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Steinbeck

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Abbiamo più volte parlato su questo blog de I segnalati, primo romanzo di Giordano Tedoldi, uscito dopo il suo libro di racconti Io odio John Updike. Ma è con piacere che riproponiamo ai lettori di m&m (e magari per qualcuno sarà la prima volta) il racconto con cui Tedoldi si affacciò ufficialmente al mondo letterario. Steinbeck uscì per la prima volta nel 2004 nell’antologia di autori vari La qualità dell’aria. (Immagine: “Portrait of an Artist (Pool with two figures)”, David Hockney. Fonte.)

di Giordano Tedoldi

Chiamatemi pure Steinbeck. Ma come i grandi narratori del suo stampo, penso che tutto ruoti attorno ai soldi. Un campo di concentramento valutario. $Auschwitz$. Se la gente fosse meno ipocrita, se la gente dicesse fin dall’inizio che le cose stanno così. Invece dicono: stress, tante cose da fare, responsabilità, scuola dei bambini, moda e televisione. Più il denaro è importante e più si dicono menzogne che ne nascondono l’importanza. Nella mia vita, io sono stato poverissimo, ricchissimo, povero, ricco, medio, medioricco, mediopovero. Si può dire che si inizia a respirare, almeno così la vedo io, dal momento che si ha una carta di credito. Se hai una carta di credito, il novanta per cento delle cose ti riesce più facile. In generale, dopo che hai una carta di credito, si instaura un rapporto morboso, a volte di natura anche esplicitamente sessuale, tra te e uno o più impiegati della tua banca.

Può capitarti che sei in vacanza, sei a sciare, sei andato sul ghiacciaio del Cervino, e la sera hai voglia di comprare un po’ di roba al supermarket perché da mangiare, a casa, non c’è più niente. Compri questo fottio di roba al supermarket alle falde del Cervino e ti presenti alla cassa con un carrello stracolmo e la carta di credito non funziona. Non funziona perché il tuo amante della banca, la banca che ti ha dato la carta, ha deciso di togliertela. Lui non ti darà spiegazioni. Te la vuole togliere e basta. Gelosia. Non ti resta che far pagare qualcun altro, tirare fuori dei contanti come un pezzente qualunque, peggio ancora, come un pezzente con carta di credito tagliata da grandi forbici, balbettare una scusa umiliante o fingerti indignato e lasciare la spesa che hai impiegato anni a fare. Col cazzo che poi ci puoi tornare, a quel supermarket, l’unico seriamente fornito di Cervinia, dopo una figura così.

Il comportamento delle banche non è mai razionale. Io con le banche, nella mia vita, ho avuto rapporti ottimi, pessimi, discreti, buoni, decenti, graduati insomma. Non ho mai incontrato un direttore di banca che sapesse quello che stava facendo. Figuratevi i suoi sottoposti. C’è il tipo del direttore di banca megalomane, che pensa di meritare il posto di Alan Greenspan alla Federal Reserve, ma purtroppo è costretto a starsene nella sua discreta filiale di Centocelle. C’è quello lumacone, che è disposto a farti un trattamento di tutto riguardo se regali un caminetto alla moglie. C’è quello che si sente preside di scuola, e ti prende da parte e ti dice così non si fa. C’è quello che quando lo vai a trovare dopo essere stato sul ghiacciaio del Cervino, dopo che lui ti ha smerdato al supermarket dove avevi fatto la spesa, non si degna di salutarti, di prenderti in considerazione. Tu gli restituisci la carta di credito e gli dici: “Brutto figlio di puttana e allora?” E lui: “Purtroppo c’era uno scoperto di cinque, dieci, ventimila euro”. E tu: “Ringrazia Iddio che mi manca un braccio sennò ti strozzavo, quant’è vero Iddio ti strozzavo”.

