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Stili di Gioco: Zinedine Zidane /1

Pubblichiamo la prima parte di un articolo di Daniele Manusia, uscito su «Vice», su Zinedine Zidane.

Nell’intervista apparsa sul supplemento del sabato di Le Monde, in occasione dei suoi quarant’anni (compiuti lo scorso 23 giugno), Zidane dice cose tipo: “Lo so, la gente si chiede: ma Zidane dov’è? Che fa? Sono una persona libera. Voglio fare quello che mi piace, quello che mi interessa. Non mi agito. Mi prendo tutto il tempo che mi serve (…) Devo ancora capire quello che farò nel prossimo futuro. Ma il pensiero si sta muovendo nella mia testa”. O, ancora: “Non si può piacere a tutti. Il panorama cambia. Probabilmente sono meno amato di prima. È normale”. Il pezzo si intitola L’età della ragione e Zidane sintetizza: “Se mi chiedete: sei felice nella tua nuova vita come lo eri in quella precedente? La risposta è no”.

Consigliere di Florentino Perez, Direttore Sportivo del Real Madrid (a quanto pare ben voluto da Mourinho), Zidane sta frequentando il secondo anno di corsi al CDES di Limoges, il centro di formazione in diritto ed economia dello sport da cui è uscito, ad esempio, Laurent Blanc. A detta dei suoi professori è un ottimo studente, nonostante non abbia finito il liceo. Legion d’honneur nel 2009, 14 milioni circa di entrate annuali, il sostegno alla candidatura del Qatar come paese ospitante dei Mondiali del 2022 (ma quei soldi, dice, sono andati tutti alla sua fondazione benefica), fa quasi tenerezza sentirlo tergiversare sul suo futuro in quel modo.

La verità è che Zinedine Zidane non si è più riconciliato con il suo paese dopo quella notte del 9 luglio 2006 in cui, alle ore 22:17, ha concluso la sua ultima partita, una finale di Coppa del Mondo, con il cartellino rosso dovuto al gesto più assurdo mai visto su un campo da calcio (più che assurdo inimmaginabile, impensabile). E il punto non è se la Francia avrebbe vinto con Zidane in campo negli ultimi minuti dei tempi supplementari o dal dischetto.

Il giorno dopo la finale, sulla prima prima pagina dell’Equipe (notare l’ironia della pubblicità del Ricard in fondo: “Verser une larme”) di fianco alla solita foto a tutto campo, c’era un editoriale. Fatto, se non unico, quanto meno raro (io non ne ricordo altri). Claude Droussent, dopo aver parlato di milioni di bambini in tutto il mondo a cui bisognerà dare una spiegazione, andava sul personale rivolgendosi direttamente a Zidane (dandogli del “voi”, che tradurrò con il “lei” italiano): “Sono certo si renda conto, ammettendo che Materazzi abbia potuto dirle i peggiori orrori, che bisognerà spiegare questa testata ai suoi quattro figli per i quali lei conta moltissimo. Era l’ultima immagine del calciatore Zidane. Come è potuto succedere, a un uomo come lei?”.

Tutto l’editoriale era impostato sulla distinzione tra quello poteva essere considerato come il gesto di un ragazzo (sottinteso: un ragazzo di periferia, figlio di immigrati algerini) e quello che significava Zidane per la Francia intera. Non solo era un padre di famiglia e non poteva comportarsi più come un coatto qualsiasi, ma otto anni prima (dopo la doppietta nella finale vinta 3-0 contro il Brasile) il suo volto era stato proiettato sull’Arco di Trionfo, sopra l’incisione con i nomi dei soldati morti durante il primo impero. Insieme a Thuram, Trezeguet, Henry e Barthez, ma più di loro, rappresentava la nazionale vincitrice della coppa del mondo nel 1998, ribattezzata, con un gioco di parole che si riferiva ai colori della bandiera francese (bleu, blanc, rouge), la nazionale black, blanc, beur (“beur” è il peggiorativo di “arabo”), simbolo della riuscita integrazione raziale su suolo francese (tanto per dire, La Haine di Kassovitz è del 1992).

