Stili di gioco: Zlatan vs Il Barça /1

Inizia oggi una rubrica sul gioco del calcio curata da Daniele Manusia, che ci accompagnerà per qualche tempo e che cercherà di mantenere una cadenza bisettimanale. L’idea della redazione di minima è di creare un contenitore per articoli/analisi sportive che vadano ad aggiungere alla nuda cronaca calcistica, che svelino lo stile dietro ogni giocata e, quando c’è, la filosofia. Iniziamo quindi con il calcio totale del Barça di Guardiola e con la furia Ibrahimović.

di Daniele Manusia

Analizzare le ragioni che hanno portato alla rottura tra il Barcellona e Zlatan Ibrahimović significa tenere conto di due approcci al calcio completamente differenti: da una parte c’è un’idea di gioco in cui il tutto è più importante delle parti che lo compongono, l’intelligenza calcistica alla sua massima espressione; dall’altra un individuo eccezionale ma anche eccezionalmente individualista, con doti tecniche straordinarie e un culto della personalità ai limiti del superomismo, un calciatore così complicato che a volte sembra un tennista. La cosa mi sta così a cuore che avrò bisogno di parlarne in due parti: nella prima cercherò di descrivere in che  modo la battaglia personale di Ibrahimović  contro una tradizione di gioco più grande di lui fosse destinata a un insuccesso; nella seconda  cercherò invece, per così dire, di mostrare il punto di vista dello svedese, la sua tradizione calcistica e in che senso per lui fosse impossibile adattarsi a una realtà come quella di Barcellona.