Sì sì, tra di voi, lettori, lo so che ci saranno quegli ingenui, quegli stronzetti vestiti firmati dalla testa ai piedi che pensano che sto esagerando. Quei testa di cazzo con il vizio di toccarsi ogni cinque secondi il colletto della camicia. Li conosco, stronzetti come voi. Fate una prova, stronzetti, fatevi un mese, o due mesi, a duecento euro al mese. Prosciugate i vostri conti, dite che il papà è stato arrestato per bancarotta fraudolenta, dite che la mamma s’è beccata un esaurimento nervoso e non tiene più in pugno la famiglia e la filippina s’è licenziata perché non prendeva lo stipendio dall’11 settembre. E vediamo se non vi cambia la vita. Stronzetti con quei colletti delle camicie che non stanno mai fermi, ve li toccate ogni cinque minuti. Io delle ragazze le ho letteralmente raccolte dalla strada. Non mignotte, ragazze rispettabili, istruite, laureate in lettere senza uno straccio di lavoro, laureate in filosofia che facevano ripetizioni di tedesco per tenere a bada i genitori che non aspettavano altro che la laurea per cacciarle di casa a pedate. Normalmente queste poveracce finiscono nel giro dei concorsi pubblici. E allora è finita. $Auschwitz$. Arcipelago Euro.

Il mondo gli si chiude attorno, non respirano più: cominciano semplicemente a tribolare. Passano di scalino in scalino, ogni scalino una prospettiva migliore dello 0,0001%, alla fine non sanno neanche più se stanno salendo o scendendo, se si sono slogate una gamba, gli sbalzi di carriera, infinitesimali, le intontiscono completamente. Cominciano a rosicare anche. Vedono alla tv le modelle dei calendari, le conduttrici, le presentatrici, le giornaliste dei tg, gente che presumibilmente non vale un’unghia più di loro e che fa una vita migliore. Che non ha mai seguito le tappe di una carriera, è semplicemente stata presa, sollevata e piazzata lì. E le nostre amiche si lamentano? Nient’affatto. Pensano di essere fortunate perché non rischiano il posto di lavoro come gli operai Fiat di Termini Imerese. Ragazze di questo tipo, che ci hanno rinunciato in partenza, ne ho conosciute tante. Cristo santo non avrebbero le palle per rapinare una banca neanche se la banca glielo chiedesse. Sono oneste, loro. Non si metterebbero a fare una truffa neanche se la truffa fosse sicura. Non sparerebbero a un ricco, uno di quei ricchi volgari, sfondati, osceni, no, non gli sparerebbero neanche se quello avesse un cancro al fegato grosso come un bignè fritto. Io queste ragazze, tutte le volte che posso, di persona, o al telefono, cerco di cambiarle. Di farle ragionare. La banca, rapinala. La truffa, falla. Il ricco col cancro, ammazzalo. E loro niente: niente di niente. Oneste. Povere ma oneste.

Di una di queste mi sono pure innamorato. E glielo dico in continuazione: “Ti piace tanto la miseria? Ti piace tanto farti prendere per il culo da questi morti di fame che poi i soldi manco ce li hanno, guardali, gli imprenditori italiani, ne salta uno ogni anno, sono tutti indebitati fino al collo, sanno solo fare operazioni di maquillage finanziario da ciarlatani provetti. Ti fai spremere come un’arancia da questi figli di puttana superpubblicizzati e iperindebitati. Ti rassegni a friggere le patatine in una topaia del quartiere studentesco mentre loro si fanno fuori il Vitello Grasso all’Adlon di Berlino. Che cazzo di morale è la tua?”, dico a questa donna di cui sono innamorato. Non c’è verso di farla ragionare. Continua a friggere le patatine con l’olio di semi. E a Berlino ci va sì, ma con i boy-scout, col sacco a pelo, a Kreuzberg, il quartiere delle pulci umane. Ci andrà fino a sessant’anni coi boy-scout, col sacco a pelo. E con l’olio di semi per friggere nel sacco a pelo.

“Che cazzo vuoi bella mia?”, le direi. “Ti sembra di vivere in un mondo libero, equo, dove ciascuno può giocarsi le sue carte indipendentemente dall’aspetto che ha, dalle proprie private inclinazioni sessuali, e soprattutto dai soldi?” E lei zitta, umile, con quei vestitini da studentessa di sinistra, sottili come carta da zucchero, rugosi come carnagione malata, con i capelli raccolti da un nastrino unto color fegato, a friggere nel cucinino del nostro appartamentino le patatine con l’olio di semi vari che ci dà quel bell’alito micidiale. Porco dio. Cazzo è difficile amare una donna sotto certe condizioni, ma forse non è nemmeno così difficile. Forse è come quando l’incubo che stai facendo comincia a durare così tanto, a estenuarti per così tanti minuti e ore di sonno, che ti sembra un sogno. Ti ci abitui. Ami gli incubi, dici: sono carne della mia carne. Carne magra, sempre carne però. Che soldi prendono i sogni? Ogni volta che giaccio con la mia donna, spero che quell’alito micidiale, in fondo, non cambi mai.