Con uno sforzo di sincerità Droussent nel suo editoriale avrebbe potuto chiedere direttamente: Chi è davvero Zinedine Zidane? Il giocatore carismatico capace di simbolizzare le speranze di tutto un paese (il figlio di algerini, il kabyl che potrebbe un giorno, chissà, diventare Presidente della Repubblica), o una testa calda qualsiasi la cui eredità consiste negli insulti di Anelka a Domenech (Mondiale 2010) o in quelli di Nasri ai giornalisti (Euro 2012)?

Sul cammino mondiale della Francia del 2006, Canal+ ha girato un documentario: Rendez vous le 9 juillet. La prospettiva narrativa aggiunge profondità e permette di capire cose di cui sarebbe impossibile rendersi conto limitando la propria esperienza del calcio alle partite giocate. Ecco alcuni momenti fondamentali, a mio avviso, per tentare di capire un po’ meglio chi è davvero Zidane (un tentativo, il mio, che si prolungherà nella rubrica della settimana prossima).

00:23:15 circa. Dopo un pareggio con la Svizzera, la Francia si è fatta recuperare un gol dalla Corea del Sud e sta pareggiando 1-1. Alcuni giocatori (sopratutto Thuram) pensano che con un pareggio la Francia sia eliminata e nel momento di massima tensione, dopo che Henry ha fallito il gol del raddoppio su suo assist, Zidane si fa ammonire per una carica inutile su un difensore (il portiere aveva già il pallone tra le mani e lui alza il ginocchio sinistro) facendosi squalificare per la partita successiva contro il Togo. Domenech lo sostituisce prima ancora che la partita sia finita e lui non è contento: aveva annunciato l’addio al calcio dopo il Mondiale e se la Francia non avesse vinto 2-0 contro il Togo quella sarebbe stata la sua ultima partita (un finale se possibile peggiore di quello con Materazzi). In quel periodo i giornali alludevano al fatto che Domench fosse un fantoccio e che la formazione la decidesse la vecchia guardia. Rispetto a Thuram, che si sforza di dire sempre qualcosa che appaia intelligente, con una serietà quasi comica (“L’intelligenza di qualcuno è di far credere che i giocatori si autogestiscano”) Zidane appare come una persona semplice, persino umile che di fronte alla parola “potere” si mettere a ridere (“pouvoir de quoi?”). In quelle inquadrature, col suo pulloverino viola, Zidane è un uomo dal forte accento marsigliese che dimostra più dei suoi 34 anni e parla come un bambino ben educato, un bambino cresciuto negli settanta che al posto di dire “putain” dice “purée” (che letteralmente significa proprio la purea di patate).

Zidane non è un feticcio, una vecchia gloria chiamata per far contenti quelli come Ribery (“Potrò sempre dire di aver giocato una coppa del mondo con Zidane”). Nei quarti contro il Brasile gioca la sua miglior partita dimostrando di saper essere ancora decisivo (rivedendo le immagini di quella partita continuo a pensare che avrebbe dovuto giocare almeno un altro anno); ma in generale, guardando tutto il documentario, ci si fa l’idea che Zidane non sia un vero leader (e di certo non lo è Thuram, persino Sagnol sembra più carismatico senza tutto quello sforzo). In compenso (00:58:20 circa) Zidane è il compagnone che a fine partita sale sul tavolo e si mette a ballare in modo ridicolo (almeno così sembrerebbe, a giudicare dalle reazioni dei suoi compagni).

Il terzo momento fondamentale, ovviamente, è la finale con l’Italia. Che poi in realtà sono due momenti diversi. Quando Zidane segna il rigore del  momentaneo vantaggio (quello che noi chiamiamo “cucchiaio” i francesi chiamano “alla Panenka” in onore dell’omonimo giocatore ceco) è a un passo dalla gloria definitiva. Come dice Viera: “Se avessimo vinto 1-0 e Zidane avesse segnato il rigore nel modo in cui lo ha segnato… sarebbe diventato Presidente”. E invece Zidane nei tempi supplementari dà una testata sul plesso solare di Materazzi. Zizou commenta così (1:27:15 circa): “Sono stato già provocato in passato, di solito non rispondo, ma in questo caso… è stato violento”. Un gesto più violento di un normale fallo o di una normale reazione di gioco, ma meno violento rispetto a un pugno, o a quella stessa testata indirizzata al viso. Un gesto che, racchiuso tra questi due estremi, brilla di una sua bellezza unica.

