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Stili di gioco: il potere nel calcio

Partendo dall’analisi del libro di Gianfrancesco Turano, «Fuori gioco», oggi la rubrica di Daniele Manusia affronta la questione del potere nel calcio, che segue altre regole rispetto a quelle che valgono in campo.
Qui trovate le puntate precedenti. 

Fuori gioco parla esattamente degli aspetti del calcio che a me non interessano. In effetti, non parla di calcio. Gianfrancesco Turano (giornalista de L’Espresso, romanziere e autore di testi di teatro) ritrae uno dopo l’altro i dieci più importanti presidenti di altrettante società di Serie A, attento ai bilanci, alle strutture societarie e al modo in cui, da Berlusconi a Della Valle, la politica ha usato il calcio come palcoscenico. I presidenti in questione sono Di Benedetto, Lotito, De Laurentis, Pozzo, Agnelli, Moratti, Zamparini, Preziosi e, appunto, Della Valle e Berlusconi (Turano lo tiene per ultimo, come il bouquet nei fuochi d’artificio).

Nell’incipit dell’introduzione si legge: “Il calcio è potere allo stato puro perché in campo conta solo vincere. Il potere è attratto dal calcio per due motivi: perché vuole trasformarlo in un’impresa economica come le altre, e perché vuole ottenere una legittimazione pubblica”. Si tratta di una prospettiva antitetica rispetto a quella che mi sono sforzato di proporre fin qui, in cui conta solo il gioco, ma sarebbe miope da parte mia non ammettere che il gioco da solo non conta neanche a livelli più bassi. Che il “calcio moderno” fosse un intreccio di potere economico e politico lo si sapeva già, e nonostante un lavoro di ricerca notevole nessuna delle informazioni contenute nel libro di Turano è veramente sorprendente. Il suo valore educativo, a mio avviso, sta nell’averle riunite tutte insieme. Una specie di Pagine Gialle della corruzione italiana (una parte, diciamo un 20% di tutte le lettere dell’alfabeto). Più che di filo rosso che unisce calcio e potere in questo caso sarebbe meglio parlare di un groviglio di fili colorati: Turano è l’artificiere che ha smontato la bomba per noi e analizzato ogni singolo filo rischiando di saltare in aria.

È impossibile sintetizzare coerentemente il tentativo compiuto da Turano di tradurre in un libro i collegamenti tra imprenditori, finanzieri e politici. Non sono il lettore ideale di libri del genere e ne sto scrivendo solo perché è stato così forte il senso di nausea provato leggendolo che ho bisogno di liberarmene per tornare a parlare di calcio in santa pace. I paragrafi tipo sono di una densità che fa girare la testa. Farò alcuni esempi.

1. Della Valle si compra un pezzo del Corriere.
Ma quando Della Valle entra in Rcs, Mediobanca non è più quella di una volta. Cuccia è morto e il suo erede Maranghi viene silurato proprio nella primavera del 2003, al termine di una lotta di potere giocata su più tavoli. La battaglia si scatena perché Maranghi compra un pezzo di Ferrari che interessava a Unicredit. In un’economia normale sarebbe ordinaria concorrenza. In Italia è uno sfregio che porta alla guerra fra clan finanziari. L’Unicredit di Profumo si allea con Geronzi (Capitalia) e con il governatore di Bankitalia Antonio Fazio. Insieme al Monti dei Paschi di Siena (Mps), questo fronte attacca il dominio di Mediobanca su Generali. L’ingresso nel gruppo assicurativo triestino del finanziere bretone Vincent Bolloré, e del suo rappresentante Tarak Ben Ammar, consulente di Silvio Berlusconi e Rupert Murdoch, sancisce la sconfitta di Maranghi, sostituito dall’ex amministratore delegato del gruppo Fiat Gabriele Galateri di Genola. Va detto che, in questa fase, Della Valle appoggia il fronte contrario a Maranghi e dunque la cordata di cui fa parte Geronzi, banchiere che per tradizione gode di ottima stampa sui giornali del gruppo Class di Panerai. Lo sfascio del salotto buono, con l’uscita di scena di Maranghi, inaugura un triennio di fuoco.

2. Pozzo pagava una parte degli stipendi ai calciatori in nero per pagare meno tasse. La Finanza lo becca.
Nonostante gli annunci di abbandono, i Pozzo continuano prendendo qualche precauzione in più. Gianpaolo trasferisce la residenza a Montecarlo. Il 26 giugno 1998, quattro mesi dopo le incresciose perquisizioni in Spagna, in Lussemburgo viene costituita la finanziaria Gespar Holding che diventa la nuova controllante dell’Udinese con il 98,34 per cento delle azioni, mentre Gianpaolo conserverà l’1,56 e suo figlio Gino lo 0,1. I soci di Gespar sono la Global Service Overseas e la International Business Services, due società di comodo con sede a Panama City. I primi amministratori della Gespar sono il fiduciario svizzero Giuseppe Volpi e il lussemburghese Jean Faber, referente di Sergio Cusani per i soldi della maxitangente Enimont trasferiti alla Banque Internationale à Luxemburg.

