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Stili di gioco: G-Foot

Nella sua consueta rubrica del lunedì dedicata agli stili di gioco nel calcio, Daniele Manusia ci presenta il terzino sinistro del Tottenham, Benoit Assou-Ekotto, un raro esemplare di giocatore con i piedi per terra. Qui trovate tutti gli articoli della rubrica

Terzino sinistro del Tottenham da sei stagioni ormai, Benoit Assou-Ekotto non ha nulla che lo possa rendere il giocatore preferito di nessuno.
Arrivato dal Lens nel 2006 pareva dovesse diventare uno dei più forti giocatori di fascia in assoluto, invece ha faticato a imporsi e praticamente solo da quando l’allenatore degli Spurs è Redknapp è sicuro del posto da titolare. Quasi esclusivamente difensivo, non particolarmente tecnico e tutto mancino (con il destro, come si dice a Roma, non ci scende neanche le scale), si allontana raramente dall’angolo formato dalla linea di metà campo con quella laterale, dove la maggior parte delle volte il suo compito si limita a controllare la palla di suola e alzare la testa in cerca di Bale. Se non può verticalizzare (a volte scaglia la palla in avanti un po’ a caso sui piedi di Adebayor), ruota leggermente verso il centro del campo dove Modric tra le linee e Parker in orizzontale gli vanno incontro, e se anche loro sono marcati scarica all’indietro su Kaboul o la passa direttamente al portiere, Friedl, con retropassaggi rasoterra di trenta metri. Nelle partite in cui il Tottenham domina gli avversari nella loro metà campo (sto vedendo il secondo tempo della partita giocata in casa contro lo Swansea) gli può capitare di accentrarsi, ma senza mai avvicinarsi a più di trenta metri dalla porta.
Se si prendono le statistiche di una qualsiasi partita del Tottenham si vedrà che Assou-Ekotto è sempre tra quelli a compiere il maggior numero di passaggi con una media personale di 60.2 a partita. La sua influenza sull’inerzia della gara è evidente nel grafico Player Influence (ho preso ad esempio lo 0-0 col Chelsea), che ingrandisce il nome dei giocatori a seconda della maggiore o minore interazione col gioco.

Quando un difensore effettua molti passaggi, di solito significa che gli avversari lo lasciano giocare senza particolari pressioni. Una statistica del genere può essere letta come inversamente proporzionale alla pericolosità individuale (Assou-Ekotto in effetti ha segnato solo 4 gol in carriera, in 181 partite, cioè). Nel suo caso, però, più della metà dei suoi passaggi sono indirizzati in avanti e la percentuale di quelli andati a buon fine è solo del 79.6 per cento. Il che significa che Assou-Ekoutto rischia qualcosa in più di un normale difensore che si limita a giocare di sponda (quella di Kjaer, ad esempio, è 87.5 per cento).
Da quando Redknapp gli ha dato fiducia e continuità (dalla stagione 2009-2010 praticamente non salta una partita se non per infortunio, e Gareth Bale è stato avanzato di ruolo anche per fare spazio a lui) Assou-Ekotto ha elevato il suo livello diventando un giocatore estremamente sicuro di sé che si esprime al meglio delle sue possibilità.
In difesa è ordinato e regolare, forte fisicamente anche se alto solo un metro e settantotto. Difficile da saltare, a volte è troppo tranquillo e azzarda dribbling in zone delicate di campo che in passato gli hanno attirato le critiche peggiori. Lo dice lui stesso: “Quando un difensore corre con la palla verso la sua porta la tendenza è a spazzarla fuori. Anzi, è incoraggiato a farlo. Io l’ho sempre trovato strano. In quanto calciatore professionista dovresti essere capace di fare qualcosa di meglio. Dovresti avere le capacità tecniche e mentali per fermarti, guardarti intorno, dribblare e passarla piuttosto che tirarla fuori e basta. Quando faccio qualche numero in campo sento l’allenatore gridare: Benny! Stai attento! Io sorrido e dico: Ok, perché capisco le sue ragioni”.
Nel tempo ha sviluppato un formidabile senso della posizione che gli permette di leggere meglio dei propri avversari quasi tutte le situazioni di gioco. Proprio il senso della posizione è la sua migliore qualità calcistica, che gli permetterà forse di entrare nel top XI della Premier League di quest’anno (non il genere di qualità che fa vendere magliette da calcio col proprio nome stampato sopra, comunque).
Contro l’Everton ha giocato la sua migliore partita, con un gol da trenta metri (min. 5.40) e un assist (in realtà un cambio di fascia su Aaron Lennon, al min. 3.15) ma l’azione che esprime meglio la sua capacità di dare il massimo di sé senza paura di sbagliare è quella in cui dopo essersi accentrato all’altezza dell’area di rigore tenta un filtrante per Modric che si perde sul fondo (al min. 1.40). Il passaggio era giusto, anche intelligente, il piede era quello sbagliato, il giocatore forse, ma dato che in quel momento con la palla tra i piedi c’era lui, non ci ha pensato due volte e ci ha provato. Assou-Ekotto gioca come gli viene, non gli interessa avere conferme dal pubblico o dall’allenatore.