Mi presto a tutte le facili ironie di questo mondo, ma la preferisco così, con l’alito della dieta, l’alito del vuoto di stomaco. Il mondo, là fuori, con tutte le sue bellezze naturali e tutte le sue avventure, mi stanca più facilmente della bocca della mia donna. Da bravo nazionalsocialista per dispetto, credo non verserei una sola lacrima se la bomba più sofisticata e devastante dell’arsenale americano riducesse la Terra a una crosta inanimata e radioattiva. Io c’ho il mio pigiama bucherellato e mi faccio addosso alla mia donna, le tocco la fica e la sento quasi sempre bagnata, le ficco la lingua in bocca, e dell’alito me ne sbatto. E lei dice: “Hai voglia?”, e io: “Due morti di fame come noi che altro hanno da fare?”, e lei: “Ma tu non sei mai stato un morto di fame”, e io: “Stai zitta cazzo, chiudi il becco”, e lei lo dice alla fine: “Come vuoi che mi metta?”

E si volta docile come un’antica pantera da circo, come una bambina sprovveduta che è abituata da sempre a prendere ordini, a sentire una figura paterna che la tiene in pugno. Suo padre, del resto, l’ha sbattuta fuori di casa a calci non appena si è laureata. Dico io, una si laurea e invece di fare una festa al castello degli Odescalchi con invitati dal jet-set e dallo show-biz tu la sbatti fuori di casa a pedate. Gratificante. “Mi piace così”, dice lei, “così ti sento, ti sento fino in gola”. E io: “Ci andresti con uno di quei bastardi ricchi che a trent’anni hanno un conto di cinquecentomila euro liquidi?”, e lei: “Oh che dici non so nemmeno quanti sono cinquecentomila euro in lire”, e io spingo e mi preoccupo: “Perché, se lo sapessi ci andresti?”, e lei: “Tu pensa solo a chiavare”, e io: “È quello che sto facendo, ma non riesco a togliermi dalla mente che tutto, anche me, te, e questa sacrosanta scopata, ruoti attorno ai soldi”.

La mattina, appena svegli, bevendo il caffè, io ho gli occhi infossati di uno che ha dormito poco, e lei è come senza faccia, se la nasconde nei capelli oleosi e fila di corsa in bagno, segno che non ha dormito per niente. “Oggi comincia una nuova vita”, le dico attraverso la porta e lei: “Speriamo solo che non ci sia traffico, non voglio arrivare tardi a scuola come ieri”. E io: “Fregatene della scuola, non andarci”. E lei: “Oh amore che dici”. E io: “Ti ho detto non andarci, ci penso io”. E lei: “Che vuol dire ci pensi tu? Ci vai tu a spiegare Tomasi di Lampedusa ai ragazzi?” E io: “Quando è troppo è troppo. Tomasi di Lampedusa! Porco dio! Senti bella, ti hanno insegnato che non va bene fare le cose solo per portare a casa uno stipendio da fame?” E lei, uscendo dal bagno: “Ti prego, non mettertici anche tu”. E io: “Potresti fare la tv, potresti leggere le notizie del tg, che cazzo hai in meno di quelle troiacce?” E lei: “Non lo so che cosa ho”. E io: “Ecco, non lo sai. Ci hai rinunciato e basta. Non ti poni il problema”. E lei: “Non mi posso porre problemi insolubili”. E io: “Vai, vai a insegnare, fila, di corsa”. E lei: “Ma amore…” E io: “Vai, ho detto!”

