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Stili di gioco: Zlatan vs Barça /2

La seconda parte di Zlatan vs Barça, per la rubrica del lunedì curata da Daniele Manusia, Stili di Gioco. Qui la prima parte.

Illuminato in modo diverso dalla lettura del libro di Sandro Modeo: Il Barça e dall’autobiografia di Zlatan Ibrahimović: Io, Ibra, nella puntata precedente ho cercato di descrivere come l’allontanamento dello svedese dalla squadra più forte del mondo fosse dovuto a una reciproca incompatibilità.
Grazie a Modeo abbiamo visto come il Barcellona di Guardiola rappresenti l’ultima evoluzione di un pensiero tattico tramandato di allenatore in allenatore per più di un secolo: il Calcio Totale. Un gioco basato, in sostanza, su possesso palla e pressing, che richiede grande organizzazione e giocatori non solo capaci di interpretarlo ma anche ben predisposti caratterialmente. Nella versione per iPhone di Fifa12 è possibile settare la tattica “calciatori totali” per qualsiasi squadra si stia usando, ma nella realtà è raro che i giocatori più “belli” siano anche “totali” (esempio: Maradona; eccezione: Crujiff). Per influenzare il modo in cui i calciatori pensano mentre giocano la cosa più semplice è educarli fin da bambini: infatti, ad interpretare al meglio un calcio che si considera superiore a qualsiasi individualità, è una generazione cresciuta all’interno di questo stesso sistema dall’età di dodici anni.
Ibrahimović, per più di un motivo, rappresenta quanto di più lontano da un giocatore uscito dalla Cantera catalana e quando si mette a parlare del Barcellona la sua autobiografia prende i contorni di un romanzo di fantascienza: col protagonista in carne e ossa finito chissà come in una squadra di cloni. A sostegno di questa tesi ci sono le interviste in cui Messi (Lionel, detto “Leo”: il primo campione di calcio ad essere perfetto anche per Disney Channel) non dice niente di più di quello che, se fosse possibile estrarne l’algoritmo giusto, un software simulatore della personalità di Messi potrebbe dire al posto suo (tipo questa). Oppure, il video interessante in cui, immediatamente dopo aver vinto il Mondiale per Club a Tokyo, si ritrova per motivi di sponsor in uno studio televisivo giapponese, all’aperto, con una chiave gigante tra le braccia (qui). Una situazione difficile a metà tra un’ospitata da Chiambretti e Lost in Translation, d’accordo, ma sembra gli stia venendo una crisi di nervi quando per la terza volta provano a coprirgli le spalle con un giaccone.
Dal punto di vista di Ibrahimović era come se Guardiola gli stesse chiedendo di rinunciare alla propria personalità per diventare Messi. Dato che, senza nulla togliere al Messi che finisce sulla copertina del Time, ai tre palloni d’oro, alla bellezza delle geometrie affilate del Barcellona, quello che noi amiamo dei calciatori è anche il loro carisma, in questa seconda puntata analizzerò più nel dettaglio quella personalità a cui Ibrahimović tiene tanto.