In quello che probabilmente è il libro di calcio più bello scritto in Italia: Il Barça, Sandro Modeo spiega così come si sia arrivati al Barcellona dei nostri giorni: “Lui [Guardiola] sembra aver prelevato da ognuno dei suoi allenatori un concetto o un segmento della propria orchestrazione: da Van Gaal la possibilità di contrarre/espandere lo spazio e il tempo, utilizzando ogni partizione di campo, fino a usare il portiere come «sponda» finale dell’estrema distensione; dallo stesso Cruijff l’ossessione per la tecnica e le dinamiche affilate del tridente offensivo; da Robson l’attenzione incessante alla verticalità. In questo collage – forse anche facendo tesoro dello shock subito in campo ad Atene ’94 [quando il Barcellona perse la finale di Champions League 4 a 0] contro il Milan – ha integrato la linea difensiva (con tanto di fuorigioco) e il pressing sistematico di Sacchi”.
Quindi, attualizzando la lezione degli allenatori con cui in qualche modo è entrato in contatto all’interno un calcio più atletico, e rendendo, come spiega Modeo più avanti, quasi indistinguibili le fasi di possesso palla e pressing, Guardiola ha ottenuto la squadra più forte del mondo e, forse, di sempre. Ora, se si prende l’albero genealogico di Guardiola si noterà che Zlatan Ibrahimović ha litigato con tutti i nomi presenti (tranne Robson, con cui però non ha mai avuto a che fare).
Come racconta lo stesso Ibrahimović nella sua autobiografia Io, Ibra, ai tempi in cui giocava nell’Ajax, Van Gaal ne era il direttore sportivo e durante un colloquio lo criticò perché non difendeva abbastanza. Dopo aver spiegato i suoi schemi difensivi, Van Gaal gli disse: “Hai afferrato? Le capisci queste cose?”. Ibrahimović allora, irritato, racconta di aver risposto: “Tu puoi anche buttar giù dal letto ogni singolo giocatore alle tre di notte, dissi, e chiedere come devono difendere, e loro ti risponderanno anche dormendo che il nove corre qui e il dieci lì. Lo sappiamo, e sappiamo che sei stato tu a inventare questo sistema. Ma io mi sono allenato con Van Basten e lui pensa tutto il contrario. – Prego? – Van Basten dice che il numero nove deve risparmiare le sue energie per attaccare e fare gol, e detto sinceramente, ora io non so più a chi devo dare ascolto. A Van Basten, che è una leggenda, o a Van Gaal?, dissi, e sottolineai in particolare il nome Van Gaal, come se si trattasse di una qualche persona assolutamente insignificante”. Certo, una bella risposta (vedremo nella seconda parte come Ibrahimović nel tempo sia diventato un maestro in questo genere di battute) ma l’errore logico di Ibrahimović è evidente: come si fa a confrontare un giocatore con un allenatore? Van Basten ha vinto tre volte il pallone d’oro, d’accordo, ma come allenatore il suo miglior risultato è stato un ottavo di finale ai mondiali in Germania del 2006. Mentre Van Gaal non ha vinto niente come calciatore ma da allenatore ha al suo attivo 4 campionati olandesi, 2 spagnoli, 1 tedesco, 1 coppa Uefa, 1 Champions League, 2 supercoppe europee, e 1 Intercontinentale. Non esattamente una nullità.
Una logica che tra l’altro lo lascia senza parole di fronte a Joahn Cruijff (mi raccomando, come per qualsiasi video di calcio su Youtube: togliete il suono), tre volte pallone d’oro come Van Basten che, più o meno nello stesso periodo, definisce Ibrahimović come “dotato di una buona tecnica per un giocatore mediocre e una tecnica mediocre per un giocatore bravo”. A lui risponde l’agente italo-olandese di Ibrahimović, Mino Raiola, mandandolo all’inferno e dandogli del vecchio. Oltre a criticarne anche lui la fase difensiva, Cruijff indica nella mentalità dello svedese il suo limite più grande. Si congratulerà con Ibrahimović solo al momento del suo passaggio dal Barcellona al Milan, per aver scelto di tornare in Serie A, un campionato più adatto a lui. Trattandolo in sostanza come un attaccante di peso qualsiasi, utile in un calcio in cui la maggior parte delle squadre giocano di catenaccio e lanci lunghi. Arrogante e provocatore di solito, bisogna ammettere che in questo caso i giudizi di Cruijff sono abbastanza equilibrati (anche se non concordo riguardo la mediocrità della tecnica di Ibrahimović: a mio avviso compensa con l’elasticità muscolare e l’immaginazione quello che gli manca in agilità e velocità).
Ad ogni modo si tratta di pareri non troppo diversi da quelli esternati da Arrigo Sacchi, in veste di opinionista, ai media spagnoli durante la parentesi dello svedese a Barcellona. Facendo di tutto una questione personale, Ibrahimović regola i conti con Sacchi alla prima occasione. Appena tornato in Italia, dopo Milan-Auxerre di Champions League, in diretta su Premium Calcio, Sacchi fa una battuta piuttosto innocua. Ibrahimović aveva segnato deviando un cross di punta e Sacchi disse che era tutto merito del suo 47 di piede. Lui fa finta di non capire e attacca: “Sacchi sembra geloso, perché sta parlando troppo. Deve parlare di meno in televisione e anche ai giornali. Se lui vuole qualcosa deve venire da me e parlare”. La battuta di Sacchi era sì innocua ma anche ingiusta, considerando che contro l’Auxerre il Milan aveva vinto grazie a una doppietta dello svedese, il primo di punta (grazie comunque a un taglio sul primo palo in velocità), il secondo con un tiro a giro rasoterra abbastanza bello. Resta il fatto che Ibrahimović stava parlando al più grande allenatore italiano vivente e, per i suoi stessi tifosi, il simbolo dell’epoca d’oro in cui era il Milan la squadra più forte del mondo.
Con Guardiola, bé, sappiamo tutti come è andata a finire con Guardiola. L’acquisto più costoso mai effettuato dal Barcellona svenduto l’anno successivo. L’allenatore più talentuoso, che considerando l’età potrebbe un giorno diventare il più vincente di sempre, incapace di gestire uno svedese coatto. Della sua autobiografia si è parlato, a torto, quasi solo di questo: Ibrahimović che dopo aver preso a calci un armadietto di metallo grida a Guardiola: “Tu non hai le palle!”.