Questa stronza perdente della mia donna. Si prostituisce per Tomasi di Lampedusa. Le puttane a domicilio e quelle delle passerelle sono più felici e non pagano le tasse. Il pomeriggio quando torna mi trova a letto, che me ne sto sotto le coperte, e la informo che ho deciso di lasciarla. Insomma, ci ho riflettuto, non mi conviene. Non mi conviene per niente. Sì, è romantico, due cuori e una capanna. Ma si mangia da schifo. E la casa è troppo piccola, la cucina sembra lo stanzino delle scope. E non mi si venga a dire che non ci possiamo permettere di meglio. Ce lo potremmo permettere, se solo lei si decidesse a fare la tv invece dell’insegnante di italiano. “Senti, mi imbarazza proporlo”, dice lei, “potresti prendere un po’ dei tuoi soldi e migliorare le cose”. E io: “I miei soldi non si toccano. Sono per le emergenze”. E lei: “E questa non ti sembra un’emergenza? Mi stai lasciando, cazzo!” E scoppia a piangere. Cosa che non smetterà di fare fino alla fine. E io: “Maledetta vorresti intaccare il mio patrimonio e continuare a fare l’insegnante di italiano. Ma io ti riporto nella strada, nella strada da dove ti ho presa”. E lei: “Che colpa ne ho se non ho trovato di meglio?” E io: “Ti lascio, veditela un po’ tu”. E lei: “E dove te ne vai ora?”, e io: “E dove vuoi che vada? Torno da mamma”.

La notte da mamma va liscia. Lei è sorpresa di rivedermi. No, non è molto sorpresa. Da che cazzo dovrebbe essere sorpresa mia madre, ormai lo sa. Mi conosce. Non ho mai dato nessuna speranza, nemmeno a quattro anni. Passiamo mezz’ora a svuotare la mia ex camera da letto, che era stata trasformata in una specie di ripostiglio per i vestiti che mia madre si è messa in testa di vendere nella sua boutique. “Non riesci a tenertene una che sia una”, dice mamma. E io: “Questa era la volta buona, credimi, avevamo anche deciso i nomi dei bambini”. E mamma: “E poi che è successo?”, e io: “Non lo so, non me la sono sentita”. E mamma: “Be’, almeno meglio di quell’altra, che voleva farti vivere a Bombay”. E io: “Era mezza indiana. Mezza italiana e mezza indiana”. E mamma: “Che forse con una mezza indiana si deve andare a vivere a Bombay?” E io: “Non avresti qualcosa di forte?”, e mamma: “Ho la vodka, ho il novello”. E io: “La vodka, la vodka”. Mamma mi lascia la vodka in camera e se ne va a dormire. Accendo la televisione e vedo un documentario di Adriano Sofri sulla Cecenia. Sembra gente dei castelli romani. Ora c’è anche qualcuno che osa dire che ai castelli romani c’è gente di livello. Se ne sentono tante. Troppe. A questo punto c’è un’unica soluzione, rimettermi a fare la corte alle ricche.

Le ricche sono tutta un’altra faccenda. Con le ricche si fanno delle vacanze assurde dove ci si prende a schiaffoni in spiaggia nell’ammirazione generale dei morti di fame, che in generale si trovano al di là di alte transenne elettrificate. Si vive all’estremo, all’eccesso. Questo mondo schifoso che insulta le persone prive di denaro. Devo rapire una ricca. Devo prendere di mira la figlia di una coppia ricca, la figlia di uno di questi Montezemolo, una figlia di gente così, rapirla, portarla con me in vacanza, vivere a un altro ritmo. La cosa è alla mia portata.

Mia mamma è alta un metro e sessanta. A volte quando la vedo dico: cazzo, è per colpa sua che non sono alto un metro e novanta. Nella vita bisogna cercare di supplire alle deficienze fisiche con l’accumulo di denaro. Il denaro è una droga. Manipolare il denaro mi inebria, mi dà una sensazione di potenza che non ha nulla a che vedere con l’effimero sballo delle droghe. Devo ammettere che col denaro si riesce a vedere la trascendenza, la sua pelle di squalo. E io che mi ero messo in testa di salvare i poveri. Le povere diavolesse. Ci vuole una ricca, ho una nostalgia inaudita di lusso. Però chissà se ho veramente voglia di questa cosa. Forse è solo un film giapponese. È una voglia di cartapesta. E poi mi viene anche un’idea. Adesso mi alzo, me ne esco dalla mia stanzetta e vado in quella di mia madre e la violento. Che poi mia madre non è ancora completamente appassita. Me la scopo e poi vendo la storia ai giornali e alle tv. Dico che con i pochi soldi che avevo nessuna me la dava, quantomeno nessuna di decente, cosa che poi non è tanto lontana dalla verità, e io, che pure sono un ragazzo bello e istruito, sano come un dio, mi sono dovuto sbattere mia mamma. Già me la vedo la giornalista che mi sfrutta, mi strumentalizza.