In contrasto con la sua immagine, caratterialmente è un introverso, freddo ai limiti dell’indifferenza. Il suo primo allenatore al Tottenham, Martin Jol, si lamentava del fatto che sorridesse troppo poco e anche l’anno scorso è stato criticato perché durante il riscaldamento della partita contro il Milan (ottavo di finale di andata di Champions League) se ne stava in disparte con le braccia incrociate e le cuffie nelle orecchie. Nonostante ciò è entrato piano piano nel cuore dei supporter Spurs che lo hanno ribattezzato Disco Benny per via del grosso cespuglio afro con cui ogni tanto scende in campo (e anche perché da come si muove sembra abbia fumato prima di iniziare a giocare), in alternativa a delle trecce accomodate sul cranio in disegni complessi. Il suo carisma è calibrato su cose di questo tipo, giocare con la capigliatura afro e due scarpini di colore diverso (pare perché, non avendo sponsor e consumando molto più velocemente la scarpa sinistra della destra, ne compra due paia per volta, anche se non si capisce perché non debba comprarne due paia uguali o semplicemente cambiare entrambe le scarpe quando la sinistra è da buttare).
Nel maggio del 2010, al culmine di una carriera senza troppi alti né bassi, il Guardian pubblica un pezzo dal titolo “Gioco per soldi” in cui Assou-Ekotto candidamente dichiara che il calcio, per lui, è solo un lavoro. “D’accordo, è un buon, buon lavoro e non dirò di odiare il calcio, ma non è la mia passione”. L’atteggiamento, aggiunge, non conta. Se sei un professionista al cento per cento sei preparato a perdere un dente o un occhio per la squadra. “E io lo sono”.
Dice di aver deciso di dedicarsi al calcio quando a sedici anni è stato cacciato da scuola trovandosi senza niente su cui puntare. “Do tutto quello che posso, essendo il più efficiente e professionale possibile, perché è tutto quello che ho”. (Figlio di calciatore e fratello minore di calciatore, la sua scelta non è poi così strampalata). Questa retorica del professionismo opposta a quella più diffusa dell’amore per la maglia (“Esiste un giocatore al mondo che firmando il contratto dica: Oh, mi piace la vostra maglia? La vostra maglia è rossa. La amo. Non gli interessa. La prima cosa di cui si parla sono i soldi”) è ben rappresentata dall’aneddoto che lo vede arrivare al campo il giorno della partita senza sapere contro chi avrebbero dovuto giocare. “Con Harry [Redknapp] va tutto bene. Non parliamo molto e non gli interessa se sorrido o se so contro chi giochiamo la prossima partita. Se faccio bene il mio lavoro, per lui è tutto ok”.
Sul lungo periodo un atteggiamento del genere gli è valso la stima di pubblico e stampa, che adesso guardano ad Assou-Ekotto come all’unico esemplare di calciatore-coi-piedi-per-terra. Le sue interviste sono mediamente più interessanti di quelle degli altri calciatori. Con la sua aria stordita e al tempo stesso concentrata Disco Benny racconta di andare agli allenamenti in Smart (adesso, dopo aver avuto un incidente in un giorno di pioggia, usa un’Audi) e in giro per Londra con la metro. E di fronte a un incredulo giornalista tira fuori l’abbonamento mensile. “Non ho mai incontrato un altro calciatore in metro.” Disco Benny dice di aver scelto di giocare col Camerun pur essendo nato e cresciuto in Francia semplicemente perché quelli della sua generazione con origini straniere non si sentono francesi. I calciatori francesi di origine africana che giocano con la maglia della Francia lo fanno perché “se sei un giocatore francese di livello internazionale, è più facile parlare di soldi”. In un’altra intervista racconta che in Francia se sei nero i commessi ti trattano male pensando che tu sia povero. Disco Benny racconta di quando ha vinto una Lamborghini bianca a un suo amico  (identico al produttore hip-hop Questlove). In tutto possiede dodici auto sportive, ma non le usa. Entra in macchina, accende il motore e ascolta quello che l’auto ha da dirgli. Disco Benny, con una maglietta di Angry Birds e dei jeans larghi, porta lo stesso giornalista di prima dal suo barbiere su Tottenham High Street pochi giorni dopo le rivolte di agosto. “Mi hanno detto di non venire qui, che c’è brutta gente”, ma lui ci va a tagliarsi i capelli da cinque anni. Il suo barbiere ha le foto sbiadite che illustrano i possibili tagli di capelli in vetrina e un gruppo di ragazzini sul muretto di fianco alla porta dove Disco Benny legge i messaggi sul suo cellulare. Dopo le rivolte di agosto Disco Benny ha proposto che  i calciatori donino il 2 per cento del loro salario annuale (in tutto sarebbero 28 milioni di sterline) per la ricostruzione del quartiere. A volte parcheggia l’auto fuori dallo stadio e mentre cammina la gente del quartiere con lui è tranquilla, carina e con loro parla “della partita passata, di quella dopo… della vita insomma”.
Assou-Ekotto, che quando è arrivato in Inghilterra non sapeva neanche come si diceva “destra” e “sinistra” e ancora oggi parla in inglese peggio di chiunque abbia finito il liceo, tiene una rubrica sul London Evenind Standard e di recente ha scritto un pezzo molto toccante su Muamba, il giocatore del Bolton che ha avuto un attacco di cuore proprio mentre giocava contro il Tottenham. “Mi auguro che Fabrice guarisca, e non perché è un bravo ragazzo, giovane, un collega calciatore o un fratello, ma perché è un essere umano e sarebbe stupendo se potesse vedere quanto di buono è scaturito da questo triste e spaventoso evento della sua vita”.