Quella di Zidane è la peggiore spiegazione mai sentita da parte di qualcuno che ha appena commesso il più grande errore della sua vita: “Vedo questo spilungone (”grand dadet”: uno spilungone un po’ stupido) che si crede il re del mondo. È semplice: quelle parole, le parole che ha pronunciato, sono state dette nel momento sbagliato”.

(Di fatto, questa è la linea ambigua che ha deciso di mantenere anche in seguito. Durante l’attesissima intervista ufficiale a Tf1, con una giacca militare poggiata sulle spalle come un ferito di guerra, da una parte si scusa con i bambini che lo guardano, rispondendo così all’editoriale dell’Equipe, e dall’altra prova a difendere il suo gesto con la durezza delle parole di Materazzi: “Avere rimorsi sarebbe come ammettere che aveva ragione, quella persona, a dirmi quelle cose”. Anche se secondo alcuni racconti Zidane sembrerebbe pensarla esattamente in maniera opposta – come quando incontra il cugino ad Algeri e quello gli fa i complimenti per aver difeso l’onore della famiglia – mettendo a sistema tutte le voci sembrerebbe confermata la linea dell’ambiguità – dopo aver incontrato Materazzi in un parcheggio e avergli stretto la mano davanti si è giustificato di fronte alle domande dei giornalisti dicendo che non lo aveva riconosciuto…)

Prima che il documentario finisca però, Zidane, l’uomo timido e semplice caricato delle attese (non solamente sportive) di una nazione intera, il coatto con lo sguardo duro ma simpatico, aggiunge: “Detto ciò, sono un essere umano, ho avuto questa reazione, ho chiesto scusa… Non l’ho scelto io, è successo. Avrei preferito finire in un altro modo. Se non lo avessi annunciato prima magari avrei giocato ancora un anno, quasi. Perché dire “smetto” dopo quello che è successo… ma lo avevo annunciato prima, avevo voglia di annunciarlo e ho fatto bene ad annunciarlo, e oggi non gioco più. È così. Quello che che è successo è duro, è vero. È duro il fatto che lo rimpiangerò tutta la mia vita”.

In un certo senso, per colpa di quella testata, è come se Zidane fosse stato espulso per sempre.

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
8 Commenti a “Stili di Gioco: Zinedine Zidane /1”
  1. Gianluigi Simonetti scrive:

    Mi ha sempre colpito lo stupore che circonda l’episodio della testata di Zidane. Va bene, era una finale di coppa del mondo; ma gesti di reazione di quel tipo sono molto comuni sui campi di calcio, fra i dilettanti come fra i professionisti. Non solo: sono molto comuni nella storia di Zidane – giocatore fortissimo (anche se a mio avviso leggermente sopravvalutato) che però in carriera ha collezionato qualcosa come quattordici cartellini rossi diretti (vado a memoria, non so se la cifra è esattamente quella ma l’ordine di grandezza sì), quasi tutti per falli di reazione. E’ tantissimo per un calciatore d’attacco, ma è normale per un nevrotico come Zidane.
    Personalmente non mi scandalizzo certo, e non mi metto a censurarlo per un episodio del genere, ai miei occhi del tutto normale (come normale trovo la provocazione di Materazzi, che peraltro rispondeva a una frase irridente dello stesso Zidane: mera routine del calcio). Quello che mi sembra patetico è:

    a) il contegno di Zidane nei mesi successivi all’incidente;
    b) la reazione di certa stampa, e anche di parte dell’opinione pubblica francese, assolutamente incapace di capire il calcio, che caricava di nobili implicazioni morali un gesto di pura nevrosi (rispettabile in quanto tale). Ricordo ad esempio un editoriale di Le Monde dal titolo “Zidane homme libre”. Allucinante.

  2. Giacomo scrive:

    Bell’articolo, come tutti quelli di Manusia.
    Io sono dell’opinione che Zidane abbia concluso la carriera in maniera sublime. Ha lasciato il calcio dopo una carriera eccezionale, dopo un mondiale giocato a un livello pazzesco, segnando un rigore in finale in quella maniera e accettando senza sceneggiate le conseguenze di un gesto (difficilmente comprensibile a quei livelli) che non voglio esaltare da un punto di vista etico o morale, ma che a confronto con Materazzi lo fa apparire un gigante.

    Un’altra cosa: Zidane sopravvalutato? Personalmente dopo Ronaldo (non Cristiano) non vedo un altro calciatore più forte negli ultimi vent’anni.