Il paragrafo citato all’inizio, tratto dal libro di Sandro Modeo, arriva in realtà dopo centoventi pagine in cui l’autore si è sforzato di ricapitolare la storia di quella tradizione chiamata Calcio Totale. Cominciata da uomini nati nell’800 (Jack Reynolds) e tramandata attraverso squadre più o meno blasonate (Ajax, Liverpool, Barcellona, Milan ma anche Spartak Tranva e Dinamo Kiev), per Calcio Totale s’intende un’idea di gioco basata su possesso palla e movimenti organizzati, possibile solo con giocatori intelligenti e tecnici in grado di interpretare altrettanto bene le fasi di attacco e difesa e in cui le giocate dei singoli devono essere funzionali alla più generale cooperazione di squadra. Un calcio che non tollera lanci lunghi e cross dalla tre quarti e in cui persino i difensori sono chiamati a un virtuosismo di coordinazione difficile come il fuorigioco. In questo senso Sacchi, Van Gaal e sopratutto Cruijf (ideale di calciatore “totale” e in seguito esportatore di questo tipo di tradizione a Barcellona) vanno pensati come tanti filosofi della stessa scuola e Guardiola come l’allievo in grado di superare i propri maestri. Scolaro perfetto come centrocampista centrale e adesso professore e preside di un’accademia del calcio con una storia lunga e prestigiosa.
Una mentalità di gioco che influenza tutti gli aspetti della vita del calciatore fino a sfociare in una vera e propria pedagogia. Tutti conoscono l’importanza per il Barcellona della propria Masía (o Cantera che dir si voglia): vero e proprio college in cui far crescere insieme i ragazzi, facendoli allenare tutti i giorni ma solo dopo aver studiato, nel caso non dimostrino le qualità per diventare calciatori professionisti (perché, alla fine, questo è lo scopo). La Masía de Can Planas, con all’ingresso la scritta “Siamo attaccanti che difendono, siamo difensori che attaccano”, è stata sostituita lo scorso ottobre da un nuovo centro, Ciutat Esportiva Joan Gamper, grande dieci volte tanto e capace di ospitare ottanta bambini giorno e notte. In questo passaggio, dalla vecchia struttura al nuovo centro dove i bambini si alleneranno insieme a ottocento atleti di tutte le squadre della polisportiva, ci sono le due facce del Barça: agriturismo biologico catalano e Multinazionale, l’Oxford del calcio e la fabbrica di giocatori, l’Unicef e la Quatar Foundation.
Adesso, sentite come descrive il proprio impatto al Barcellona, Ibrahimović: “Nessuno dei ragazzi si comportava da superstar e questo era strano. Messi, Xavi, Iniesta e tutta la combriccola sembravano tanti scolaretti. I migliori giocatori del mondo stavano lì a inchinarsi e io non ci capivo niente”. I primi tempi prova a mantenere un profilo basso ma sente che gli manca il “vecchio Zlatan” che lui tiene in grande considerazione. Più avanti, quando si tratta di tirare le somme dice: “Consideriamo il loro background. Xavi è arrivato al club quando aveva undici anni. Iniesta ne aveva dodici. Messi tredici. Sono stati formati dal club. Non conoscevano nient’altro e di sicuro per loro fu un bene trovarsi lì. Era il loro mondo, ma non il mio. Io venivo da fuori, arrivavo con tutta la mia personalità per la quale non sembrava esserci posto, nel piccolo mondo di Guardiola”.