Rifletto sulla possibilità che un simile scandalo possa davvero interessare il sistema mediatico. Mi rispondo che sì, a occhio e croce dovrebbe esserne ghiotto. Mi alzo, mi metto a pensare se davvero ho le palle per fottermi mamma. Lo farei per la gloria. No, lo farei per i soldi. Per fabbricare i soldi. Per far fare ai soldi tanti figli con tutto il patrimonio genetico dei padri. Mi ributto sul letto e cerco di calmarmi, non è facile, l’erezione è chiaramente un’erezione finta, da ubriaco, un’erezione da Viagra. “Per stanotte mamma te la sei sfangata”, dico e la faccio finita con questa storia.

Il giorno dopo sono già lì alle sette di mattina che sto rifacendo la valigia, che poi non avevo nemmeno completamente disfatto la sera precedente. Mamma è sorpresa, ritiene che sia quantomeno bizzarro venire da lei, annunciando di aver fatto ritorno a tempo indeterminato, e poi riandarsene bruscamente. Ma io le rispondo che è meglio così, che restare è pericoloso, e quando mamma mi chiede che voglio dire con pericoloso, faccio solo capire che sono in cerca disperata di fama, di soldi, di successo in qualsiasi forma e ottenibile con qualsiasi mezzo, quindi questa spregiudicatezza morale mal si concilia con la vicinanza stretta al ventre materno. Mentre parliamo, io e mamma, continuo a pensare al progetto di chiavarmela. L’ha mai fatto qualcuno? Di solito si sente di genitori che strapazzano i figli, mai viceversa.

Adesso vado in cucina e con un brutto coltello obbligo questa signora estranea – già cerco di mettere distanza – a soddisfarmi. Poi vado da Mediaset al sabato sera e firmo la liberatoria per la trasmissione della moglie di Costanzo. No, non funziona. Cagate. Velleità. Giappone. Addio mamma. Vado a caccia di una ricca al di sotto dei trenta che mi faccia divertire. Capelli neri lunghi sulla schiena e la carnagione chiara chiara e abitudine al lusso. Anzi, fame di lusso. Il lusso è una cosa che pochi capiscono nella sua essenza, io lo considero il talento di una superiore visione delle cose. Non ha niente a che fare con l’accumulo, semmai col consumo. Dietro al lusso c’è la saggia filosofia che i soldi si devono sperperare, anzi, che ogni cosa si debba sperperare, ogni cosa, non c’è nulla che valga la pena di risparmiarsi e di essere risparmiato.

C’è una spiegazione al fatto che i migliori sarti siano uomini: a contatto con i capi di abbigliamento, specie quelli di una certa pretesa, il cervello delle donne va in pappa. Frequentare una donna che ami il lusso vuol dire frequentare una donna di intelligenza superiore alla norma, di indubbio charme, che, tuttavia, manda in fumo la capacità di connettere e dire cose sensate non appena appunti gli occhi su una vetrina di qualche sarto (immune in quanto uomo). La cosa che può apparire terribile o perfino crudele, è che tale fenomeno nella sua implacabile regolarità non ammette eccezioni: vale per madri, sorelle, nonne, suore laiche, missionarie con stigmate/coliti e premi Nobel cotonate. Quindi dopo il fallimento della mia convivenza con una professoressa d’italiano che pare sicura di sé solo quando l’argomento è Il Gattopardo sono andato a scavare nel Passato, operazione sempre vomitevole, alla ricerca di qualcuna il cui viso, nella mia memoria, fosse rimasto impresso per la sua bramosia di lusso, potere, viaggi, sesso e nessun buon senso nel vestirsi. Vado a trovare colei che, per proteggerne l’anonimato, chiamerò Luisa Rossi, da una canzone di Battisti.

