oltre ai riferimenti pop che tutti conoscono e a quelli utili soprattutto a dividere fra buoni e cattivi, ci sono quelli dimenticati, che non importano quasi più a nessuno eppure sono pop anche loro. Ecco, quelli sono i riferimenti che piacciono a me, come le canzoni di Rabagliati e di Natalino Otto.

Luca Pantarotto (1980) è nato a Tortona e lavora a Milano, dove si occupa della comunicazione digitale di NN Editore. Scrive di letteratura americana su vari blog e magazine; cura inoltre un blog personale, La lista di Holden, dedicato alla storia del Grande Romanzo Americano.
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