Prima di arrivare al Barça, Messi era un bambino prodigio con problemi di crescita. Le cure di cui avrebbe necessitato per diventare professionista erano così costose che il River Plate, che per primo lo aveva notato, decise di lasciar perdere. Solo dopo lunghe riflessioni e calcoli il Barcellona decise di investire su di lui e portarlo in Spagna. Tre palloni d’oro dopo (oltre ai già citati Cruijff e Van Basten, ci sono riusciti solo lui e Platini, e nel caso ne vincesse un altro sarebbe l’unico) è a tutti gli effetti il simbolo della riuscita sportiva di quel sistema. Anche perché al di fuori di esso, con l’Argentina, non ha combinato molto. Modeo, in un discorso inteso a mettere in valore il sistema pedagogico del Barcellona, lo descrive così: “In lui colpisce l’irrisolta coesistenza di due stati: uno troppo infantile, con l’amore per il calcio e la Playstation fusi in una specie di vacanza permanente, come di chi rimandi all’indefinito l’assunzione di responsabilità; l’altro troppo adulto, con una condotta precocemente asciutta e sorvegliata, con un dominio emotivo fraintendibile per apatia disillusa, solo di rado interrotto da un sorriso estemporaneo per un gol proprio o di un compagno”. Persino lo staff della Masía lo trova introverso e poco ricettivo a scuola, ma Modeo sostiene che “quel deficit d’attenzione è facilmente spiegabile, perché la sua macchina biologica sembra concepita, in ogni cellula e tessuto, per il calcio”.
Secondo me il libro di Modeo andrebbe studiato nell’ora di educazione fisica, e in alcuni punti è la cosa più simile a un manuale del calcio che io abbia mai letto; ma su questo non concordo con lui. Nessuno di noi è fatto per una cosa sola e mi pare più comprensibile l’impressione avuta da Ibrahimović, e cioè che un contesto come quello descritto sopra sia spersonalizzante.
Ibrahimović al Barcellona non ci è solo arrivato da adulto, ma già campione. Non era stato educato a suo tempo e ormai era troppo tardi. La sua carriera (come vedremo nella seconda parte) è avanzata solo grazie alle sue qualità e alla sua capacità di migliorare proprio quando contava. Paradossalmente, persino grazie ai suoi difetti, all’individualismo, alla testardaggine, all’atteggiamento da coatto. Dal 2003, calciopoli permettendo, aveva vinto senza interruzione tutti i campionati in cui aveva giocato e si parlava di lui per la tecnica ma, ormai, anche per la mentalità. Si diceva fosse un vincente, un trascinatore. Se il Barcellona non aveva bisogno di tutto questo, anche lui non aveva bisogno del Barcellona.
Così un giorno decide di parlare a Guardiola. “Voi non state sfruttando le mie capacità. Se era solo un realizzatore che volevate, dovevate comprare Inzaghi o qualcun altro. Io ho bisogno di spazi, e di essere libero. Non posso soltanto correre su e giù in profondità tutto il tempo. Io peso novantotto chili. Non ho quel genere di fisico”. E quando Guardiola dice: “Io credo tu possa farcela”, lui risponde: “No, allora è meglio che mi mettiate in panchina”.
L’orgoglio di  Ibrahimović sembra averci visto più lungo di Guardiola. Al d là di un eventuale dualismo con Messi (Ibrahimović ne fa anche una questione di gelosia dell’argentino relegato lontano dalla porta) il tentativo di includere un giocatore come lui all’interno di quelle dinamiche di gioco era probabilmente destinato a fallire comunque. Questo però significava la sua esclusione, non la messa in discussione del sistema stesso. E adesso che quel ruolo è coperto da Sanchez o Villa, giocatori “da profondità”, il meccanismo del Barça gira decisamente meglio. Anche Ibrahimović, in fondo, sembra più felice al Milan dove può allargarsi e puntare sull’uno contro uno i difensori avversari tutte le volte che vuole. Ma il Milan degli ultimi tempi è un parcheggio per auto di lusso e Ibrahimović sembra una limousine a nolo. Non ha ancora vinto la Champions, forse non la vincerà mai (così come il Pallone d’Oro), ed era andato al Barcellona per questo.