All’epoca Luisa era la donna da avere se volevi una fidanzata schizofrenica. La madre e il padre, lo so per certo benché per sentito dire da certa gente che non la stimava granché, la madre e il padre pensarono di affiancarle un “manager”. Così lo chiamavano, in realtà era un tutore. Uno che avrebbe dovuto gestire i conti correnti, sorvegliare le spese, e forse infine interdirla e spedirla in un esilio dorato sul lago di Lugano. Nelle mie conversazioni con Luisa spesso ricorreva, non sempre scherzosamente, questa faccenda dell’esilio in villa sul lago di Lugano. Luisa diceva che avrebbe semplicemente trasferito la propria vita romana, con tutti i suoi eccessi, le sue profonde crisi, come le chiamava lei, lì sul lago di Lugano. Quindi l’avrebbe avuta vinta comunque, riteneva. Avrebbe trasferito a Lugano anche tutti i suoi uomini. Sui suoi uomini posso dire una cosa: i suoi uomini raramente le dicevano di essere in viaggio, e sì che era gente che viaggiava parecchio, perché altrimenti le avrebbero dovuto portare un regalo. Cose di un certo livello. Non chincaglierie etniche, manufatti marziani, boiate luccicanti o tintinnanti. Oro vero. Diamanti. Rubini. Gioielli che suscitassero invidia. Di solito il fidanzato ufficiale di Luisa non partiva più. Nemmeno con lei, intendo dire. Viaggiare con Luisa significava crampi sicuri alla mano che firma le ricevute della carta di credito.

Da allora Luisa è certamente cambiata. Non è più una bambina. Non ha più ventisei anni, quanti ne aveva quando ci spellammo vivi fingendo di stare insieme. Acqua passata. Dai miei ultimi contatti telefonici con Luisa posso dire sinceramente che è cambiata. Parla con minore foga e sembra ascoltarti. Sembra guarita, a differenza della professorina. Una donna ricca che ascolta e che è guarita. Ha raggiunto la fine dei cicli d’esistenza. Forse non ha nemmeno più orgasmi. E se la cosa non è solo apparenza ma anche sostanza, forse Luisa può aiutarmi a venire fuori da questa impasse. Da questo momento in cui mi sento inutile, sterile, e per giunta mi annoio a morte. Né dovrei pensar male per via del fatto che Luisa Rossi mi dà appuntamento per il nostro incontro a un bar latteria. Ho un brivido, un mal di stomaco. I bar latteria che frequentavo con la professorina d’italiano, quella pezzente…

Mi faccio forte e entro nel bar. Luisa è accasciata a un tavolino, sulle prime non mi vede. La faccia rossa, invecchiata, e i grandi occhi verdi, ancora bellissimi, che mi chiedono compassione. Non si alza nemmeno forse perché non gliela fa, e io, che mi ero ripromesso di farlo comunque, le prendo una mano e gliela bacio a lungo. Luisa mi dice che non ha più un soldo, dorme nell’ufficio del grafico pubblicitario che le ha trovato un lavoro. Le domando come sia possibile che non abbia più un soldo, una delle donne più ricche della capitale. Lei non risponde, si limita a dirmi dove si trova l’ufficio del grafico pubblicitario, perché è lì che dovrò riportarla al termine della serata, dal momento che dorme su una specie di letto da campo in quell’ufficio. E io che ho in mente di fare dei viaggi con lei, e di farle perfino dei regali. “È andato tutto molto male”, dice Luisa senza perdere il vizio di ridere quando racconta cose spiacevoli. “Ecco perché te ne sei sparita”, dico, ma lei mi fa notare che non è così. Il denaro non c’entra niente. Non è che si è vergognata di essere diventata povera. Ci siamo persi di vista perché stava inseguendo un sogno. E io: “Che sogno?”, e Luisa: “Un mezzo incubo”.

Luisa chiede se ho voglia di andare al ristorante. Avrebbe tanta voglia di una bistecca. Almeno una bistecca. Solo che specifica che non ha i soldi per pagarsela, come se non avessi capito tutta l’antifona. “D’accordo ci penso io”, dico e mi sento di nuovo, anche con Luisa, piombare nella medesima situazione di grave indigenza vissuta con la professorina d’italiano che diceva di avere due soli vestiti e essere felicissima così. Ma questa di Luisa è un’indigenza nuova, innaturale, cui non sono abituato, un’indigenza che assomiglia tanto a una vendetta divina. Eccomi, mi vedo che torno da quella pezzente della professorina. Mi vedo che torno con lei e che vivo tutta una vita di stenti con lei e che infine muoio e ricevo l’estrema unzione da un prete ignorante e mi puniscono con un funerale di terz’ordine. Se siete poveri, voglio dire, quando siete poveri, perché ormai va tutto a periodi, restate scapoli.

Giordano Tedoldi è nato a Roma nel 1971. Nel 2013 ha pubblicato per Fazi il romanzo I segnalati. Nel 2016 minimum fax ha ripubblicato la raccolta di racconti Io odio John Updike.
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