Mentre il Barça andava a pescare Messi in Argentina e lo portava in Spagna per curarlo, non c’era nessuno a prendersi cura dei problemi di crescita di Ibrahimović.
Dal punto di vista ambientale, Zlatan ha i problemi di un giovane immigrato di seconda generazione con una famiglia numerosa e incasinata. Sua sorella maggiore aveva problemi di droga. “Nascondeva tutto in casa e c’era spesso casino intorno a lei, personaggi loschi che telefonavano e una gran paura che succedesse qualcosa di grave”. La madre, una donna delle pulizie croata, finisce nei guai per via di una collana rubata. “Qualche conoscente le aveva detto: Puoi tenermi questa collana?, e lei lo aveva fatto, ovviamente in buona fede. Ma poi venne fuori che si trattava di merce rubata, un giorno la polizia fece irruzione da noi e arrestò la mamma.” I servizi sociali lo mandarono a vivere dal padre. Bosniaco, ossessionato dalla guerra dei Balcani e dal proprio villaggio natio raso al suolo, con un fratello pugile morto mentre nuotava nel fiume Neretva, Ibrahimović padre passava gran parte del suo tempo a ubriacarsi davanti a vhs di vecchi incontri di boxe. Quando lo trova addormentato sul pavimento il piccolo Zlatan lo copre con una coperta, e nel frattempo fa la conoscenza con Muhammad Ali. “Lui seguiva il suo stile a prescindere da cosa dicesse la gente. Non chiedeva mai scusa e per questo era grandioso. Andava per la sua strada. Sempre. Così bisognava essere. E io gli presi in prestito certi modi di dire: Sono il più grande, cose così.” Caratterialmente è un disastro. Ruba biciclette per andare ad allenarsi (ruba persino quella dell’allenatore) e prende a capocciate i suoi compagni di squadra. I genitori dei quali firmano una petizione per cacciarlo.
Sotto l’aspetto calcistico Ibrahimović è un autodidatta. La sua cantera sono stati i campetti di cemento di Rosengard e l’unica tradizione possibile quella dei solisti brasiliani. Durante Usa ’94, Coppa del Mondo in cui la Svezia raggiunge uno storico quarto posto (perdendo in semifinale proprio contro il Brasile), lui studia i numeri di Romario e Bebeto. Alto un metro e novantasei, quarantasette di piede, gli richiedeva impegno e, a suo modo, fatica. Non era umile, ma non era neanche tanto presuntuoso da credere di essere un predestinato. “Lavoravo come un mulo, e non mi accontentavo degli allenamenti col Malmö. Giocavo anche al campetto vicino casa della mamma, ora dopo ora. E poi in strada. Uscivo per Rosengård e gridavo ai ragazzini: Vi do dieci corone se riuscite a fregarmi la palla!” Uno svedese, di origini slave, che si crede brasiliano e ha imparato a comportarsi da Muhammad Ali. Con un tipo di gioco, inoltre, che portava naturalmente i suoi allenatori a tenerlo fuori squadra. “Detestavo essere escluso. E odiavo perdere. Ma la cosa più importante non era vincere, erano le finte e il bel gioco. Erano quelle grida di stupore: Oh, oh! Wow!”.
Per Modeo il calcio brasiliano (tutto improvvisazione e invenzione personale, da giocare a ritmo di samba come nelle pubblicità della Nike) è l’antitesi del Calcio Totale. Ricorda una celebre risposta data da Garrincha a un allenatore che stava dando indicazioni tattiche troppo meticolose: “Ha detto tutte queste cose all’altra squadra? Se no, come fanno a sapere quel che devono fare?”. Garrincha, soprannome che significa il “passerotto” ha avuto una parabola simile, solo meno positiva e con un finale che immaginiamo tutti sarà diverso, a quella di Messi la “pulce”: tabagista da quando aveva dieci anni, supera gravi problemi fisici trasformandoli in un dribbling imprevedibile, poi muore alcolista in condizioni di degrado. Se non possiamo volergliene a Messi per non avere brutti vizi, dobbiamo tenere presente che i calciatori corrono gli stessi rischi di tutti.
“Ero al tempo stesso disciplinato e turbolento, e su questa base costruii la mia filosofia, decisi il mio stile: accompagnare sempre le chiacchiere a grandi prestazioni”.  Adesso, che rischi correva esattamente Ibrahimović ad avere una filosofia del genere, ad andare dritto per la propria strada? Da campione affermato, nella sua autobiografia scrive: “Io sarei diventato il migliore, ma me ne sarei anche vantato.” Ma a diciott’anni giocava ancora nella seconda divisione svedese.

C’è un documentario: The Road Back (in svedese Bladårår) girato proprio durante l’anno di purgatorio passato col Malmö nella seconda divisione svedese. La descrizione del video Youtube recita: “Can a youngster named Zlatan Ibrahimović help them return?” I suoi compagni di squadra lo odiavano. Il capitano Hasse Martisson non solo dice che Zlatan diffonde energia negativa, ma che: “Non è ancora una star. Anche se lui pensa di sì. Ed è normale che lo pensi se pubblico e stampa lo esaltano in questo modo. Basta che faccia un po’ di numeri sulla bandierina del calcio d’angolo e subito è il nuovo Maradona. Anche noi altri siamo capaci di fare i numeri, vicino alla bandierina” (al minuto 1.30).
Visto che quello che noi conosciamo è l’Ibrahimović che festeggia a braccia larghe come Ali, come uno che non ha mai conosciuto umiliazione, uno abituato a vincere da sempre, può essere interessante soffermarsi su momenti del genere, in cui assapora la sconfitta e per isolarsi si getta un asciugamano in faccia, in cui i suoi compagni di squadra parlano male di lui a pochi passi di distanza.
Poi però succede qualcosa di imprevedibile. Quasi dal nulla, Ibrahimović viene acquistato dall’Ajax. Il giorno in cui il suo trasferimento diventa ufficiale lui entra nello spogliatoio con un sorriso a trentadue denti (minuto 4.50). Non ha nessuno con cui festeggiare, i compagni di squadra si passano i giornali in cui si parla di lui e lo guardano appena, non fanno nessuno sforzo nonostante ci siano le telecamere. Hasse Martisson, però, è un vero capitano, che pensa e dice solo cose da capitano, così interrompe il silenzio: “Bé, credo ci sia di che congratularsi. Una grande cosa per lui. E per il Malmö”. Ma si vede che non è contento per lui. Per i compagni di Ibrahimović quel documentario parla del diciannovenne appena arrivato in prima squadra, odiato da tutti, che a un certo punto diventa il giocatore scandinavo il cui trasferimento è stato pagato più caro nella storia del calcio (82 milioni di corone). Più tardi Martisson fa quasi tenerezza, quando al termine di una partita vinta grazie a una doppietta di Ibra (è il suo giorno, i tifosi hanno fatto striscioni con su scritto buona fortuna), davanti alle telecamere ci tiene a dire che è contento perché gli è nato il primo figlio.
È per via dell’ostilità incontrata sul suo percorso che adesso Ibra dice cose come: “Molto di ciò che ho imparato l’ho imparato ignorando ciò che dicevano gli altri”. Chissà che non stia pensando proprio a Hasse Martisson quando si chiede: “Che cosa ne è stato dei bravi ragazzi del Malmö sempre così diligenti? Si scrivono forse libri, su di loro?”