  3. Gianluigi Simonetti scrive:

    @Giacomo

    “Chiedergli [a Marco Materazzi] scusa? Preferisco morire che chiedere perdono a un malvagio. Mi rimprovero quel gesto, però se gli chiedessi scusa ammetterei che lui ha fatto una cosa normale”.
    Non so se è una sceneggiata, ma certamente è una frase molto stupida, considerato che tanto Materazzi quanto Zidane hanno fatto una cosa – appunto – normale. Non parliamo poi della premessa (“Preferisco morire che chiedere perdono a un malvagio”). Tra parentesi, credo che a nessuno interessi il perdono di Zidane, può benissimo non scusarsi, però sarebbe meglio se da sei anni non ce la menasse con questo atteggiamento da martire.

    Quanto alla testata, per me è palese che non si è trattato di una scelta, ma di uno scatto di nervi, comprensibile in assoluto, e per di più tipico di Zidane. A mio parere è assurdo cercare di venderlo come un “gesto” – come lui ha tentato di fare nel corso degli anni con quella sua grottesca posa da “homme libre”.

  4. Donato scrive:

    Credo che la testata di Zidane con l’espulsione a seguito é stato per i francesi molto di piú che aver perso un mondiale, il dolore é stato e continua ad esserlo talmente grande e insostenibile che c’hanno dovuto fare una statua di bronzo per esorcizzarlo!
    Mi ricordo che qualche settimana dopo il mondiale, ad una festa a Barcellona, conobbi un ragazzo francese e dopo qualche bicchiere di vino i rapporti si fraternizzavano ogni volta di piú, tipico di quando ci si sbronza; tutti e due parlavamo spagnolo, poi mi chiese di che nazionalitá ero e quando gli dissi che ero italiano il poveretto cominció a parlare e a sfogarsi in tono drammatico del mondiale accusando Materazzi come responsabile della perdita, in un crescendo di emozioni fino a rompere in un pianto a dirotto come un bambino a cui é stata rubata la palla! E tra le lacrime diceva che Zidane mai avrebbe commesso quel fallo, senza le accuse di Materazzi! Rimasi abbastanza colpito! Il poveretto mi faceva tanta pena che stetti un po’ li a consolarlo!
    Successivamente, con gli anni, conobbi altri francesi amanti e mi confidarono che il dolore per la perdita di quel mondiale associato alla testata di Zidane! é qualcosa che non cancelleranno mai piú!! Per lo meno la loro generazione!

  5. giuseppe salinari scrive:

    Non mi sono mai fatto troppe domande sul gesto di Zidane. Avendo giocato a calcio, credo sia del tutto normale che ci siano in giro giocatori fragili di nervi (ad esempio noi adesso abbiamo quel cretino di Balotelli). Uno dei difetti del calcio è che rafforza poco l’animo di chi lo pratica, soprattutto a certi livelli. Però – consentitemi – non posso nascondere la mia profonda soddisfazione nell’apprendere che ancora ci sono strascichi di quella finale, che molti francesi non si siano più ripresi da quella sera, e che un Materazzi qualunque sia riuscito a screziare per sempre la carriera di un campione francese, con una stupida battuta. E qui, se non fossi su un “blog culturale”, aggiungerei anche che “la mamma di Zidane è una puttana”. :)

  6. Enrico Macioci scrive:

    Nel periodo compreso fra il ritiro di Maradona e l’avvento di Messi, Zidane è stato il più grande giocatore del mondo. Tecnicamente era di gran lunga superiore a tutti gli altri, un autentico mostro di bravura. Se non avesse avuto quella testa(…ta), avrebbe vinto tre o quattro palloni d’oro, ma ciononostante nelle grandi occasioni è stato spesso decisivo: Mondiali 98, europei 2000, europei 2004 (dove segnò comunque 3 gol), mondiali 2006 (dov’è stato il miglior giocatore del torneo), champion’s league 2002 (memorabile gol decisivo, al volo di sinistro, pazzesco). Nessuno – a eccezione di Maradona – ha mai avuto la sua confidenza con la palla, una confidenza che sfociava nella magia pura.

  7. stefano scrive:

    se non ricordo male il film di Kassovitz citato nell’articolo è del ’95, non ’92.

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  1. […] la seconda parte del pezzo di Daniele Manusia, uscito su Vice, su Zinedine Zidane. Qui la prima […]



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