Con Guardiola, come con Van Gaal, Cruijff e Sacchi, Ibrahimović sbagliava pensando di discutere con degli individui. Per bocca loro parlava una filosofia calcistica che non prevede giocatori come lui, in grado di esaltarli magari come succede con Messi ma solo a patto che si sottomettano alle sue regole. Nelle parole di Modeo, il Calcio Totale finisce con l’assomigliare a qualcosa di più che uno stile di gioco. Diventa una specie di legge divina, una proporzione aurea: “Il calcio come sport e come spettacolo potrà un giorno svanire, travolto da dissesti economici, da un eccesso di corruzione, da una semplice consunzione storico-antropologica, magari sostituito da altri sport, in un paesaggio ora inimmaginabile. Il calcio totale, invece, non potrà svanire perché non è vincolato allo sport che lo veicola, ma è un’applicazione particolare di uno schema cognitivo, di un atteggiamento, di un’inclinazione naturale anche se in apparenza innaturale. Il principio che lo muove può configurarsi nel mondo subatomico, nei batteri, negli anticorpi, persino”.

Ecco, in questo senso, l’errore di Ibrahimović è stato quello di volersi mettere in competizione personale con un concetto di questo tipo, con uno “schema cognitivo”, un’idea platonica di calcio che non avrebbe neanche bisogno di essere applicata nel calcio. Al tempo stesso, come dargli torto? Chi di noi vorrebbe essere assimilato al mondo subatomico, ai batteri?

Daniele Manusia è direttore e cofondatore dell’Ultimo Uomo. È nato a Roma (1981) dove vive e lavora. Ha scritto Cantona. Come è diventato leggenda (add, 2013).
Commenti
13 Commenti a “Stili di gioco: Zlatan vs Il Barça /1”
  1. Enrico Macioci scrive:

    Articolo bello e interessante, così come molto interessante mi sembra il libro di Modeo.
    In fondo è stato un paradosso: il giocatore più totale (forte di destro, di sinistro, di testa, nel dribbling, nell’assist, nel fiuto del gol, nei calci piazzati eccetera) rigettato in malo modo dalla squadra più totale.
    E un altro paradosso: il giocatore più piccolo (Messi) ha cacciato via in malo modo quello più grosso (Ibrahimovic).
    E un altro paradosso ancora: può un giocatore celestiale (Messi) essere limitato – nella propria grandezza di singolo – da una squadra celestiale (il Barcellona)?
    Ok, basta coi paradossi.

  2. Gianluigi Simonetti scrive:

    Articolo interessante, ma dissento con le conclusioni: “l’errore di Ibrahimović è stato quello di volersi mettere in competizione personale con un concetto di questo tipo, con uno schema cognitivo, un’idea platonica di calcio”. Squadre dogmatiche, platoniche e anti-individualiste come il Milan di Sacchi hanno saputo integrare individualità potenzialmente irriducibili, come ad esempio Van Basten (uno dei modelli di Ibra). La verità è che nel merito ha ragione Ibrahimović: la sua incompatibilità col Barcellona di Guardiola è reale, perché non riducibile ad astratte ragioni filosofiche o psicologiche, ma estensibile anche ad aspetti atletici e tecnici. Semplicemente Ibrahimović è un giocatore che non serviva e non poteva servire al Barcellona (una squadra, non dimentichiamolo, che non solo non fa lanci lunghi dalle retrovie, ma che in generale non crossa MAI). L’acquisto di Ibrahimović è stato un errore di Guardiola, forse il solo da quando allena.

    (Non c’entra nulla, ma aggiungo che Ibrahimović mi è più simpatico di tutto il Barcellona messo insieme).

  3. Daniele Manusia scrive:

    Ciao Gianluigi, anzitutto grazie del commento. Sono curioso di sapere in che senso l’individualità di Van Basten era secondo te irriducibile. L’idea che ne ho io è quella di un giocatore estremamente contenuto e sicuro di sé. Non parli di tecnica individuale o magari del sano egoista di un attaccante, no?
    Però volevo dirti che non è vero che il Barça non crossa mai. Nell’ultima giornata di Liga, Malaga-Barcellona finita 1-4 proprio Messi ha segnato il primo di tre gol di testa su cross. Ti ricordo anche la finale di Champions all’Olimpico contro il Manchester, sempre Messi di testa.