Quando le cose gli vanno bene, Ibrahimović finisce quasi sempre con l’esagerare. La mia teoria è che la pressione esterna doveva essere così forte che per compensarla lui si è costruito una personalità ipertrofica; che non potendo mai davvero sentirsi sicuro di sé abbia sostituito alla sicurezza il culto della propria personalità. Un aneddoto (che lui non conferma né smentisce nell’autobiografia) lo vede entrare per la prima volta nello spogliatoio dell’Ajax e presentarsi con un: “Ciao. Io sono Zlatan, voi chi cazzo siete?”. Durante la conferenza stampa, dice di essere un giocatore tecnico e quando un giornalista (che non ha idea di chi sia) gli fa notare: “Ma sei molto alto.” Lui, un ragazzino con la faccia da schiaffi, risponde: “Sì, ma i miei piedi sono molto tecnici.” Dopo la prima partita giocata con la maglia dell’Ajax e un elastico riuscito in amichevole, davanti ai cronisti si lascia andare a una specie di trash-talking da campetto da basket americano. “Prima sono andato a sinistra, e lui pure. Poi sono andato a destra, e lui pure. Quindi me ne sono andato sulla sinistra, e allora lui è andato a comprarsi una salsiccia.”
Per Ibra, cose di questo tipo sono importanti. La personalità viene prima delle vittorie sportive perché se lui non ne avesse avuta abbastanza non avrebbe vinto un bel niente. La sua autobiografia pullula di episodi strampalati in cui celebra quel “sé stesso” eterno diciottenne, che rilascia interviste mezzo sdraiato sul divano con la tuta della Nike e il cappellino in testa. (Tipo quel momento del documentario – più o meno al 5° minuto – in cui non sa neanche quanti figli in totale abbia la madre, e lo chiede al fratello più piccolo).
Zlatan esce dall’Ikea con un carrello pieno senza pagare. Zlatan semina una macchina della polizia in autostrada toccando i trecento chilometri orari. Zlatan in ritiro con la nazionale svedese si porta dietro un amico che ruba delle giacche in un locale e le nasconde nella sua camera d’albergo. Zlatan ai campionati del mondo del 2002 solleva l’allenatore Söderberg “per pura gioia” rompendogli due costole. Quando Zlatan inizia a frequentare la sua futura moglie Helena, una donna di undici anni più grande di lui, indipendente, con una professione seria, fa cose come andare con i suoi amici nella tenuta di campagna di lei e rovinarle i vialetti di ghiaia. Zlatan si fa prestare una macchina che “non fosse riconducibile” a lui e va a mettere i petardi in un chiosco che vendeva kebab. Con un’altra macchina che lei gli presta, una Porche, Zlatan finisce in un fosso. Alla fine, quando qualcuno le svaligia casa, lei pensa che c’entri in qualche modo anche se Zlatan nega.
Ma c’è un aneddoto che spiega meglio di ogni altro quanto Ibra abbia bisogno di questo genere di momenti per sperimentare i propri limiti. Sulla Xbox, di notte, giocando a un gioco di guerra in linea, con le cuffie e il microfono per parlarsi tra giocatori, fa amicizia con un tipo e non riesce a trattenersi dall’alludere alla sua vera identità. Va oltre, e si propone, grazie ai suoi contatti da calciatore famoso, di procurargli un orologio da collezione per cui di norma ci si deve mettere in lista d’attesa. E glielo procura davvero, si fa rimborsare tramite bonifico ed effettua lo scambio nel salone di un hotel in cui era in ritiro con la nazionale. Sembra quasi che per capire qualcosa di sé stesso debba specchiarsi nelle reazioni degli altri. “Si alzò in piedi, e mi accorsi subito che era totalmente spiazzato. Immagino che ormai doveva aver capito chi fossi, ma in quel momento dovette pensare: Allora sei veramente tu! Era una reazione che avevo già visto. La gente diventa insicura con me, perde fiducia in sé stessa, e allora io cerco di essere più aperto e gentile.”