Di intrecci complicati di questo tipo è pieno il libro. L’equivalente letterario possono essere solo le saghe fantasy e i giochi di ruolo. Altrove, però, è più chiaro di cosa si stia parlando, e il libro di Turano restituisce un’immagine del potere in Italia più simile a Dallas che a Trono di Spade o Romanzo Criminale. Paradossalmente il libro può essere utile anche a tutti coloro che intendono scendere in politica o fare affari attraverso il calcio, fornendo esempi giusti dei metodi sbagliati.

3. La s.s. Lazio sta per fallire come è già successo a Napoli e Fiorentina.
Anche il premier fa la sua parte, inquadrando da par suo la questione: ‘Quello della Lazio – dice Silvio Berlusconi nel marzo 2005 – è un caso particolarissimo. Stiamo parlando di una squadra con un numero enorme di sostenitori il cui fallimento avrebbe avuto delle conseguenze di ordine pubblico che ci hanno preoccupato’. L’invito ai tifosi è chiaro: spaccate un po’ di vetri in centro e il governo vi verrà incontro. È la versione italiana del principio “too big to fail” (troppo grande per fallire) che nell’economa anglosassone è stato applicato a istituzioni in grave difficoltà finanziaria salvate dall’intervento statale. Vero che il governo italiano si guarda bene dall’intervenire con altri club di prestigio. Ma la Lazio significa Geronzi e Geronzi, unico banchiere non di sinistra secondo il Cavaliere, non va messo in imbarazzo.

4. Maradona.
L’acquisto del giocatore del Barcellona viene garantito attraverso un accordo fra l’allora sindaco DC, Enzo Scotti, e il vertice del Banco di Napoli retto dal potente banchiere di nomina democristiana Ferdinando Ventriglia – detto O’ Professore per avere insegnato qualche mese all’università dopo la laurea – che è al suo secondo mandato nella maggiore banca del Mezzogiorno. (…) Il banco, già disastrato, è a capitale pubblico. È quindi con un finanziamento della collettività che arriva Maradona. Viene da dire che, fra tanti sprechi, non è stato il peggiore.

5. Lotito imprenditore.
Lotito entra nel club con il 27 per cento delle quote attraverso la sua SS Lazio Events. Il suo problema è lo stesso di ogni finanziere italiano alle prese con i regolamenti di Borsa: evitarli. Oltre una certa quota, cioè il 30 per cento, scatterebbe l’obbligo di Opa (offerta pubblica d’acquisto) e i titoli salirebbero di prezzo. Ma il 27 per cento di una società quotata non basta a proteggerla da eventuali scalate. Ci vuole una percentuale più robusta. Per evitare di spendere soldi a vuoto, il nuovo proprietario chiede aiuto a zio Roberto Mezzaroma che, a dispetto del suo tifo giallorosso, rileva un pacchetto azionario della Lazio pari al 14 per cento. L’operazione condotta con Roberto Mezzaroma sarà giudicata come aggiotaggio dalla seconda sezione penale del Tribunale di Milano, che condannerà Lotito a due anni e Mezzaroma a venti mesi di reclusione.

A volte, io sinceramente non capisco perché Turano mi stia raccontando una determinata cosa. Nonostante ciò, il tema di fondo del libro (potere, corruzione) è così interessante che proseguo comunque con la lettura.

6. Lotito comunicatore.
Essere un’autorità morale è il secondo requisito nazionale per ottenere successo. Il primo è la simpatia. Chi non è simpatico – e Claudio Lotito stenta a esserlo – può almeno imporsi come autorità etica. Meglio ancora se sa guarnire il suo magistero con una collezione di sentenze acquisite dai maestri dell’antichità. (…) Con il suo eloquio classichegiante afferma: ‘Stiamo attraversando una fase profondamente amorale più che immorale. Bisogna ritornare alle radici, come raccomanda il Santo Padre. Battersi per il rilancio dei valori anche nel calcio, che per il suo potere mediatico e peso sociale può diventare strumento per il ripristino della legalità’.

7. Una descrizione di Zamparini.
Chi ha lavorato con Zamparini lo definisce un uomo di conoscenza, se non di cultura, capace di fronteggiare vari argomenti di discussione. È un cattolico anomalo. Crede nella reincarnazione delle anime e si dedica a letture esoteriche. Ha comprato casa in Egitto soltanto perché lì la sua seconda moglie, Laura Giordani, appassionata di fenomeni paranormali, si sente vicina a un campo magnetico speciale dal quale è più agevole contattare le forze occulte.

8. Una digressione sulla famiglia Moratti.
Il presidente dell’Inter è sposato con Emilia Bossi, detta Milly, sostenitrice di Giuliano Pisapia alle elezioni comunali di Milano del 2011 contro la cognata Letizia Brichetto Moratti, moglie di Gianmarco, che è stata presidente della Rai e ministro dell’Istruzione per nomina berlusconiana. Il duello elettorale è stato vinto dall’ala sinistrorsa della famiglia. È un po’ l’idea del derby trasferita in politica. Tutto con grande fair play, però. Al massimo c’è stato qualche battibecco fra cognate. I fratelli sono rimasti al di sopra delle parti. Anche Pisapia, alla fin fine, è interista, e suo padre Giandomenico è stato l’avvocato di Vincenzo Muccioli, fondatore della comunità di San Patrignano, che Gianmarco e Letizia Moratti finanziarono generosamente. Proprio Letizia aveva suggerito a Muccioli di chiedere l’assistenza legale di Pisapia senior nel processo per la morte di Roberto Maranzano, un ospite della struttura. Il verdetto finale si è chiuso con la condanna di Muccioli a otto mesi per favoreggiamento.