  4. Daniele Manusia scrive:

    Scusa, il link della partita col Malaga è http://youtu.be/3VNE1VtKvsA

  5. Gianluigi Simonetti scrive:

    Caro Daniele,
    certo, ogni tanto il Barça, come tutti, segna di testa; a volte perfino con Messi (1,69 di altezza); più sistematicamente su palla inattiva e con saltatori (difensori) come Piqué o Puyol, come la settimana scorsa al Bernabeu:

    http://www.youtube.com/watch?v=cRUHOGZTnsY

    Ma si tratta di casi sporadici. Di solito, lo sai meglio di me, il Barcellona finalizza con palla a terra, su incursioni fulminee (spesso centrali) di attaccanti o centrocampisti (e perfino difensori tecnici come Piqué), dopo prolungato possesso palla o pressing sul difensore che esce. Direi che una tipica rete azulgrana – particolarmente bella per l’ultimo dribbling, ma comunque esemplare nella preparazione – potrebbe essere questa:

    http://www.youtube.com/watch?v=43SJFe7exLc

    E’ così ed è previsto che sia così: basta vedere le caratteristiche tecniche, tattiche e atletiche di centrocapisti e attaccanti del Barça per capire che non avrebbe molto senso cercarli di testa con cross dal fondo a dalla trequarti. Non solo la tattica di Guardiola prevede che squadra, di base, non debba crossare, ma nella versione di quest’anno – la più audace da un punto di vista teorico – è abolito il concetto stesso di centravanti (pur sempre il terminale classico del goal di testa). I giocatori di attacco – tutti piccoli, veloci e tecnici – si incrociano e si scambiano; se non finalizzano direttamente, aprono lo spazio per le incursioni dei centrocampisti – tutti di stazza media o piccola, tecnici e veloci: la difesa avversaria non ha punti di riferimento. Addirittura c’è chi arriva a dire, secondo me non a torto, che il Barça gioca meglio quando non c’è Villa in campo: ovvero una prima o seconda punta eccellente, ma tatticamente meno duttile (pur essendo molto duttile!) degli altri compagni di reparto.

    (Mentre ti scrivo Pedro segna al Real dopo uno sfondamento centrale di Messi).

    Veniamo a Van Basten. Quello che volevo dire è che Van Basten, giocatore irriducibile nel senso di non riducibile a un “tipo” classico, probabilmente non era, sulla carta, il centravanti ideale per la filosofia sacchiana. Per Sacchi, tutto sommato, poteva andar bene anche un Virdis o un Massaro qualsiasi. Poi Van basten ha fatto gli sfracelli che sappiamo, un po’ perché era un fuoriclasse, un po’ perché era comunque compatibile con la coppia d’attacco del 4-4-2, un po’ perché il pur dogmatico Sacchi lasciava comunque una certa relativa libertà alla fase offensiva; era assai più rigido nella fase difensiva. Guardiola è il contrario: secondo me lo ricorderemo soprattutto come un grande innovatore della fase offensiva. E nella sua idea di attacco uno come Ibra non solo non è integrabile, ma finisce con l’essere controproducente.
    Poi, certo, umanamente Van Basten era più educato e rispettoso di Ibra. Anche per ragioni di classe (sociale). Ma a dispetto del suo carattere, e della sua comprensibile rabbia, Ibrahimovic non è un giocatore tatticamente indisciplinato – come non lo era Van Basten. Le sue osservazioni tattiche a Guardiola mi sembrano molto lucide.

    Scusa la sviolinata, ho comunque molto apprezzato il tuo articolo,
    g

  6. Daniele Manusia scrive:

    Ciao Giuliano,
    scusa se rispondo solo ora ma prima il tuo commento di risposta non era visibile. Effettivamente ti ho risposto un po’ di fretta ma intuivo che c’era dietro un Discorso più grande, per questo ti chiedevo di Van Basten…
    Dunque, è vero che il Barça di norma non crossa, ma credo sia più una conseguenza della fisicità degli interpreti che una scelta. Credo, ma questo mi sa che lo può sapere solo Pep, o i suoi giocatori, che come variabile occasionale il cross sia contemplato. Altrimenti azioni come quelle di cui sopra sarebbero colpi di genio e al tempo stesso atti di ribellione conformista, e mi pare impossibile. Non credo che loro escludano qualcosa a priori, a volte si vedono persino i difensori lanciare dalla metà campo, quindi non saprei. Ma siamo molto nello specifico. In generale è verissimo quello che dici te.