Le ragioni per cui Ibrahimović a volte dà l’impressione di sentirsi onnipotente, però, sono anche più strettamente calcistiche. La visione che ha del calcio è simile a quella di un video youtube, una collezione di gol e dribbling, ma ridurre il calcio a una performance lo costringe a dover trovare soluzioni nuove ogni volta per convincere i propri detrattori e sé stesso. In questo senso, più che a un tennista (per cui comunque è fondamentale la regolarità dei colpi) somiglia a un attore di teatro, con la difficoltà di dover entrare nei panni del personaggio una volta varcato il confine del palcoscenico. Ibrahimović non può aspettare di finire nella squadra giusta in cui l’allenatore sappia apprezzare le sue qualità. Il peso della sua carriera posava interamente sulle sue spalle e ogni scatto è giunto in corrispondenza di un evento eccezionale. Quasi sempre, un gol particolarmente bello. I dirigenti dell’Ajax ci pensarono su parecchio prima di decidersi ad acquistarlo, proprio il giorno in cui il direttore sportivo Beenhakker si scomoda per vederlo giocare durante un’amichevole di nessun valore, Ibrahimović realizza il gol più bello che avesse realizzato fin lì. Controlla la palla con un pallonetto di prima che scavalca due avversari e dopo averli bruciati sullo scatto tira al volo (qui). Ancora due esempi di questa miracolosa capacità: il gol realizzato contro il Naac con il quale convince la Juventus ad acquistarlo, dribblando mezza squadra avversaria; e quello messo a segno contro l’Atalanta, di tacco, che gli è valso, a dieci minuti dal termine del campionato, il titolo di capocannoniere della Serie A 2009.
Per questo motivo, quando arriva al Barça e Guardiola gli chiede di restare coi piedi per terra, lui non può capire. Ibrahimović, che da piccolo rubava bici per non farsela a piedi e che ora possiede una Enzo Ferrari prodotta in soli trecento esemplari, è costretto a guidare un’Audi per andarsi ad allenare. Il problema non è solo prendere ordini da un uomo che lui giudica del tutto privo di carisma (“Se uno non sapesse che è l’allenatore di una squadra importante, non si accorgerebbe di lui entrando in una stanza”), uno “con i completi grigi e l’aria pensosa”, che gli parla grattandosi la testa; ma anche avere a che fare di nuovo, per la prima volta dopo tanto tempo, con qualcuno che non lo accetta per quello che è, che gli chiede di essere umile. Ibrahimović va completamente in confusione. Guardiola viene dipinto come vigliacco, ma quello a uscirne peggio è proprio Ibra. “Ero diventato uno Zlatan diverso, più insicuro, e ogni volta che Mino (Raiola, il suo agente) aveva degli incontri con la dirigenza del Barça gli domandavo: Cosa pensano di me? – Che sei l’attaccante migliore del mondo! – Voglio dire in privato. Come persona”. Per lui è impossibile non collegare l’esclusione di Guardiola con tutte le esclusioni subite in passato. “Avevo la sensazione di essere diventato la pecora nera della famiglia, l’intruso. E quanto era morboso tutto ciò?” O ancora: “Non si era mai trattato del mio modo di giocare, in realtà, ma del mio carattere, e giorno e notte mi ronzavano dentro pensieri del tipo: è per qualcosa che ho detto o che ho fatto? Sono sgradevole fisicamente?”
Ibrahimović si spezza ma non si piega. Da una parte c’è Zlatan che fa lo spaccone con uno sconosciuto giocando all’Xbox, dall’altra c’è Zlatan che teme di essere sgradevole fisicamente. Se per il Barcellona la loro separazione ha significato avere un gruppo più compatto (e forse per questo vincere la Champions League) per lui si direbbe che ne andava della salute mentale.

Ultimamente Allegri, il suo attuale allenatore al Milan, ha detto di non averlo mai trovato sereno come adesso. Ed è vero. Si direbbe quasi, anzi, che un velo di dolcezza sia sceso sui suoi lineamenti da tartaro. In ogni caso, Ibrahimović avrà bisogno di esagerare, in un senso e nell’altro. E ho paura che importi poco dove ormai, se al Camp Nou giocando la finale di Champions League, o al parco coi propri nipotini.

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
6 Commenti a “Stili di gioco: Zlatan vs Barça /2”
  1. hidegkuti scrive:

    “in cui non sa neanche quanti figli in totale abbia la madre, e lo chiede al fratello più piccolo”

    o sono gli anni?

  2. Daniele Manusia scrive:

    Minuto 6.30. Parla proprio dei figli. Comunque prima sì, chiede anche quanti anni ha la madre e non conosce il giorno del suo compleanno. Ma poi chiede pure dei figli. Al minuto 6.30, ho mancato di precisione.

  3. matteo scrive:

    bello. letto d’un fiato.

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