9. Calciatori e finanzieri.
Non che Geronzi sia stato allontanato in malo modo. Ha conservato la presidenza della Fondazione Generali, e la sua buonuscita per undici mesi al vertice delle assicurazioni è stata quantificata in 16,6 milioni di euro, in linea con l’ingaggio lordo di Zlatan Ibrahimovic, il calciatore più pagato del campionato italiano. (…) In breve, la permanenza di Geronzi nel gruppo assicurativo è costata 57.000 euro lordi al giorno. Applicando l’aliquota massima, si tratta di circa 32.000 euro netti. È una somma grosso modo pari al guadagno quotidiano di Cristiano Ronaldo.

Il problema col libro di Turano, così come succede con i libri di Rizzo e Stella cui forse si ispira, è che alla fine ci si ritrova con un prodotto culturale di cui non si sa bene cosa fare, di cui anziché godere possiamo solo soffrire.

Conclusioni.
Quanto conta la classe politica dirigenziale in un gioco che, per quanto sporco, viene comunque giocato da atleti professionisti? Dovrei cambiare idea su Sacchi come allenatore considerando il ruolo di propaganda berlusconiana avuto dal suo Milan?
Tutto sommato per evidenziare la povertà del calcio italiano attuale (certo riflesso anche di un dilettantismo di fondo, di proprietari di supermercati che esonerano allenatori) farei ricorso a dei numeri diversi rispetto a quelli usati da Turano.
Dei 23 gol in totale segnati nell’ultima giornata di campionato, contando anche il posticipo Udinese-Napoli, ben 10 sono venuti dagli sviluppi di un calcio piazzato. Quasi la metà. Per carità, è anche una questione di tecnica, punizioni come quella di Cavani valgono ai fini dello spettacolo, ma sul piano del gioco è un dato di per sé negativo. Il Milan è la squadra, tra quelle in testa in Europa con la percentuale più alta di gol derivati dagli sviluppi dei calci piazzati: 35%. Se si contano anche gli autogol, la percentuale sale al 39%. Le due squadre di Manchester non fanno molto meglio (City 33%, United 35%) ma in Inghilterra, anche ai piani alti, ci sono eccezioni come quella del Tottenham (20%) e Arsenal (11%). In Italia l’unica virtuosa, da questo punto di vista, è la Juve (20%, il che spiega in parte la frustrazione di Antonio Conte). Il Barcellona, tanto per dire, si ferma al 19% e il Real Madrid al 22%.
Ciò significa che senza tutti i rigori e calci di punizione o mischie su calcio d’angolo, le nostre domeniche sarebbero ancora più povere. Se a ciò si aggiunge che i nostri arbitri estraggono uno dei più alti numeri di cartellini rossi in Europa (81 fin qui, contro i 53 della Premier League, con una media di 2.8 espulsi a domenica) si capisce che il calcio italiano deve molto agli agenti, per così dire, esterni: abilità balistiche, fortuna, scelte arbitrali. Indipendentemente, forse, dalla generale disonestà della classe dirigenziale, servirebbe un po’ più di qualità.

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
2 Commenti a “Stili di gioco: il potere nel calcio”
  1. Marco96 scrive:

    “Dovrei cambiare idea su Sacchi come allenatore considerando il ruolo di propaganda berlusconiana avuto dal suo Milan?”

    NO! E non lo dico perchè sono il classico milanista super tifoso disposto a tutto pur di difendere i colori della mia squadra,io non tifo Milan.Sacchi ha cambiato il calcio italiano sotto un aspetto puramente TATTICO.Insieme a Zeman,ha dato un’idea di “calcio totale” nel nostro paese.In Italia prima di lui e del boemo c’era solo il catenaccio.Noi veri appassionati vogliamo un mondo del calcio pulito è vero,ma vogliamo anche vedere dei grandi allenatori e Sacchi è uno di questi.Il successo avuto dal “Profeta di Fusignano” non è stato solo “mediatico” (come accande oggi per Neymar ad esempio” ma è stato sopratutto TATTICO.E la tattica è la cosa più bella del calcio.E’ innegabile che il suo Milan sia servito come propaganda a Berlusconi,ma non per questo devo cambiare idea sulla tattica di Sacchi.Arrigo era un genio in panchina.

  2. Marco96 scrive:

    Possiamo mettere in dubbio Sacchi sotto l’aspetto umano dato che si è messo al servizio di Berlusconi per la sua propaganda,ma sotto l’aspetto TECNICO discutere Sacchi è una bestemmia bella e buona!!
    “Cambiare idea su Sacchi COME ALLENATORE” assolutamente NO!
    Come persona forse si.

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