    Quanto a Van Basten, e Ibra, secondo me il punto è che il talento individuale è ben accetto se inserito nelle dinamiche di gioco. Van Basten è forse il più grande finalizzatore mai esistito (se si sommano le cifre con la bellezza dei gol) ma Ibra ha il problema che ama allargarsi, ricevere palla spalla alla porta e sospendere il tempo. Cosa che al Barça non poteva fare. Se ci fai caso adesso che fa davvero come gli pare, gioca quasi da fermo. Quando è andato al Barça però aveva appena vinto il titolo di capocannoniere ed era un finalizzatore incredibile. Ma nel contesto del gioco di Mourinho aveva più libertà comunque di quella che era disposto a dargli Guardiola. Mourinho spesso gioca sull’avversario e non disdegna gli attaccanti di peso capaci di tenere palla e far salire la squadra (come Capello) Credo che Guardiola non avesse calcolato il coefficente caratteriale, e che tecnicamente la tappa Ibrahimovic fosse necessaria anche a lui per capire qualcosa di nuovo sul suo gioco.
    Vera la cosa di Villa, secondo me. Per quel tipo di calcio nessuno è insostituibile e nelle ipotesi più astratte si dovrebbe arrivare sempre a tu per tu col portiere. Mi hai fatto venire in mente che l’allenatore del Santos lo scorso dicembre ha detto nel post-partita che non sapeva come affrontare una squadra che si è prsentata col modulo 3-7-0.

    Mi fa molto piacere che il pezzo ti sia piaciuto e aspetto tue nuove sulla seconda parte, anche se meno tecnica.

  7. Gianluigi Simonetti scrive:

    Direi che ci siamo capiti.
    Solo una cosa: dubito che lo stile di gioco del Barcellona – tutto a terra, passaggi corti e fitti, possesso insistito e movimento senza palla – dipenda dalla “fisicità degli interpreti”. Penso sia vero esattamente il contrario: gli interpreti sono stati selezionati in base a un preciso ideale tattico (che disdegna tra l’altro il traffico aereo, o lo prevede solo come eccezione alla regola). Ibrahimovic era obiettivamente poco adatto a interpretare questa idea, anche al di là delle sue asperità caratteriali. Mentre è utilissimo per il tipo di gioco che domina nel campionato italiano – almeno negli ultimi anni.

  8. Daniele Manusia scrive:

    Guarda, secondo me un po’ di entrambe le cose. Nel senso che ci sono eccezioni come Sergio B., che non è un fenomeno ma fa il centrale basso (alla De Rossi) molto molto bene, che ci fanno intravedere la complessità del pensiero che c’è dietro. Quel ruolo al Barça richiede quel tipo di fisicità, un giocatore dalle leve lunghe capace di recuperare un’infinità di palloni e contrastare i centrocampisti avversari, oppure Guardiola ha pensato di abbassare in quel modo il playmaker (togliendogli quasi l’onore del playmaker di dettare i tempi) proprio perché aveva uno come Sergio B? Forse le due cose quasi simultaneamente, una cosa equivalente a una scoperta, a un’idea artistica.
    Comunque questo mi fa pensare che Guardiola potrebbe (potrebbe, bisogna anche vedere che squadra allenerà l’anno prossimo) andare verso uno stile Mourinho con ruoli iper-specialistici. Guardiola è un grande sperimentatore e secondo me con Ibra ha tentato una cosa notevole. Ibra sarebbe potuto essere il miglior realizzatore europeo per anni e forse, alla fine, vincere il Pallone d’Oro, se il loro rapporto amoroso avesse funzionato.

    Grazie Gianluigi per il confronto. Che bello parlare di calcio così. (E scusami per averti chiamato Giuliano ma scrivevo contemporaneamente a una telefonata di lavoro proprio con un Giuliano)

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