E questo sarebbe il giocatore indifferente, il mercenario pronto a giocare con chi offre di più (“Sono sicuro che in ogni lavoro chiunque voglia progredire. Per me è lo stesso”), quello che dice di non avere passione per il calcio. Diventato ambasciatore dello Standard Disposessed Found, fondo di beneficenza dello stesso giornale, Assou-Ekotto un anno fa ha confessato di aver fatto parte di una gang. Più che di Disco Benny, del tizio buffo con la pettinatura afro, allora bisognerebbe parlare di G-Benny. Anche il suo codice estetico sembrerebbe quello del G-Funk degli anni novanta (i ritmi lenti, le tematiche realiste, oltre alla somiglianza fisica che ha ispirato gli autori del video qui sopra a scegliere come colonna sonora Snoop Dog), e in questo senso Assou-Ekotto è un calciatore gangster col cuore da gentiluomo, che viene dalla strada (come quasi tutti i calciatori) e gioca per la strada (come certi rapper arrivati all’apice del successo continuano a cantare di quando spacciavano nel parco-giochi del ghetto; e anche insistere sui soldi guadagnati e su quanto si è bravi in quello che si fa significa parlare di professionismo, ricordare che nessuno regala niente a nessuno a questo mondo). Assou-Ekotto è un altro tipo di coatto rispetto a Ibrahimovic: è il coatto che non ha bisogno di conferme dalla società che inizialmente lo ha escluso, il coatto riflessivo, semplice e profondo. Consapevole del suo posto privilegiato nel mondo tenta di restituire come può qualcosa alla sua comunità di appartenenza: la città e il quartiere del club che lo stipendia. Quando dice di giocare per soldi, semplicemente, si sta rifiutando di vendere anche il proprio cuore, oltre alle sue prestazioni sportive. Perché il cuore è per la gente.

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
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